di Paolo Pescopio
In un panorama cantautorale spesso affollato da urgenze comunicative gridate e da una produzione pensata per il consumo rapido, Dedalo di Luigi Friotto sceglie deliberatamente un’altra velocità. È un disco che più che chiedere attenzione la pretende e non perché alzi la voce, anzi, ma perché costruisce un mondo coerente, stratificato, in cui ogni canzone è una stanza – quindi in cui entrare, osservare, studiare i dettagli – e non un mero singolo da sfilare dal contesto.
Già il titolo è un programma: anche qui non è solo una trovata ad effetto, ma Dedalo si presenta davvero come un labirinto. Dimenticate le uscite facili e le mappe rassicuranti: Friotto accompagna l’ascoltatore dentro l’animo umano senza la pretesa di salvarlo o di redimerlo. Nessuna catarsi immediata, ma una lenta esplorazione delle contraddizioni, delle crepe, delle zone d’ombra che di solito la canzone pop tende a levigare. È un disco che accetta la precarietà come condizione e la trasforma in materia poetica.
Musicalmente, Dedalo si muove in equilibrio tra classicità e libertà espressiva. Pianoforte e voce restano il perno, ma attorno si muove un lavoro di arrangiamento misurato e mai ornamentale: synth discreti, timbri elettrici usati senza feticismi, una produzione che rifugge l’effetto per privilegiare il senso. Nulla è messo lì per “suonare moderno”, e proprio per questo il disco non suona vecchio. Friotto sembra aver finalmente archiviato ogni timore di contaminazione: qui la forma non è più una gabbia, ma uno spazio da abitare.
Il cuore dell’album resta la scrittura. Babele, che ha anticipato il disco, è una dichiarazione di poetica travestita da canzone: una riflessione sull’incomunicabilità contemporanea che evita la trappola del testo sociologico e sceglie invece la strada più rischiosa, quella della lingua inventata, dell’allusione, del non detto. Rosmarì lavora sul tema opposto e complementare: il “lasciar andare” come gesto rivoluzionario in un’epoca di accumulo compulsivo, di identità blindate, di rancori conservati come reliquie. È una canzone che parla piano, ma colpisce per precisione.
Il percorso prosegue con brani come Preghiera dell’alto mare, dove la dimensione spirituale non è mai confessionale ma profondamente umana, e Io sono tua madre, che rappresenta il centro emotivo del disco: una riflessione sulla generazione, sulla responsabilità e sul gesto creativo come atto di rinuncia. Qui Friotto tocca uno dei suoi punti più alti, evitando ogni enfasi retorica e lasciando che siano le immagini a fare il lavoro sporco.
Canto di passaggio (Kthehesh) e Tutte le stelle dell’altro Polo ampliano ulteriormente il respiro del disco, intrecciando riferimenti letterari e simbolici senza mai trasformarli in esercizi di stile. L’ombra di Dante, di Svevo, della grande tradizione narrativa italiana è presente, ma metabolizzata, mai ostentata. Zeno, in chiusura, non è un omaggio calligrafico ma una sintesi: l’accettazione definitiva dell’inettitudine, della dualità, dell’essere incompleti come unica forma possibile di verità.
Dedalo non è un album “facile”, e non vuole esserlo. Richiede tempo, silenzio e disponibilità all’ascolto profondo. Ma ripaga ampiamente chi accetta la sfida, offrendo un’esperienza che va oltre la somma delle singole tracce. È il lavoro di un artigiano della musica che ha scelto la strada lunga, quella meno battuta, quella che non garantisce scorciatoie né consenso immediato.
In definitiva, Dedalo è un un atto di sobrietà radicale in un’epoca di eccessi, una presa di posizione che restituisce alla canzone d’autore la sua funzione più alta: non spiegare il mondo, ma abitarne le complessità senza semplificarle.







