-Di Assunta Urbano-
La cantautrice toscana racconta il passaggio all’italiano, il rapporto con New York, la dimensione live del nuovo album e quel bisogno di tornare a casa senza cercare più un luogo preciso.
Nel marasma gigante di uscite discografiche, è ormai inevitabile perdersi. Ogni venerdì vengono pubblicati in media dai cinquanta agli ottanta singoli solo in Italia. Per non parlare dei dischi o, ancor di più, di ciò che accade nel resto del mondo. Seguire tutto è impossibile, ma a volte è la fortuna che agisce in nostro favore.
Il 24 aprile scorso, tra le novità musicali più interessanti, trovo “Senza Fiato”, il nuovo album di Birthh. Già dal primo ascolto mi appare un lavoro completo, per tematiche, generi che si mescolano saggiamente tra loro e una buona scrittura di testi. E, allo stesso tempo, un abbraccio, un confronto, sincero, tra coetanei che stanno vivendo gli stessi conflitti e dubbi riguardo la propria vita. Ma facciamo un passo indietro e un breve recap per chi forse non ha idea di chi si stia parlando.
Birthh, nome d’arte di Alice Bisi, è una cantautrice e produttrice toscana, di stanza a New York. Con la musica che le scorre nelle vene, ha iniziato a fare amicizia con le note già a soli sei anni, fino a decidere di far diventare lavoro la sua grande passione. “Born in the Woods” del 2016, scritto e prodotto nell’anno della maturità, segna l’esordio discografico dell’artista, seguito da “WHOA” del 2020, primo della collaborazione con Carosello Records, ancora oggi attiva e florida, “Moonlanded” (2023) e la fresca new entry “Senza Fiato”.
Dieci anni di carriera intensi, che hanno visto la cantante esibirsi su alcuni palchi prestigiosi come il Primavera Sound di Barcellona, SXSW, ESNS, Ypsigrock, condividendo le scene con giganti come PJ Harvey, Mac DeMarco, The Temper Trap.
Questa sera, giovedì 28 maggio, Birthh sarà protagonista di un live esclusivo in anteprima di Spring Attitude Festival al The Hoxton Hotel a Roma. Domani, invece, venerdì 29 maggio, aprirà ufficialmente le danze della quindicesima edizione della kermesse, che si terrà per il secondo anno consecutivo nella cornice de La Nuvola, sempre nella Capitale.
Abbiamo intervistato la cantautrice per farci raccontare di più sulla sua dimensione dal vivo, ma soprattutto per parlare del quarto lavoro discografico “Senza Fiato”.
È uscito il 24 aprile scorso il tuo nuovo disco “Senza fiato”. Sicuramente il primo cambiamento rispetto ai lavori precedenti riguarda il passaggio dall’inglese all’italiano. Che ruolo ha il linguaggio nella tua musica?
La musica è già un linguaggio in sé, a cui si vanno ad aggiungere parole e frasi. Mi affascina poter esprimere in questa forma ciò che siamo e sentiamo. Molto spesso si tende a mostrarsi per immagini, a volte le cose astratte sono difficili da spiegare e si ricorre alla concretezza. Per me è stato emozionante passare dall’inglese all’italiano. Ha segnato un momento di crescita personale. Raccontarmi attraverso la mia lingua madre, la stessa che parlano i miei genitori, mi ha riconnesso con le mie radici, con la mia infanzia. C’è anche un brano nel disco, “Inferno”, che ricorda proprio quel periodo. È stato bello e difficile. Ci ho messo due anni a trovare le parole giuste, per far uscire ciò che avevo dentro.
Parlando di similitudini visive, se “Senza Fiato” fosse un’immagine precisa, quale sarebbe?
Probabilmente sarebbe un fotogramma di due persone che si baciano, con un palazzo in fiamme dietro.
Un’idea molto incisiva. Oltre al linguaggio, si percepisce poi anche una svolta, anzi, una crescita. Ci sono alcuni temi, in particolare, che si ripetono in più brani dell’album: la fuga e il ritorno. C’è qualcosa da cui stai “scappando”?
Wow! (ride, ndr). Non ti nascondo che sono una persona “dalla scappata facile”. È una delle mie reazioni principali allo stress. Anche il fatto che io sia “scappata” dall’Italia per trasferirmi a New York, ha una valenza piuttosto forte nella mia vita. Con questo album, mi sento di aver trovato una voglia diversa di “rimanere” in generale, nel mondo, nelle situazioni difficili. Un po’, ho capito che “sentirsi a casa” non sempre corrisponde a un luogo definito, ma più a una parte interna.
Cosa ti fa sentire a casa?
Mi sento a casa nel fare musica. Anche ascoltare canzoni di altri mi ha sempre fatto sentire meno sola, ha reso tollerabili i lati più oscuri e negativi delle mie emozioni. Tramite l’arte e tramite i film, allo stesso tempo, sono riuscita a guardare la vita in modo più sereno. Questo disco mi ha aiutato a esorcizzare il buio.
In questo eterno vagare, quale è rimasta una tua costante?
Sicuramente l’amore per la bellezza, che considero il mio “motore”. E poi le persone a cui voglio bene, la mia famiglia, i miei amici.
Una delle sensazioni che legherei a “Senza Fiato” è quella di libertà, dopo un periodo quasi “in gabbia”. In “Bene (da sola)” c’è proprio questa immagine «ho aperto tutto, è uscito il sole per la prima volta». Senti anche tu questa libertà? Era uno stato d’animo che volevi trasmettere o ce ne sono altri?
Era uno stato d’animo che volevo vivere. Ho cercato di crearlo nel mio mondo musicale. Ho pensato di trasportare quello che sentivo nelle mie canzoni, per poter creare accessi a universi paralleli. Mi fa piacere che sia questa la sensazione che hai provato perché è quello che ricercavo da “Bene (da sola)”.
Nel panorama odierno ti senti libera di fare la musica che vuoi?
Sinceramente sì. Spesso dipende anche da noi stessi. So che ci sono diversi ostacoli, ad esempio non tutti hanno la fortuna di avere un’etichetta che lascia tanta libertà artistica, come fa Carosello Records con me. Mi sento libera di fare ciò che voglio. Se non potessi fare ciò che sento, probabilmente non potrei fare musica.
I brani saranno presentati in diversi live in giro per l’Italia e in Europa. Come saranno strutturati i concerti? Quanto è importante per te portare su un palco questo disco?
Negli ultimi giorni abbiamo fatto una session intensiva di prove con i ragazzi. Mi diverte tantissimo suonare sul palco e sono curiosa di vedere la risposta del pubblico.
La dimensione live, per questo disco in particolare, la vedo imprescindibile. “Senza Fiato” parla di ciò che provo, però lo fa perché io sentivo il bisogno di aprirmi alla collettività. Ho pensato che il modo migliore per farlo era mettersi a nudo e presentarmi così come sono. Ho lanciato un “segnale di fumo” ed è una sorta di “invito” per chi si ritrova nelle mie parole. I concerti portano questi concetti nella vita vera, nella fisicità.
Le esibizioni sono strutturate pensando a questo aspetto. Ci sono dei momenti in cui si balla, altri più intimi. Sono le sonorità del disco, ma che prendono forma, in una versione “suonata”, che secondo me è importante. Non mi interessa molto schiacciare play e fare karaoke. Sul palco con me ci sono tre musicisti incredibili: Marco “Pizza” Martinelli alla batteria, sia acustica sia ibrido con i suoni beat del disco, Martina Tedesco al basso, sia synth che elettrico, e Marco Pucci, a chitarra, tastiere e synth. E poi ci sono io, che a volte ho chitarra elettrica e altre canto e mi muovo sul palco. Ci sono momenti in cui suono il piano, altri in cui ho il pad con cui faccio dei sample. Suoniamo tantissimo, insomma. Abbiamo creato un arco narrativo, per accompagnare le persone dall’inizio alla fine.
Tra le tappe c’è anche Spring Attitude Festival, in cui ti esibirai domani 29 maggio, oltre a una première esclusiva all’Hoxton Hotel questa sera.
Spero di divertirmi e di far divertire sia i miei amici che chi verrà a vederci. Proverò a fare un bel live, starà anche a noi coinvolgere le persone e catturare la loro attenzione. I festival sono sempre un’ottima occasione per avere accesso a chi non ti conosce, mi auguro di riuscire a coglierla.
Tornando a “Senza Fiato”, il disco si chiude con la title track e si percepisce “pace”, nell’insieme di emozioni dei nove brani precedenti. Cosa ti lascia “senza fiato”?
Tante cose. Ad esempio, il voler fare tutto bene, ma in pochissimo tempo, mi lascia senza fiato. Poi, sono una persona contemplativa. Immaginami, in una sera senza nuvole, ad ammirare la Cintura di Orione, oppure a osservare la Luna. Eravamo a Lucca a fare le prove qualche giorno fa, una volta usciti fuori, c’erano lucciole intorno a noi. Non è un caso, infatti, se ci tenevo tanto che proprio questo fosse il titolo del disco. Lo trovo calzante e penso che possa descrivere cose agli antipodi, ma così vere, così reali, per tutti noi, soprattutto della mia generazione.
C’è qualche artista che ti dà la stessa sensazione?
Anche qui, tantissimi! Mi piace ascoltare altri artisti. Così su due piedi mi viene in mente il concerto di faccianuvola, in Santeria a Milano. Per me è stato eccellente su diversi fronti. Poi, a me piace pogare! In campo internazionale ti direi Frank Ocean. “Blonde” di Frank Ocean è uno degli album più incredibili che io abbia mai sentito.
Sempre nella title track, canti «ma che senso ha non rischiare più». Quali sono stati i rischi che hai corso nella tua carriera musicale?
Prima di tutto, il rischio di fare tutto quello che voglio. È bellissimo, ma allo stesso tempo anche un po’ spaventoso. Ovviamente, quando non si pensa all’esterno, ci sono rischi. Ecco, ad esempio, cantare in italiano, pur vivendo a New York, lo è stato. Poi, voler lavorare su più ambiti oltre quello sonoro. Io e Jula Mai insieme ci siamo occupate totalmente dei visual. Io spesso ero dall’altra parte della camera e Jula faceva tutto il resto. È stato ambizioso, ma sono molto soddisfatta del nostro lavoro.
All’estero, in Nord Europa e presumo anche negli Stati Uniti, c’è un’apertura maggiore, oltre che più interesse e più attenzione, rispetto all’Italia, riguardo i progetti musicali.
Ho trovato tantissima apertura a New York quando ho pubblicato “Little Rat”, il mio primo singolo in italiano. Mi hanno chiamato anche a On The Radar, che è una radio grande, principalmente di musica hip hop. E tutto questo, con una canzone in lingua italiana. Forse c’è più attenzione sulla qualità, rispetto alla fama. Penso e spero che si possa cambiare anche in Italia questa mentalità. Non credo, poi, che all’estero sia tutto rose e fiori. L’industria musicale ha le sue regole ovunque.
Tracciando un percorso immaginario, se “Moonlanded” rappresenta un viaggio tra le nuvole, “Senza Fiato” è il ritorno alla concretezza. Ti ci rivedi?
Sì, mi ci rivedo molto. Mi sento esattamente così, in questo momento della mia vita.
“Moonlanded” tre anni fa si apriva con “Superchanged” e un «one day I’m gonna be someone». Oggi, tra l’altro anche a distanza di dieci anni dall’esordio discografico con “Born in the Woods”, chi è Birthh?
Una ragazza tanto appassionata, piena di voglia di fare le cose bene e di portare bellezza nel mondo. Ci sto provando. Ma, sai, vorrei anche essere semplicemente una “brava persona”, me lo faceva notare mio papà qualche tempo fa. Tutto il resto non mi interessa più di tanto.







