di Chiara De Luca
Viaggio con C+C=Maxigross tra la “Tega” e l’alba necessaria dentro l’imbrunire
L’architettura sonora dei C+C=Maxigross si è mossa, in oltre quindici anni di attività, dai paesaggi acustici dei Monti Lessini fino alla densità urbana dello Studio Tega di Veronetta, consolidandosi come un collettivo aperto e in perenne mutazione. Con il monumentale progetto Nuova Era Oscura (Vol. 1 e 2), il gruppo ha prodotto un’opera di 27 tracce che fonde la forma canzone pop a ritmiche kraut, vocalizzi cosmic jazz, fuzz stoner e arrangiamenti bandistici. . In questo spazio di sperimentazione, la tecnica non è mai fine a se stessa, ma serve a dare forma a quella “Tega” — una dedizione totale e viscerale — necessaria per scorgere un raggio di luce che squarci il buio di un’epoca disturbante. È la ricerca costante di un’alba dentro l’imbrunire, un ciclo naturale in cui l’arte diventa l’unico mezzo per vedere oltre il male di vivere.

La vostra musica è definita psichedelica, ma come intendete personalmente questa parola? Cosa significa per voi nella vita quotidiana del collettivo, tra studio, tournée e composizione?
Penso sia partito tutto dall’adolescenza, con il nucleo originario e fondatore del progetto:Pippo, Ambro/Duck Chagall e io. In quel periodo i nostri momenti di libertà, tra le montagne della Lessinia, erano accompagnati dai Beatles, dai Pink Floyd di Syd Barrett e da centinaia di altri progetti più o meno oscuri dell’epoca. Respiravamo l’ebbrezza di poter fare quello che volevamo, con amiche e amici, natura e belle vibrazioni, e quella musica ne era perfetta espressione e, quindi, parte integrante.
Passati più di vent’anni da quell’epoca (il progetto nasce solo formalmente nel 2008, l’embrione si formò molto prima, durante l’adolescenza) sento che lo spirito che muove questo collettivo da dentro sia rimasto intatto, mentre l’espressione continui a mutare.
Da molti anni ormai – marcatamente dopo l’uscita di Fluttarn nel 2015 – il termine psichedelia è diventato sempre più una nostra convenzione per riferirci al concetto di libertà in musica. Significa poter portare nei contesti in cui tendenzialmente si suona musica “pop”, concerti largamente improvvisati, ogni sera diversi, pieni di imprevisti. E, allo stesso tempo, poter portare in ambiti improvvisativi, sperimentali e alternativi composizioni più strutturate, o meglio dette “canzoni”, se possibile anche melodiche.
Ed è quindi questo, per voi, la psichedelia?
Esatto, è la libertà assoluta di suonare quello che vogliamo, dove vogliamo e come vogliamo. E il nostro quotidiano, che passa dalla vita individuale a quella collettiva e creativa del progetto, è proprio così: libertà assoluta nel creare, comporre, contribuire, produrre, andare e venire, amarsi, litigare e lasciarsi, per poi talvolta ritrovarsi… E da questo caos a un certo punto nascono suoni, canzoni, dischi e concerti. Sempre diversi. Ieri, oggi e domani. L’unico vero nostro obiettivo razionale è non ripeterci. Per il resto, è un foglio bianco che sventola nel cielo da quasi vent’anni.
Guardando indietro dal vostro primo disco del 2011 ai lavori recenti, quali momenti sentite come decisivi per il vostro percorso artistico?
Ogni tassello e ogni persona che ha fatto parte del collettivo è stata fondamentale, perché in qualche forma ne ha influenzato il percorso. Non potremmo mai sapere cosa sarebbe successo senza quell’interazione. Dovendo sceglierne uno, per me l’unico momento fondamentale è il 20 aprile 2008, quando io, Pippo e Ambro abbiamo dato un nome e una forma a un lato della nostra amicizia. Poi, sicuramente l’incontro con Miles Cooper Seaton – un insieme di circostanze magiche e ricercate – è sicuramente l’incontro umano che penso abbia arricchito di più un numero indefinito di persone (non solo della nostra cerchia). E davvero non ho mai conosciuto lontanamente un’altra persona che abbia incrociato e condizionato così tante altre persone in maniera così potente.

Il concetto di ‘téga’ è euforia, dedizione totale e immersione in un tema. Come vi guida nelle scelte musicali e nella vita del collettivo?
Grazie per averlo citato! È un termine che nella zona specifica di Verona ha prevalentemente il significato di una vera e propria botta. E tirarsi la tega è proprio questo: come una tegola che ti cade in testa e devi scegliere se tirarla su con le tue passioni. E non c’è cosa migliore, è quello che facciamo da quando siamo ragazzini. Alla fine, in due parole: è una ricerca di senso!
Tra il Vol. 1 e Vol. 2 di Nuova Era Oscura la musica passa dal ruvido e corale a sonorità più leggere, eteree e con fiati. Come avete deciso questa evoluzione sonora?
Inizialmente non c’è stata nessuna decisione, a differenza di quasi tutti i nostri dischi che si sono sempre sviluppati da almeno un’idea sonora o concettuale. Questa volta avevamo semplicemente delle canzoni scritte, qualche bozza e poco altro. L’abbiamo cominciato inconsciamente io e Cru scrivendo del materiale individualmente senza parlarne, ancora prima dell’uscita di Cosmic Res – il disco precedente, gennaio 2023 – senza sapere se sarebbe stato adatto ai C+C. Poi, confrontandoci e conoscendo Sirio Bernardi (il batterista) e Zeno Merlini (sax e clarinetto), abbiamo capito che aveva senso sviluppare quel materiale con i nuovi musicisti, a cui poi si sono aggiunti in corso d’opera Luca Sguera e infine Anna Bassy. Abbiamo sviluppato una coesione sonora con live e prove, sviluppandola con la produzione, la scrittura e l’arrangiamento fino a decidere di pubblicarli quasi tutti, ma dividendoli in due volumi. Volevamo lasciare un po’ di respiro tra una pubblicazione e l’altra, così abbiamo trovato due palette di colori abbastanza diverse nelle 27 tracce totali, che crediamo siano rispettate dalle copertine di Zinelli che li rappresentano. Ma la divisione è stata fatta a posteriori.
Nel Vol. 1 c’è un raggio di luce che squarcia il buio: come vivete questo concetto di ‘luce salvifica’ nella musica e come lo scegliete musicalmente?
Citiamo spesso la ricerca de “l’alba dentro l’imbrunire”. Crediamo che il ciclo naturale delle cose – l’alternanza tra il buio e la luce, proprio come i lupi che sanno che patiranno la fame per poi tornare sazi – sia parte integrante della nostra esistenza. Proviamo a rendere questo equilibrio ciclico attraverso le dinamiche e le atmosfere della nostra musica, cercando di vedere oltre al male di vivere che ci accompagna.
Il nome C+C=Maxigross richiama chiaramente la catena di supermercati all’ingrosso: come e perché avete scelto questo nome, e che legame ha con lo spirito del collettivo?
Abbiamo scelto questo nome il 20 aprile 2008 durante una scampagnata con chitarre e cappelli assurdi tra le colline di Cavalo, come quelle descritte all’inizio. Dei nomi sparati a caso in quel momento per un fantomatico progetto musicale, Pippo o Ambro hanno nominato quella catena di supermercati che io non avevo mai sentito. Lo scegliemmo perché suonava strano e sbagliato, complesso e difficile da catalogare, soprattutto per un progetto musicale. E, a quasi vent’anni di distanza, devo dire che inevitabilmente ha maturato un significato simbolico che mai e poi mai ci saremmo aspettati. Se dovessi trovare un legame con lo spirito del collettivo direi proprio che l’insegnamento si racchiuda in questo: il significato delle cose lo dai tu, e spesso si nasconde dove meno te lo aspetti.
Il viaggio dei C+C=Maxigross attraverso la Nuova Era Oscura si configura come un atto di resistenza sonora che utilizza il jazz e il rumorismo per squarciare la “grigia cortina” del realismo capitalista di cui scriveva Mark Fisher. In questo doppio album, la tecnica non è mai fine a se stessa, ma serve a costruire quel falò immaginario attorno al quale ritrovarsi per attraversare la notte. L ‘immersione totale nella loro “Tega” è l’unico antidoto alla paralisi del presente. Resta la sensazione che, finché ci sarà qualcuno disposto a inseguire l’ignoto senza sconti, il “viaggio al termine della notte” non sarà mai un percorso solitario, ma un rito sonoro collettivo capace di ridare, ancora una volta, un senso alla nostra esistenza.







