– di Giacomo Daneluzzo –
Ciao Domenico, ben ritrovato! Come stai? Ci siamo conosciuti all’uscita di Maledetti noi. Un anno e mezzo dopo, che cos’è cambiato? Che cos’è successo in quest’anno e mezzo, oltre alla firma con Warner Chappel Music?
Ciao Giacomo! È stato sicuramente un anno intenso, in cui ho scritto molto e ho lavorato tanto alle nuove canzoni cercando di trovare il modo migliore per raccontare quello che ho vissuto. Penso ci voglia del tempo per scrivere le cose giuste e mi sto prendendo quel tempo. Credo che le canzoni debbano maturare per poter rimanere sincere ed esprimere al meglio quello che si vuole dire. Poi a volte si scrivono in tre minuti, ma a quei tre minuti bisogna aggiungere tutto il tempo che c’è voluto per arrivarci.
Non è cambiato invece il tuo sodalizio con Riccardo Scirè, che vediamo in questo caso come unico produttore dei singoli post Maledetti noi. Parlami di questa collaborazione: come vi siete conosciuti e che cosa vi accomuna o differenzia, musicalmente? Com’è cambiato il vostro modus operandi negli anni?
Con Scirè ci siamo conosciuti quando entrambi i nostri percorsi artistici stavano iniziando. Eravamo molto acerbi ma con la stessa voglia incredibile di suonare e un sacco di sogni nel cassetto, un cassetto sempre aperto. Siamo sempre stati vicini, abbiamo fatto dei giri immensi e in qualche modo ci siamo sempre ritrovati. Oggi Scirè, con la sua competenza e capacità e con tanta, tanta pazienza e passione, mi dà la possibilità e i mezzi necessari per sviluppare al meglio la mia personalità, cosa che non riuscirei a fare senza di lui o senza i produttori che mi hanno seguito fino ad oggi. Quindi io sono io, ma riesco ad esserlo anche grazie a chi lavora con me. Non basta scrivere una canzone. Bisogna lavorarci tanto. Poi con Scirè c’è appunto un legame particolare, ci conosciamo davvero da tantissimo, ormai si può dire che mi ha adottato, e questo ci permette di lavorare molto più velocemente. Ci intendiamo subito e allo stesso tempo possiamo anche insultarci con serenità se discordiamo su qualcosa, perché alla base c’è una grande amicizia. Questo ci permette di creare qualcosa di nuovo e sincero, senza troppi limiti se non le emozioni pure che ci arrivano da una canzone.
Vita da cani è un anti-tormentone: il comunicato stampa la definisce “alternative hit estiva” ed è un singolo estivo (con anche il mare in copertina), ma allo stesso tempo conserva quella sincerità tipica della tua scrittura. Com’è nata l’idea di inserirsi in questo mondo delle “hit dell’estate”, seppure a modo tuo? E che rapporto hai con questo genere? Lo disprezzi, come molti, o sotto sotto anche tu ascolti le canzoni dell’estate?
In realtà abbiamo volutamente scritto così perché si tende a definire un pezzo che esce in questo periodo un pezzo PER l’estate, ma io non ho mai voluto fare un pezzo PER l’estate, io faccio una canzone che possa andare bene ogni volta che la vuoi ascoltare, e se fosse limitata a un periodo estivo onestamente mi dispiacerebbe molto. È per questo che è un po’ la risposta ai “tormentoni” estivi. Questo non lo è, è semplicemente una canzone che mi piace, fresca, che ho scritto insieme alle altre, senza pensare all’estate, e che va benissimo sicuramente per l’estate, ma anche per l’autunno o per Capodanno. Poi se sono in spiaggia e parte il reggaeton solitamente mi trovate in acqua.
Il testo di Vita da cani parla di una storia finita e del malessere che ne consegue, ma percepisco una vena autoironica molto forte. Qual è il tuo atteggiamento rispetto alle sfighe e alle cose che non vanno nel modo in cui vorresti? Pensi alla vita come a una Vita da cani o in realtà hai una visione più ottimista delle cose rispetto a ciò che può emergere da questo testo?
La vita da cani è un po’ la vita di chi come me continua a viverla prendendola un po’ come viene, mentre gli altri “mettono la testa a posto” (che poi dipende dai punti di vista), di chi si adatta, e alla fine è una vita che a me piace. Non abbiamo tutti le stesse esigenze o gli stessi obiettivi, e a me va bene vivere così. E riguardo i disagi non è che possiamo farci molto, o a volte si, ma fanno parte della vita, lì malediciamo, ma si va avanti. Alla fine è andata così. Anche le storie d’amore devono rimanere tali, e quando finiscono e anche l’amore se ne va, bisogna lasciarlo andare. Possiamo continuare ad amare, ma amare vuol dire anche lasciar andare. C’è stato, l’abbiamo vissuto, e poi è finito. Dobbiamo darci la possibilità di stare bene e di far stare bene, sempre. Sembra una cosa scontata ma non lo è affatto.
Milano è una città molto stressante (a differenza della tua natia Noci, che dev’essere molto tranquilla): come ha influito la vita frenetica della città sulla nascita di un brano come questo, che invece si presenta come un invito a lasciarsi andare e a viversi le cose con più serenità?
Credo siano semplicemente piani differenti di stress. A Noci mi mancava quello che ho trovato a Milano e viceversa. Quando hai la fortuna di trovare più posti da chiamare casa ce ne sarà sempre una che ti mancherà. A Milano ho trovato una seconda casa e quando sono arrivato in questa città avevo una fame incredibile di esperienze, di nuove avventure, nuovi incontri, gente, musica, concerti, la stessa fame che continuo ad avere anche adesso. Questo per dire che frenetici alla fine siamo noi, non la città. È come viviamo le cose. Potremmo essere in una grande città e rimanere sempre sul divano o essere in un piccolo paese e fare mille robe, come mio babbo che non sta un attimo fermo.
Io ho sempre cercato di prendere tutto quello che mi arrivava, e oltre a prendere ho anche perso tantissime occasioni, ho sbagliato mille volte e sicuramente continuerò a sbagliare, ma fino a qui è stato un viaggio stupendo, compresi i disagi e le difficoltà, che mi hanno aiutato a crescere, anche se alla fine non cambio mai, sono fatto così, continuo a fare la solita vita da cani. E a volte, quando diventa troppo, ci si può fermare un attimo e respirare. Io sono uno di quelli che amano più godersi il viaggio che l’arrivo. Mi piace fare tanto godermelo e cercare di assaporare ogni momento.
Nella copertina di Vita da cani c’è sì il mare, ma c’è anche uno strano cane antropomorfo. Qual è la storia dell’artwork?
In copertina c’è il mare, ma c’è anche un cane con la camicia, che è palesemente fuori luogo, ed è lì mentre tutti si fanno il bagno. Io a volte mi sento così, fuori luogo, anche se spesso non mi dispiace, e volevo rappresentare questo.
Quali sono i tuoi progetti per i prossimi mesi? C’è un album in cantiere?
Sto scrivendo tanto, senza limiti di genere, solo pensando a quello che mi emoziona e, anche se alla fine non seguo le logiche di mercato, se una canzone mi emoziona mi sento già bene. E spero che questo arrivi, come spero di farvi ascoltare presto quello che sto combinando. Vorrei portarvi con me in bei posti e per chi vorrà salire a bordo prometto che sarà un bel viaggio, sincero e un po’ come viene.







