di Paolo Pescopio
Nell’attuale panorama musicale, dove spesso l’urlo sovrasta il pensiero, il ritorno di John Strada con “Basta crederci un po’” agisce come un correttivo necessario. Non è solo un album di canzoni, ma un diario di bordo maturato tra la polvere delle strade americane e l’umidità delle pianure emiliane, un’opera che segna una transizione fondamentale: quella dal vigore muscolare del rock alla saggezza riflessiva della ballata d’autore. Il disco si muove su un crinale sottile dove l’energia elettrica degli esordi non è svanita, ma si è fatta più consapevole, quasi addomesticata per lasciare spazio a una narrazione che privilegia la dolcezza e la profondità del messaggio.
La produzione artistica è meticolosa, capace di creare atmosfere che variano dal blues ipnotico a sonorità minimali e noir, figlie di una registrazione avvenuta in un contesto rurale che sembra aver trasmesso ai solchi un senso di spazio e di respiro, permettendo alla voce di Strada — calda, autentica e a tratti venata di una stanchezza carismatica — di arrivare dritta al punto.

Il cuore pulsante dell’opera risiede nella capacità dell’autore di osservare la modernità senza mai scadere nel didascalismo, analizzando con occhio critico la deriva dei social media e la frizione tra la mediocrità di certe esistenze comuni e la loro dorata ostentazione virtuale. Strada non si sottrae al dovere di cronaca emotiva, toccando ferite aperte della storia recente e riflessioni sulla violenza sistemica, mantenendo però un approccio teatrale e profondo che preferisce la carezza all’aggressività.
Accanto alla denuncia, emerge una fenomenologia del quotidiano fatta di ricordi d’infanzia che riaffiorano come giocattoli dimenticati e dichiarazioni d’amore che viaggiano su binari non convenzionali. Musicalmente, il disco è un organismo vivente che rivela una fascinazione per lo stream of consciousness e per ballate che richiamano la lezione dei grandi narratori d’oltreoceano, trasformando la canzone in un piccolo saggio sull’animo umano arricchito da riferimenti letterari e suggestioni cinematografiche.
“Basta crederci un po’” è in definitiva l’album di un artista che ha smesso di voler cambiare il mondo con un riff distorto, preferendo raccontarlo con la precisione di chi sa che la bellezza risiede spesso nei dettagli più fragili. È un invito alla resistenza emotiva, un lavoro che richiede ascolti ripetuti per svelare la ricchezza delle sue tessiture strumentali, dal pianoforte vellutato alle percussioni discrete, fino a quelle chitarre sognanti che accompagnano l’ascoltatore verso un finale di speranza.
È un disco per chi ama le storie e per chi crede che il rock sia un linguaggio per l’anima, un ponte tra radici lontane e un futuro ancora tutto da scrivere, sussurrando che, nonostante le ombre del presente, vale ancora la pena coltivare la fiducia nel domani.







