Dopo il passato in una major, l’artista si svela in un’intervista senza filtri: il legame con la Spagna, la rottura interiore e la voglia di osare in un mercato che deve imparare ad ascoltare.
di Chiara De Luca
Dimenticate il pop patinato. La musica di MURIEL è fatta di pelle, asfalto e una dignità feroce che brilla nell’oscurità. Con l’uscita dell’EP “ESOTERICA”, l’artista italo-spagnola ci porta dentro una narrazione cruda e necessaria, capace di mescolare le percussioni del reggaeton callejero con una sensibilità elettronica europea e ricercata.
Non è solo musica: è un atto politico che rivendica un femminile autentico e incoerente, lontano dalle idealizzazioni. Abbiamo intervistato Muriel per scoprire come la sua vita abbia dato forma a questo progetto unico, capace di raccontare il desiderio e il dolore senza chiedere scusa.
L’intervista telefonica parte mentre Muriel è alla guida, tra una frenata e un commento ironico sui mezzi di Roma che non passano mai quando servono. Si ride, si sbuffa un po’, poi si entra subito nella conversazione. Da lì si parla di lingua, corpo, scrittura e libertà, senza filtri né costruzioni: Muriel non interpreta un ruolo, si limita a esserci in totale autenticità. Esoterica si muove in questo spazio, pronta a essere attraversata senza spiegazioni.

Il 12 dicembre è uscito Esoterica, il tuo secondo EP. Anche questo, come il precedente Momi, è in spagnolo. Come mai questa scelta?
La scelta dello spagnolo è sia istintiva sia studiata. Per quanto l’italiano sia la mia lingua madre, con lo spagnolo mi sento più libera. Le persone che frequento attualmente, vivendo in Italia, spesso non riescono nemmeno a comprendere fino in fondo quello che sto dicendo. Con lo spagnolo ho un approccio più libero e, di conseguenza, riesco anche a divertirmi di più.
Inoltre, devo essere onesta: per quanto in Italia ci sia un mercato, quello che è il mio mondo, la mia sfera e la mia dimensione musicale, secondo me, con una lingua come lo spagnolo ha più possibilità di essere internazionale. Lo parlo come l’italiano, quindi trovo giusto sfruttarlo per arrivare anche a un altro pubblico, a toccare altre persone. Alla fine vorrei usare la musica anche per conoscere il mondo, aprirmi a nuovi orizzonti, a nuove persone, a nuovi spazi. Insomma, non volevo limitarmi.
Quindi è anche più facile essere diretta nel disco perché, tra virgolette, sei “nascosta” dalla lingua spagnola?
Sì, ma non riguarda solo il disco: è proprio tutta la mia musica in generale. Io ho una scrittura molto forte, sono cruda e diretta, sia nel bene sia nel male. Non ho problemi a dire che ho pensato di ammazzarmi, così come non ho problemi a dire che l’altra sera sono andata a letto con qualcuno.
Mi piace scrivere come parlerei tranquillamente con un interlocutore. Di conseguenza, non ti nego che spesso, per quanto io mi senta una persona estremamente libera, l’ascolto da parte di persone più adulte o con ruoli particolari nella mia vita può creare un leggero freno. Non direi disagio, ma lo spagnolo è un’arma a doppio taglio che mi permette di divertirmi di più perché non mi sento alcun tipo di limite. Cosa che, forse, con l’italiano sentirei di più.
Chiarissimo. Infatti mi chiedevo la contrapposizione tra il primo progetto e questo, soprattutto per il titolo del primo disco, che è anche il tuo soprannome, giusto?
Sì, è il modo in cui mi chiamano. Ci chiamiamo così anche con Lorenzo, che è il mio socio ma anche il mio compagno. È un nomignolo molto familiare, lo usano anche le mie amiche. È un classico soprannome affettuoso che mi ha perseguitata per tutta la vita.
Qual è il percorso che ti ha portato da Momi a Esoterica?
Secondo me è stato un percorso naturale di crescita. Momi è stato un grandissimo passo, perché arrivavo da un trascorso abbastanza particolare: venivo da una major e mi rendevo conto di non essere nel posto giusto. Ho vissuto un periodo molto difficile, perché non riuscivo a identificare chi fossi davvero e cosa volessi.
Ho avuto un disorientamento importante a livello di visione artistica. Quando sono diventata indipendente, subivo ancora lo strascico di quei pensieri. Affrontavo le sessioni con molti limiti già impostati: mi chiedevo continuamente se una cosa andasse bene, se fosse troppo, se piacesse.
Con Momi, invece, a un certo punto sono impazzita. Un paio di mesi prima dell’uscita ho detto: basta, voglio fare di testa mia, ho bisogno di far uscire la musica che ho in testa e dare vita alla mia visione.
Con Lorenzo c’è un rapporto molto viscerale, sia nella vita sia nel lavoro, quindi è stato facile capirci e mettere in pratica le idee. Dopo Momi ho trovato anche feedback positivi, sia dal pubblico sia a livello editoriale, e questo mi ha dato coraggio. Esoterica è lo step successivo: qui non ci sono più limiti. Non mi sento più spaventata dal mondo esterno e dalle regole che cercano di imporci come artisti.
È un EP molto femminile, che sviscera il femminile senza romanzarlo. Secondo te il panorama musicale è pronto?
Io penso che il panorama musicale possa essere pronto a tutto, dipende da come viene educato. In Italia c’è tantissima musica valida. Non sto criticando ciò che esiste, ma credo che si possa osare di più.
Spesso si dice che l’Italia è indietro o non capisce, ma non è vero. Non siamo stupidi. Siamo ragazzi come tutti gli altri. Bisogna educare le persone a qualcosa di nuovo, di diverso. Per ascoltare la musica servono solo due orecchie: se non sei nato sordo, la musica la puoi sentire e capire.
All’interno dell’EP c’è un brano che segna una frattura: Interludio al dolore. È una trasformazione anche interna al disco?
Sì. Esoterica è diviso in due parti. La prima racconta la donna in varie forme, spesso in modo sarcastico o satirico: la prostituta, l’angelo caduto, la donna stanca di vivere in una certa dimensione. Tocca la parte più oscura e dolorosa.
Con Interludio al dolore entro in un momento di frattura reale, personale e artistica. È una lettera di addio rivolta a una persona che amo. A volte si prova una sofferenza così forte che l’unica soluzione sembra farla finita. Non è una cosa di cui vergognarsi: l’isteria, il dolore, l’attacco di panico ti portano a sentirti viva e a toccare un’altra dimensione.
Lo dico in modo diretto: è come un orgasmo. Erotismo e isteria nel disco viaggiano insieme. Così come il piacere ti porta in un’altra dimensione, anche il dolore estremo può ricalibrare i vertici della tua vita.
E da lì il disco prende un’altra piega?
Sì, perché dopo quella frattura c’è una nuova consapevolezza. C’è un brano dedicato alla persona che amo oggi, grazie alla quale sto imparando a essere donna e a essere migliore. E poi c’è il brano per mia nonna, che per me rappresenta la prova che esista qualcosa dall’altra parte, delle connessioni.
Mia nonna ha quasi cent’anni ed è disconnessa dal mondo che conosciamo, ma allo stesso tempo la sento sempre più vicina a qualcos’altro. Per entrambe queste persone provo un amore e un’empatia che senza quel dolore precedente non riuscirei nemmeno a percepire.
Per crescere bisogna attraversare una frattura. Senza quella rottura non potrei credere che esista una “bolla” diversa, speciale.
Moriel artista e Moriel persona coincidono?
Sì. Ho provato per tanti anni a costruirmi, ma più cercavo di assomigliare a qualcosa o a qualcuno, più entravo in panico e soffrivo. Faccio musica da tutta la vita, anche senza studi accademici. La verità è che posso essere solo così.
C’è un modo “giusto” per ascoltare questo EP?
No. Credo nella libertà totale. L’unica cosa che chiederei è di lasciarsi trasportare: se vuoi ballare, balla; se vuoi piangere, piangi; se vuoi spaccare qualcosa, fallo. Sono venti minuti di EP: concedetevi venti minuti di libertà.
Sei cresciuta tra Spagna, Londra e Berlino. Quanto ha influito questo?
Moltissimo. La musica è l’espansione di ciò che sei. Berlino è clubbing, underground, hard groove. Londra è garage e jungle. La Spagna è influenza latina, pattern ritmici, Ibiza. Tutto questo è dentro la mia musica.
Dove ti immagini tra dieci anni?
Non lo so. Su un’isola in Asia, a Madrid o nel mio paese di 1.500 abitanti. L’importante è fare musica. Io voglio vivere di questo. Se devo scegliere tra una vita dignitosa e fare musica, scelgo la musica. Anche per strada.
Da dove attingi ispirazione?
Da tutto: quello che ascolto, vedo, leggo, vivo. Non ho un artista di riferimento preciso. Sono cose che immagazzino dentro di me e che poi escono.
Ci sono altre forme d’arte che pratichi?
In realtà dipingo malissimo, ma mi piace dipingere. Mi piace fare lavoretti: realizzo gioielli, customizzo vestiti, costruisco cose, arredo casa. Qualsiasi cosa mi permetta di esprimere la mia idea di arte, di bello e di brutto, io tendenzialmente la faccio. Non sto nemmeno a giudicare se sia fatta bene o male: la faccio perché mi piace.
Sono molto estetica, quindi tutto ciò che per me è bello cerco di crearlo. Ho proprio piacere nel vedere, nel creare, nel sentire cose belle.
In fondo non potevo nemmeno uscire diversamente: mio padre era chitarrista e mia madre pittrice e ceramista. È una questione di geni, di DNA. Se faccio musica è colpa loro.







