– di Gabriele Colombo –
VIVIR MI VIDA: L’ARTE DI ANDARE A PARI
L’ippodromo e la mia vita
Il primo ricordo che ho della mia infanzia è all’ippodromo di Varese. Avevo dieci anni e mi portava mio zio Brik.
Mio zio era piccolo e magro, con i baffi bianchi sempre macchiati di vino e quella voce roca di chi grida troppo e fuma ancora di più. Aveva sempre una frase per ogni situazione, di quelle che un bambino di dieci anni non dovrebbe sentire ma che io ripetevo il giorno dopo a scuola, facendo ridere i compagni e scandalizzare le maestre.
Un personaggio da bar Margherita, di quelli che quando entrano tutti si girano a salutare. Sempre mezzo ubriaco finché il fegato glielo ha permesso.
Il rituale era sempre lo stesso. Si partiva presto la sera dopo una cena veloce. Sotto gli undici anni non si pagava e io ne ho sempre dimostrati meno: sono riuscito a non pagare fino a diciassette anni. Arrivavamo sempre alla seconda corsa, perché la prima era troppo presto e non si incastrava con l’aperitivo delle 17:30 che mio zio faceva religiosamente.
Giocavo duemila lire a corsa. I cavalli non li conoscevo, ma facevo finta di studiarli sul giornale delle corse che mio zio comprava all’edicola. Non vincevo mai, ma non era quello il punto.
Mio zio con altri amici passavano il tempo tra una corsa e l’altra al bar interno, quello più elegante che aveva anche lo spumante. Parlavano male dell’Inter e bene delle fighe che passavano. Non vinceva mai, ma non l’ho mai visto arrabbiarsi davvero.
Una volta, avrò avuto undici anni, gli chiesi quanto aveva perso dopo una corsa in cui il suo cavallo era arrivato secondo per un soffio. Mi guardò, bevve un sorso del suo Campari e mi disse:
«Non ho perso nulla, sono andato a pari.»
Anni dopo ho scoperto che il suo andare a pari voleva dire che aveva perso poco, ma mi ha sempre rassicurato quella sensazione che mi dava la frase: SONO ANDATO A PARI.
Me lo ricordo lo zio, giovane e bello come tutti gli eroi, che mi dice col suo mezzo sorriso storto:
«Se giochi bene, perdi poco… e se perdi poco hai praticamente vinto.»
Vivere la vita, mi ha insegnato mio zio, vuol dire viverla come arriva. Nel bene e nel male.
E quando sento la canzone di Marc Anthony Vivir mi vida mi immagino lui giovane, in un night degli anni ’70, con i baffi e il bicchiere di Campari, che balla e si diverte.
Voy a vivir el momento
Para entender el destino
Voy a escuchar en silencio
Para encontrar el camino
Vivrò il momento
Per capire il destino
Ascolterò in silenzio
Per trovare il cammino
Ci sono cose che prendi e cose che lasci nella vita, e io da mio zio ho preso il suo modo di ridere delle sconfitte, la capacità di “andare a pari” con la vita, il gusto del Campari a qualsiasi ora della mattina e del pomeriggio.
Ho lasciato la rabbia inutile, il bisogno di avere sempre ragione, la presunzione di chi crede che la sua sia l’unica verità possibile.
Ho imparato che le migliori lezioni vengono dai posti più improbabili: un ippodromo di provincia, un bar con le poltrone sfondate, un amico che non ha mai vinto una scommessa importante ma che sapeva sempre come perdere con stile.
Perdere mi ossessiona, ma non è quello che mi spaventa. Mi spaventa di più soffrire e non essere felice, non sentirmi all’altezza e pensare sempre di dover dimostrare che valgo. Quella sensazione che alcuni chiamano sindrome dell’impostore, che per me è normalità.
La sindrome che insegna
A veces llega la lluvia
Para limpiar las heridas
A veces solo una gota
Puede vencer la sequía
A volte arriva la pioggia
Per pulire le ferite
A volte solo una goccia
Può vincere la siccità
La sindrome dell’impostore mi accompagna da sempre, fa parte della mia vita e ora ho iniziato a viverla come se fosse un momento normale della mia vita. È come una pioggia che arrivava quando meno me l’aspettavo: a volte è un temporale, a volte è quella pioggerellina sottile che ti segue per giorni mentre scrivi, mentre prepari, mentre dubiti.
Non è mai stata una bella sensazione, devo essere sincero. Quella fastidiosa convinzione di non essere abbastanza bravo. Anche mentre scrivo queste parole lo penso, ma poi penso che la pioggia serve.
Come diceva Marc Anthony, arriva per pulire le ferite.
E la mia sindrome dell’impostore è diventata la pioggia che mi lava via la presunzione, l’arroganza di chi crede di sapere tutto.
Per quarant’anni l’ho vissuta come un peso, questo dover sempre dimostrare qualcosa. Poi ho capito che quella sensazione di inadeguatezza mi irrigava, mi manteneva fertile.
Mi ha spinto a studiare di più, a prepararmi meglio, ad allenare la mente da principiante. Senza dare mai nulla per scontato.
È stato illuminante scoprire che dubitare delle mie conoscenze mi rendeva umile, mi dava lo stimolo di imparare da chiunque incontravo, pensando solo a una cosa: come alle corse, devi solo giocare bene.
Avevo due possibilità: chiedermi perché mi sento un impostore, oppure chiedermi cosa di questa situazione mi può far stare bene.
Ho scelto la seconda. E la risposta è stata semplice: mi diverte imparare, mi fa sorridere scoprire cose nuove, mi rende felice aiutare gli altri con quello che ho imparato grazie ai miei dubbi.
È come le scommesse di mio zio: entri sapendo che probabilmente perderai, ma giochi lo stesso e ti diverti al bar.
E se giochi bene, se ti prepari, se ascolti più di quanto parli, alla fine vai a pari.
E andare a pari nel mio lavoro con gli sportivi di alto livello significa che gli hai dato qualcosa di utile, anche piccolo.
Soffrire o vivere?
¿Y para qué llorar? ¿Pa’ qué?
Si duele una pena, se olvida
¿Y para qué sufrir? ¿Pa’ qué?
Si así es la vida, hay que vivirla
E perché piangere? Per cosa?
Se fa male una pena, si dimentica
E perché soffrire? Per cosa?
Se così è la vita, bisogna viverla
Per anni ho vissuto questa sensazione come un peso. Prima di ogni sessione importante, quella vocina nella testa:
«Chi sei tu per dire qualcosa a lui?»
Un portiere forte, un centrocampista o un allenatore con anni di carriera. E io lì, con i miei dubbi e le mie teorie.
Poi ho capito una cosa fondamentale: io potevo ascoltare senza giudicare. Potevo fare le domande giuste. Potevo essere quello spazio neutro dove anche un campione può ammettere di avere paura.
E quella mia inadeguatezza, quella sensazione di non essere abbastanza, mi rendeva più umile, più disponibile, più vero.
Siempre pa’ lante, no mires pa’ atrás
Que la vida es una sola
Sempre avanti, non guardare indietro
Che la vita è una sola
Adesso mio zio segue i miei atleti. Al bar, quando ci vediamo per l’aperitivo di mezzogiorno (più o meno, ma spesso meno), mi chiede chi ha giocato e chi ha vinto.
«Ma non vince mai nessuno dei tuoi» mi dice spesso.
E io mi metto a ridere. Con il mio Campari in mano.
Perché ho capito che insieme a lui non era mai stato questione di vincere. Era questione di esserci, di giocare, di continuare a scommettere anche sapendo che perdi più di quanto vinci, ma vinci ogni volta che rischi.
Andare avanti, anche con la sindrome di chi non si sente all’altezza ma fa di tutto per esserlo, con le normali crisi che si susseguono e con le fatiche che comunque arrivano.
Ma alla fine mezzogiorno arriva, e l’aperitivo con lui. E le risate, i sorrisi, il prendere per il culo l’Inter e parlare delle gnocche che passano.
Voy a reír, voy a bailar
Vivir mi vida
Voy a reír, voy a gozar
Riderò, ballerò
Vivrò la mia vita
Riderò, mi godrò
Oggi ho quarantasette anni. Quando entro in uno spogliatoio o mi siedo con un atleta, porto con me tutte le mie imperfezioni.
La sindrome dell’impostore non se n’è mai andata, ma ora è la mia alleata. Mi tiene affamato, curioso, sempre pronto a imparare.
Con gli atleti uso questa filosofia dell’ippodromo: non prometto vittorie, prometto di giocare bene insieme. Di perdere poco quando si perde. Di andare a pari con le difficoltà.
È un linguaggio che capiscono, perché anche loro ogni domenica scendono in campo sapendo che possono perdere.
Lo zio Brik oggi ha novant’anni, i baffi più bianchi che mai, ma ancora quella voce che riempie il bar.
Mi vede al bar e, dopo che mi chiede «Bevem’ un bianc?», mi chiede:
«Come è andata il tuo allenatore?»
E io rispondo sempre la stessa cosa:
«Sono andato a pari.»
Lui ride, se lo ricorda bene il concetto. E io con lui rido, tanto.
Il mio segreto? È quello che mi ha insegnato lui senza saperlo:
nella vita come all’ippodromo, l’importante non è vincere sempre ma è saper ridere della vita, nelle cose belle e quelle brutte, nelle scommesse vinte e nelle troppe scommesse perse.
Le scommesse per me son sempre: «Andare a pari.»
«Se giochi bene, perdi poco… e se perdi poco hai praticamente vinto.»
Le scommesse sono io che vinco sempre se ho qualcuno con cui cazzeggiare.
Nella mia vita mio zio mi ha insegnato a godermi alcuni piaceri della vita: il bere, il giocare e il prendere per il culo la vita (o la morte), che tanto alla fine vince sempre lei.
Ma almeno ti sei divertito. E ogni tanto – quando meno te lo aspetti – beccare il cavallo giusto.
Empieza a soñar, a reír
Inizia a sognare, a ridere
Perché alla fine, se giochi bene, perdi poco.
E se perdi poco, hai praticamente vinto.







