-Di Lucia Tamburello-
Il duo racconta l’esordio discografico nato dall’attrito tra invettiva civile e teatro grottesco.
Il 24 aprile, il duo compost da Claudio Molinari e Nicola Pecora esordisce a livello discografico con “Teatral Politik”. Anticipato dai singoli “Economia”, “Goodbye cuore da killer” e “Particelle elementari”, l’album è frutto di anni di esperienze sui palchi, contatto continuo e diretto con il pubblico, e live che si discostano dalla performance per tramandare un manifesto. Il progetto adotta un linguaggio costuituito attorno a due registri ben distinti: da un lato, abbiamo una voce diretta, civile e discorsiva, dall’altro, invece, una tensione teatrale, grottesca, capace di trasmettere atmosfere sovrumane e subumane. “Teatral Politik” si muove tra un’aspra invettiva nei confronti della spettacolarizzazione della politica contemporanea e il racconto di una scelta condivisa di fare arte. Il disco, prodotto da Daniele Razzicchia, pur trattando criticamente le principali problematiche dell’oggi (“il tempo che passa, sul lavoro che aliena, sulla guerra che incombe, sul retaggio dei padri che continua a chiedere conto”), non intende limitarsi alla mera lamentela, ma intende fare delle macerie della contemporaneità il suo palco scenico.
Partirei proprio dal titolo del disco: una delle due possibili chiavi di lettura di “Teatral Politik” è “politica del teatro” intesa come scelta condivisa di fare arte, di abitare lo spazio pubblico, di trasformare il gesto creativo in una forma di presenza collettiva. Secondo voi, questa presenza collettiva, da sola, è in grado di assumere un ruolo rivoluzionario?
Nicola: Per comprendere l’importanza che noi attribuiamo allo spazio pubblico, non occorre che ripercorrere quella che è stata la genesi di questo progetto. La tragedia umanitaria del covid 19 aldilà della morte e della sofferenza, ha mostrato in scala quello che molte persone, specie giovani, vivono quotidianamente: l’isolamento. Diceva Mishima: “gli uomini lodano il giorno, io invece fuggo il sole e in una tana tenebrosa getto l’anima.” Con la differenza però che Mishima, così come l’adolescente Kafka che rimaneva insonne per notti intere, tutto questo sconforto lo cercava coscientemente, mentre la tragedia degli Hikikomori (neet nei paesi anglofoni) ci restituisce una gioventù fondamentalmente spaventata e incapace di confrontarsi con il prossimo. Dunque la morte del prossimo, ecco il nucleo della tragedia, che nel periodo della pandemia abbiamo vissuto in misura distopica e accelerata, ma che giorno dopo giorno erode un pantheon umano ormai completamente svuotato. Dimensione brama nasce dalle ceneri della pandemia come radicale volontà di riunire i corpi al di là dei divieti, per contrastare un mondo malato d’Alzheimer che sembrava stesse addormentandosi per sempre.
La seconda interpretazione, invece, riguarda una riflessione sulla spettacolarizzazione della politica contemporanea e sul suo intreccio con l’intrattenimento; qual è la vostra personale differenziazione tra “spettacolo” e “intrattenimento”? Quali sono, per voi, le problematiche legate alla sovrapposizione di questi termini?
Claudio: wow, domanda difficile. Ok. Oggi più che mai la politica è un grande ed imperdibile spettacolo. Famosa la frase di Frank Zappa sulla politica che non è altro che il settore di intrattenimento dell’industria militare. Ma la politica perde proprio perché non riunisce ma ci lascia piuttosto inermi spettatori. Sia la politica che lo spettacolo dovrebbero proporre il coinvolgimento e la catarsi, spesso entrambe si riducono ad intrattenimento
La politica ha perso natura, una profondità, una segretezza e un’opacità che la differenziano nettamente dallo spettacolo che al contrario si esibisce, si mette in mostra. È evidente che nel momento in cui i politici danno spettacolo, quello che noi stiamo vedendo non è politica.
Chi è il “Padre” a cui fate riferimento e affidamento nel testo della seconda traccia, “La cattiva strada”?
Claudio: Senza dubbio Dio. Ed è forse un angelo che parla. Sai, in Racconto di Natale di Jean Paul Sartre, un testo teatrale che io e Nicola abbiamo vangato e rivangato negli anni e a cui se vuole la percepite quanto in quanto tale siamo molto affezionati, c’è un angelo che ripete spesso “padre come ho freddo…padre ho sempre freddo”. Ad ogni modo, il padre, i padri, sono un tema ricorrente nelle liriche di questo disco, dove ci troviamo spesso a fare i conti con l’eredità, i debiti i tesori i conflitti irrisolti i sogni infranti e i valori lasciateci dalle generazioni prima di noi.
Soprattutto nella prima parte del disco, la bellezza sembra assumere un’accezione negativa; è così?
Claudio: Non ci avevo pensato. Forse ti riferisci al fatto che la prima parte del disco è forse più conflittuale e combattiva, mentre la seconda metà assume dei toni più adulti e maturi. La bellezza purtroppo oggi porta con se molta negatività, perché ci sentiamo in colpa del male del mondo, ma amare la vita è sopravvivenza. Forse è solo il nostro bisogno di vivere che ci fa trovare la bellezza anche del male, boh.
Nicola: in questo senso la bellezza è il bene che c’è potenzialmente ovunque, in ogni frammento dell’esistenza. La qualità dell’amato, è il suo essere adorabile agli occhi dell’amante. La sua adorabilità si misura nell’essere aderente al desiderio dell’Altro. La bellezza esiste nello sguardo dell’amante ma scaturisce dalla posa dell’amato. Il mondo ci crolla addosso con la sua abbondanza di notizie spesso infauste dal mondo e con tutte le sue immagini. Cercare la bellezza, anche in seno alla negatività estrema, è una strategia adattiva per sostenere il mondo e le sue storture. Aprile d’altronde è il mese più crudele, il più bello, proprio perché fa nascere lillà da terra morta.
Parliamo un po’ dei suoni: ci descrivete un po’ il processo di composizione di questo disco?
Claudio: Questo disco è stato un vero viaggio, una scoperta, perché, dopo anni di live, abbiamo finalmente composto le tracce appositamente per lo studio. Prima faticavamo a trasferire il nostro suono dal vivo, ma questa volta, grazie al nostro produttore Daniele Razzicchia e allo studio Il Nuovo Kiwi di Lorenzo Celata, abbiamo avuto piena libertà di sperimentare. Abbiamo creato un suono che unisce la musica suonata a elementi elettronici, riproducibili dal vivo, e abbiamo valorizzato strumenti come la tromba e il filicorno di Marcello Sanzò. Poi, riguardo alla scrittura e alla composizione vera e propria, le origini sono molteplici. “Non si scherza con Amleto” nacque nel 2023, durante le prove di un Amleto di Shakespeare che mettemmo in scena per Teatro Mobile, insieme a Gaia Rinaldi, ovvero la terza voce di questo disco. Il suo contributo in questo disco è breve ma toccante e profondo, una presenza fondamentale. “La cattiva strada”, era un brano che mi ero dimenticato nei meandri del mio computer e che consideravo assolutamente poco interessante. Per puro caso, Lorenzo ha trovato il file, lo ha ascoltato, e lo ha amato alla follia. Mi ha detto: se non vuoi mettere questo pezzo nel disco, sei pazzo. “Ciao Bella Ciao”, che apre il disco, è un’improvvisazione totale di Nicola, registrata a sangue freddo davanti al microfono. Avevamo solo creato la musica di sottofondo, e Nicola ha improvvisato, cogliendo l’attimo con il genio unico che lo contraddistingue.
Come mai al testo di “Piccolo Orfanello” avete associato un motivo folk che si discosta un po’ a livello musicale dalle altre tracce?
Piccolo Orfanello è uno dei brani che nel disco ha subito più stravolgimenti, proprio a livello di sound e di arrangiamento. È passato da un pop dolce ed elettronico, ad una versione punk-ska. Infine siamo approdati a questa versione acustica, vagamente balcanica, che ci ricorda un po’ un canto partigiano. Nella figura di un bambino che, dal tepore e dalla noia di un salotto borghese,si ritrova improvvisamente con gli eserciti nemici alle porte, la chiamata alle armi, l’allarme. Non sappiamo se diserterà o se prenderà in mano il fucile.
Durante il vostro percorso artistico, vi siete esibiti sia in club e teatri off, sia in spazi ibridi e contesti non convenzionali; qual è, per voi, lo spazio ideale in cui esibirvi? Qual è il luogo fisico che più si avvicina alla “Dimensione Brama”?
Nicola: La dimensione brama è peregrinazione continua. S’istituisce ogni volta da se, perciò ci sentiamo una polis nomade e spesso ci siamo accostati al concetto di fondazione. È puntiforme come il presente, non si danno repliche, ma soltanto prime. Siamo resistenti al concetto di format. È senza storia come la rivoluzione maoista. È infantile, un puer aeternus che gioca con tutte le impressioni di una vita, che in questo senso sono tutte prime impressioni e dunque buone per antonomasia. L’occasione è tale (ciò che cade davanti) che è sempre passibile di inciampo, e si sa che l’amore è questo: to fall in love. DimensioneBrama è l’archetipo dell’eroe in viaggio, non c’è un luogo migliore di un altro. La psiche del progetto permea ogni cosa, situazione e persona con cui entra in contatto e si lascia a sua volta plasmare. È profondamente inter soggettiva.
Claudio: ci piace improvvisare, siamo situazionisti.
Per salutarci, vi chiedo quali siano i vostri progetti per il futuro…Avete dei live in programma?
A breve termine le prossime due date: Giovedì 14 maggio rientriamo ufficialmente in scena al Monk di Roma. Suoneremo tutti i brani del disco per la prima volta perché ormai siamo diventati una band seria. Ma vedrete castelli di gomma e uomini albero. Facce d’angelo e fiori parlanti, elmi a punta e pannoloni<3<3<3 poi il 28 saremo all’Apollo di Milano, la nostra prima vera trasferta, e siamo molto emozionati di tornare su dopo l’esperienza di x factor. Infine speriamo di divertirci quest’estate in giro e riprendere con le date d’autunno. Per il 2027 abbiamo in mente parecchie cose, continuare la carriera discografica ma non solo. Abbiamo mire espansionistiche nel teatro e perché no, anche nell’audiovisivo. Ma ogni cosa a suo tempo.
Tracklist
Ciao bella ciao
La cattiva strada
Economia
Non si scherza con Amleto
Goodbye, cuore da killer
Piccolo orfanello
Senza nome
Particelle elementari
That’s life







