-Di Silvia Ravenda-
Nel nuovo album uscito il 20 marzo, Mauro Ermanno Giovanardi porta la parola al centro e firma un disco lucido, teso e di forte identità
Una parola serve a dare un nome alle cose, ma serve anche a riconoscersi, a capire chi si è. Tutto ciò che resta senza nome finisce per scivolare ai margini della coscienza: rimane in una zona sfocata, ci attraversa, ci condiziona, ma non si lascia afferrare davvero. “E poi scegliere con cura le parole”, uscito il 20 marzo per Woodworm Label, parte esattamente da lì: dall’idea che la parola sia un atto di identità, che la lingua comporti una responsabilità e che ogni termine abbia un peso preciso quando smette di essere ornamento e torna a farsi sostanza. Nelle interviste che accompagnano il disco ( qui la nostra intervista), Giovanardi insiste su questo: le parole hanno memoria, chiedono rigore e non sono mai neutre. Questo disco sembra nascere esattamente dentro quella disciplina, come se ogni brano fosse stato prima sedimentato a lungo e solo dopo scritto.
È anche qui che sta il valore più forte dei questo lavoro. Le collaborazioni contano, senza dubbio, e “il collettivo della parola” come l’ha definito Giovanardi, riunisce nomi di primo piano come Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà, Alessandro Cremonesi, Cheope e Peppe Anastasi. Ma il punto decisivo è un altro: pur essendo un album scritto a più mani, la voce che si percepisce è una sola, riconoscibile e coerente, perfettamente aderente a chi quelle canzoni le canta. È questa compattezza a dare al lavoro la sua statura, a impedirgli di disperdersi, a tenerlo saldo attorno a un centro. Giovanardi si serve degli altri autori come aperture, come possibilità per spostare leggermente lo sguardo, poi riporta tutto dentro una stessa temperatura emotiva, dentro una stessa idea di dignità della scrittura. È in questo equilibrio tra pluralità e unità che il disco trova il suo spessore migliore.
Poi c’è il tempo, che qui pesa parecchio. L’album nasce nel 2019, attraversa la pandemia, si interrompe, resta sospeso durante il ritorno dei La Crus con “Proteggimi da ciò che voglio” nell’aprile del 2024, e solo dopo anni di pause e ripensamenti riemerge nella sua forma definitiva. Questa lunga gestazione si avverte tutta. Non c’è fretta, non c’è ansia di chiudere, non c’è nulla che dia l’idea del riempitivo. Le canzoni arrivano dopo essere state osservate e asciugate. Hanno il passo di chi ha saputo aspettare il momento giusto, e in un presente saturo di parole dette troppo in fretta e consumate ancora più rapidamente, una cura del genere finisce per suonare quasi come una presa di posizione.
Anche la costruzione sonora tiene. Con Leziero Rescigno alla co-produzione artistica e LeLe Battista al lavoro su registrazioni e definizione finale del suono, Giovanardi sceglie una veste elettronica sobria e ragionata dove la ritmica smette di dominare la scena e la voce rimane esposta, quasi sotto una luce più severa. Ne viene fuori una Canzone d’Autore contemporanea che non cerca morbidezze decorative ma precisione e spazio. Spazio per lasciare respirare le frasi, perché il testo si depositi dentro il brano invece di essere sommerso dall’arrangiamento.
Bastano i primi brani emersi per capire la direzione. “Veloce”, uscito il 12 dicembre 2025, mette a fuoco il nodo centrale: il nostro tempo vissuto come accelerazione continua, l’affanno scambiato per energia e la corsa trasformata in postura mentale. L’EP “A tutti i costi”, pubblicato il 30 gennaio 2026 con “Anni zero”, “Per cantare più forte”, “Un errore” e la stessa “Veloce”, amplia ulteriormente lo scenario. I testi non cercano consolazione e non addolciscono nulla. Arrivano come uno specchio puntato addosso di prima mattina, quando la giornata non è ancora iniziata e già si intuisce il prezzo che chiederà. Parlano di anestesia emotiva, di disciplina imposta ma soprattutto di una coscienza che fatica a tenere il passo con il ritmo del mondo. Ed è qui che il disco acquista forza vera: riesce a raccontare una condizione comune, diffusissima, spesso rimossa, senza truccarla e senza alleggerirla.
Di nostalgia, in fondo, non ce n’è. Nessun compiacimento da reduce, nessuna celebrazione del passato come rifugio. C’è una consapevolezza adulta, lucida, a tratti aspra, che sceglie di guardare il presente senza schermi. Per questo “E poi scegliere con cura le parole” dà l’impressione di essere il lavoro solista più compiuto di Giovanardi: perché tiene insieme scrittura, voce e produzione con una precisione rara e, soprattutto, perché ha davvero qualcosa da dire in un tempo che parla in continuazione ma lascia di rado una traccia. Qui la parola torna a incidere, torna a scavare e torna a essere il punto in cui una canzone smette di accompagnare e comincia a mettere in discussione chi ascolta. Prima o poi bisogna fare i conti con quello che si è. Con quello che siamo. Questo disco lo fa al posto nostro, con la precisione di chi ha scelto ogni parola sapendo esattamente perché.
Tracklist “E poi scegliere con cura le parole”
“Il buio nella pelle”
“Veloce”
“La coscienza della mia generazione”
“Anni zero”
“Amore Giuda”
“Di struggente amore”
“Fermami”
“Per cantare più forte”
“Il numero che viene dopo” (solo versione digitale e CD)
“Un errore”
“Non credo nei miracoli”
“Ogni voglia di noi due”
“Ha ragione Schopenhauer”
Mauro Ermanno Giovanardi online:
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