VIVO: LE TRE FASI DEL RISCHIO
Ho iniziato a praticare Brazilian Jiu-Jitsu a quarantacinque anni. Una follia, mi dicevano tutti. E avevano ragione.
Ma non l’ho fatto per mettermi alla prova o per tenermi in forma. L’ho fatto perché la mia più grande paura è sempre stata quella di rimanere senza fiato. Di essere bloccato, schiacciato, strozzato. Quel momento in cui qualcuno ti tiene fermo e l’aria non entra più. Solo a pensarci mi si chiudeva la gola.
E allora ho deciso di andarci incontro.
Il primo allenamento è stato esattamente quello che temevo. Un ragazzo più giovane di me, più forte, più esperto, mi ha messo in una posizione dalla quale non potevo uscire. Il suo braccio intorno al mio collo, il mio respiro che si faceva corto, il panico che saliva. Ho battuto la mano sul tatami per arrendermi.
A tre anni di distanza però sono cintura blu e sono uscito da quella palestra meglio di come ci ero entrato. Non più forte fisicamente, ma più libero. Avevo trasformato la cosa che mi spaventava di più in una sfida che mi affascinava e mi ha insegnato quanto mi piace sentirmi vivo.
E come al solito ho ritrovato quella sensazione di quel momento della mia vita nelle parole di Fabri Fibra, nella sua canzone “VIVO”:
«Vivo
Ma non ho scelta né un motivo
Il mondo è un tipo irrazionale
Fa come vuole
Non dà nessuna spiegazione»
Questa apertura mi ha colpito la prima volta che l’ho sentita. Sembra una resa, ma è il contrario. Per prendere il controllo devi correre il rischio di perderlo. Sicuramente c’è sempre qualcosa che ti spaventa in una prestazione. Magari sono piccole cose che sussurri solo a te stesso, ma quella paura, se controllata, è il più grande motore per crescere.
Come la controlli? Prendendo quello che ti spaventa e trasformandolo in una sfida che ti affascina.
E quando ho sentito questa canzone ho capito che qualcun altro aveva attraversato le stesse fasi. Solo che lui le ha messe in musica. E da lì ho elaborato queste che sono le mie tre fasi del rischio.
La prima fase: devo rischiare
«Ho fatto mille cazzate per sentirmi vivo
Mischiavo mille sostanze, bevevo di continuo
Con le ragazze facevo il cretino»
Questa è la fase più dolorosa. La paura travestita da coraggio. Il rischio obbligato, quello che fai perché “con tutto il culo che mi sono fatto non posso fallire”. Le aspettative sono rigide, paralizzanti. L’energia è pesante, forzata, alimentata dalla paura di deludere.
Un esempio? Il giovane centrocampista con cui lavoro che ogni domenica entra in campo come se dovesse dimostrare qualcosa a qualcuno. Rischia tutto, fa tackle impossibili, si butta su ogni pallone. Non per coraggio, ma per terrore. Le sue “mille cazzate” sono passaggi azzardati, dribbling inutili, giocate per far vedere che c’è.
«E dopo che me le facevo non mi facevo più vivo»
È il sintomo della prima fase: ti butti, ottieni qualcosa, e poi sparisci. Perché quel rischio non era tuo. Era un debito che stavi pagando.
La seconda fase: voglio rischiare
«Mi sono sentito vivo quando sotto casa
Giocavamo a calcio con gli altri in mezzo alla strada
Io che stavo in porta, la maglia tutta sudata
Mia madre che mi urlava che tornavo tardi a casa»
Qui cambia qualcosa. Il desiderio sostituisce l’obbligo. Ma c’è ancora qualcosa di forzato: devi convincerti che vuoi davvero quella sfida. L’energia è più leggera ma ancora instabile, oscilla tra entusiasmo e dubbio.
«Mi sono sentito vivo quando ho visto
Scratchare sopra il disco il primo concerto dei Sangue Misto
Le serate nei centri sociali, gli interregionali»
Sono ricordi di quando volevi rischiare. Il motorino sul lungomare, il graffito dedicato, il primo concerto. C’era scelta, c’era voglia. Ma le aspettative erano ancora irrealistiche: “Voglio essere il migliore” senza considerare il costo.
Un ciclista con cui lavoro mi disse una volta: “Voglio vincere il Giro”. Non aveva mai vinto una tappa. Voleva rischiare, ma era ancora nella seconda fase: aspirazione senza consapevolezza.
La terza fase: posso rischiare
«Rappo quando voglio,
smetto quando voglio
C’è ancora chi mi segue,
ringrazio del supporto
Lo sanno che non crollo,
non perdo l’obiettivo»
Questa è la fase della libertà. Non ci sono più grandi aspettative, solo presenza. L’energia diventa fluida, naturale, potente. La mancanza di ricerca del controllo diventa sinonimo di competenza.
«Senza riprendere fiato, tutto in un tiro
Anche se è in mezzo al traffico facciamo un giro»
Chi arriva alla terza fase non cerca più giustificazioni per il rischio. Non deve dimostrare niente a nessuno. Può rischiare perché ha smesso di calcolare.
Un portiere che seguo da anni mi ha detto dopo una parata decisiva: “Non ho pensato a niente. Ho solo fatto quello che potevo fare”. Nessun debito da pagare, nessun sogno da inseguire. Solo la consapevolezza serena di quello che era possibile in quel momento.
L’esercizio delle due liste
«Tu restami vicino, ho già toccato il fondo
Mentre abbasso il finestrino e sento l’aria sul mio volto»
Con gli atleti uso un esercizio semplice.
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Scrivi il tuo sogno in poche parole.
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Poi crea due liste:
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Cosa DEVO rischiare di perdere per raggiungerlo?
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Cosa VOGLIO rischiare?
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Finché le due liste non combaciano, non sei pronto.
Per farle combaciare, sostituisci ogni cosa che DEVI perdere con un’azione o emozione che VUOI guadagnare. Quando le liste combaciano, sei arrivato alla terza fase.
Un fighter con cui lavoro aveva nella lista del DEVO: “Perdere la paura di deludere mio padre”.
Nella lista del VOGLIO: “Combattere per me stesso”.
Quando ha capito che erano la stessa cosa vista da angolazioni diverse, qualcosa è cambiato. È salito sul ring senza aspettative, solo con curiosità.
Il paradosso del vivo
«Anche se sembra un gioco, anche se appeso a un filo
Giuro mi darei fuoco solo per sentirmi vivo»
Il paradosso più bello della canzone sta nel ritornello:
«Vivo,
ma non ho scelta né un motivo»
Sembra una resa, ma è la libertà di chi ha smesso di cercare spiegazioni.
«La mia ispirazione è viva, la sento, respira
Fuoco che mi brucia dentro, accendo»
Il rischio non è un atto di coraggio quando nasce dalla paura. Non è nemmeno un atto di volontà quando nasce dal bisogno di dimostrare.
Il rischio diventa arte quando nasce dalla consapevolezza serena di quello che puoi fare.
«Ho fatto mille foto, ho fatto mille video
Che puoi puntarci poco o crederci un casino»
Puoi crederci poco o crederci un casino. La terza fase è quando smetti di chiederti quanto ci credi e semplicemente fai.
Senza riprendere fiato, tutto in un tiro.






