Angela Baraldi torna con 3021, un’antologia sonora che interroga il presente disincarnato. Tra riflessioni politiche, memorie della Bologna “no future” e la verità del palco, il racconto di una donna che rifiuta di essere rassicurante.
di Rossella Vianello.
Ci sono artiste che raccontano storie. E poi ce ne sono altre che sono una storia in movimento.
Angela Baraldi attraversa la scena culturale italiana da più di trent’anni senza mai fissarsi in un ruolo solo: cantante, attrice, interprete, presenza. Il suo nuovo album, 3021, è composto da 8 brani scritti dalla stessa Angela e composti insieme a Federico Fantuz. Arriva dopo una lunga traiettoria che passa dalla musica d’autore al cinema più inquieto, dalla canzone alla recitazione come atto fisico.
Un disco che raccoglie frammenti, visioni, episodi, mantenendo una coerenza emotiva senza forzarne l’unità. Un’antologia, appunto, in cui ogni traccia sembra interrogare il presente tecnologico, disincarnato, accelerato, riportando al centro l’umano, con le sue crepe e la sua resistenza, anticipando il tour “3021 LIVE 2026” che dal 31 gennaio porterà nei club la sua verità senza filtri.
Per capire davvero questo disco, bisogna prima attraversare chi lo ha scritto.

Angela la tua storia non è lineare. Musica, cinema, teatro: non come deviazioni, ma come territori paralleli. Ti sei mai sentita costretta a scegliere chi essere?
In realtà mi sorprende sempre questa domanda, perché nasce da un’idea molto rigida dell’identità. Come se una persona dovesse per forza riconoscersi in un solo ruolo, in una sola definizione. Io non l’ho mai vissuta così. Per me l’arte è sempre stata uno spazio plurale. La musica, il cinema, il teatro non sono mai state cose separati, ma linguaggi che comunicano tra loro. Non ho mai avuto la sensazione di “tradire” qualcosa passando da uno all’altro.
All’inizio del tuo percorso c’è Lucio Dalla. Non solo come scopritore, ma come figura che ha legittimato una voce fuori norma. Che tipo di riconoscimento è stato per te?
Lucio è stato fondamentale, non solo professionalmente, ma umanamente. Da lui ho imparato soprattutto la libertà. Era un artista totale: musicista, attore, performer, narratore. Non si è mai fatto imprigionare da una definizione. Quando ero giovanissima, mentre frequentavo ancora l’Accademia di Arte Drammatica ebbi la possibilità di accompagnarlo come corista. Io stavo ancora studiando, ero in formazione e vedere da vicino quel modo di stare sul palco, così istintivo e insieme profondissimo, mi ha aperto un mondo.
La tua voce non è mai stata ornamentale. Ha sempre avuto un peso fisico, quasi drammaturgico.
Non ho mai pensato alla voce come a qualcosa da rendere bella o gradevole. Per me la voce è un corpo. È un gesto. È qualcosa che deve portare un’esperienza.
Il cinema arriva con ruoli forti, spesso disturbanti. Cosa ti ha attratta di questi personaggi?
Non mi hanno mai interessato i personaggi rassicuranti. Mi attraggono le zone d’ombra, le contraddizioni, le fragilità. Sono personaggi che chiedono molto, anche in cambio. Ti chiedono di esporti, di metterti in discussione, di non difenderti. Ma è proprio lì che sento di poter essere autentica.
In Quo Vadis, Baby? interpreti una donna fragile, ironica, autodistruttiva, mai addomesticata. Cosa significa per te essere protagonista senza essere “eroina”?
Significa essere reale. Non ho mai creduto nell’eroina come modello. Le donne che mi interessano sono contraddittorie, fragili, a volte sbagliate.
Nel tuo percorso non c’è mai stata l’idea di “rappresentare” un modello femminile. Il tuo lavoro parla molto di donne che non rientrano nei ruoli. Quanto è stato ed è politico, per te, semplicemente esistere artisticamente in questo modo?
Ho vissuto gli anni Ottanta a Bologna. All’inizio c’era l’illusione: i figli dei fiori, gli hippie, l’idea dell’amore libero. Poi è arrivato il suo esatto contrario. Abbiamo vissuto fino in fondo il “no future”. Tutto quello che ci avevano raccontato si è rivelato un’illusione: l’HIV, la bomba alla stazione di Bologna. È stata la disillusione totale di tutto ciò che ci era stato venduto. Per il resto non ho mai fatto discorsi teorici sul femminismo. Ma ovviamente tutto ciò che fai, quando sei una donna, diventa in qualche modo politico.

Le classifiche parlano chiaro: nella maggior parte dei casi in vetta ci sono quasi sempre cantanti uomini.
Abbiamo vissuto e viviamo grandi disuguaglianze. Anche oggi le donne sono pagate meno, hanno meno spazio. Ma sento che qualcosa sta cambiando: stiamo iniziando a diventare davvero padrone di noi stesse. Madonna, per esempio, ha aperto una porta enorme. Ha mostrato che un’identità femminile poteva essere complessa, sessuale, potente. Per questo non vedo nulla di male nel mostrare il proprio corpo. Anzi, trovo bigotto il contrario. È pur sempre una forma d’arte. Forse il problema oggi è che manca un dialogo tra generazioni, c’è una frattura che andrebbe ricucita. Aiutare le ragazze a sentirsi bene nel proprio corpo è fondamentale. Penso a Barbra Streisand: ha trasformato ciò che veniva visto come un difetto, il suo naso, in un atto di riconoscimento.
Ma parliamo ora del tuo nuovo album: 3021 una data molto lontana. Lo definisci una serie antologica. È il formato che più ti assomiglia oggi?
Sì, assolutamente. Come tutte le antologie c’è un filo conduttore, ma ogni capitolo è autonomo. Non credo nell’idea di dover essere una cosa sola. Ogni brano mostra una parte diversa, un punto di vista, una ferita, una visione.
Il disco è attraversato da immagini cosmiche, ma resta profondamente umano come “Cuore elettrico”. Il brano è accompagnato dal video, già online, diretto da Daniele Barraco. Prodotto da Caravan, l’etichetta discografica di Francesco De Gregori, e distribuito da Sony Music Italia. È un brano che non cerca consenso?
È una canzone scritta di getto, un testo letterario, spigoloso, quasi dadaista. Per me è una dichiarazione di libertà massima. Abbiamo attraversato una pandemia. Viviamo in un mondo dominato dalla tecnologia che ancora non sappiamo usare davvero. Siamo come bambini con un giocattolo potentissimo in mano. La tecnologia offre risorse incredibili, ma manca profondità. E senza profondità perdiamo l’umano.
I tuoi lavori sembrano rifiutare l’urgenza. Ti sei mai sentita fuori posto?
Sì. Non mi sono mai sentita davvero a mio agio in questo sistema. Ho sempre cercato il mio posto, anche quando significava andare controcorrente.
“3021 LIVE 2026”, è il nuovo tour prodotto e organizzato da Caravan e Friends&Partners nei club italiani che partirà il 31 gennaio da Genova. Cosa rappresenta oggi il live per te?
Il live è verità. È togliere ogni filtro. Di tutti i concerti i grandi spazi sono quello che ricordo meno. Hai mai visto concerti di Nick Cave, di Iggy Pop? Senza grandi scenografie riescono a creare una dimensione intima e personale, quasi confessionale. È questo che amo: la possibilità di parlare all’orecchio di chi ascolta. E poi il live è anche un banco di prova. Suonare davanti a poche persone ti tiene con i piedi per terra.
Se qualcuno oggi scopre Angela Baraldi partendo da 3021, cosa speri intuisca della tua storia?
Spero colga l’intimità. Il percorso. Il fatto che non ho mai cercato di essere rassicurante.
3021 andrebbe ascoltato perché è un disco che non si consuma in superficie.
Non cerca l’immediatezza, ma costruisce un’esperienza fatta di dettagli, parole e suoni che chiedono attenzione.
È un lavoro che invita a rallentare, a entrare in una dimensione più intima dell’ascolto, lasciando spazio a riflessioni personali e a un rapporto meno distratto con la musica.







