– di Chiara De Luca –
Lorenzo Greco racconta “Levia Gravia”, primo album degli Esera: fragilità umana, tensione rituale e un suono che incrocia Elettronica, Jazz e Post-Grunge.
C’è una tensione ancestrale che attraversa “Levia Gravia”, il primo album degli Esera. Un progetto nato dall’incontro tra Lorenzo Greco (voce), Federico Barghini (chitarra) e Simone Bracci (basso), capace di muoversi in un territorio dove l’Elettronica sposa il Jazz e la musica barocca si sporca di Post-Grunge. Abbiamo incontrato Lorenzo per capire cosa significhi, oggi, rivendicare la propria miseria in un mondo che ci vorrebbe tutti risolti, piatti e, soprattutto, sorridenti.
Il titolo del vostro disco, “Levia Gravia”, evoca un’altalena costante tra il pesante e il leggero. In un’epoca in cui si tende a rendere tutto piatto, quanto è faticoso oggi accettare di essere questo “ossimoro vivente”?
Per quanto cerchino di appiattire – l’appiattimento è un po’ l’ethos della società e dei media, di quello che ci viene dato in pasto dall’algoritmo – di fatto la vita non è una cosa piatta, perché è un continuo alternarsi fra le fasi alte e quelle basse. Alla fine, quando tu musicalmente vai a dire qualcosa – a meno che tu non parli di frutta – parli di cose tue, della tua quotidianità, delle tue relazioni o dei tuoi sentimenti, è per forza un descrivere questo alternarsi. Purtroppo questo appiattimento viene dato dal fatto che molto spesso ci si concentra su roba molto superficiale che non ha bisogno di virare su questa alternanza. È per me un lavoro molto autobiografico: scrivo i testi cercando di rendere le esperienze oggettive e quindi valide per chiunque ascolti.
In “La cattedrale nel deserto” citate Kierkegaard: «Dispera per chi può scegliere». Perché al giorno d’oggi abbiamo così tanta paura della scelta?
Ho sempre sofferto tantissimo il tema della scelta e leggere Aut-Aut (Kierkegaard) è stata un’epifania. Di fatto scegliere è così difficile perché significa sacrificare per forza qualcos’altro. Mi viene in mente il monologo ne Il pianista sull’oceano, dove lui dice di amare la musica perché sta dentro quei tasti, dove lui sa cosa fare, senza quell’immensità che gli si spiega davanti. Nella quotidianità, per quanto tu sia soddisfatto e felice, c’è sempre il: «Ma io sarei potuto essere qualcos’altro, sarei potuto essere con qualcun altro». C’è sempre questa angoscia che ti pesa addosso e non ti fa vivere bene poi nemmeno la scelta che fai, anche quella cosciente.
Vi definite «un trio austero-eclettico e spirituale» e il nome Esera possiede un’aura quasi sacrale. Come nasce questo nome?
(Lorenzo ride) Ti do le due versioni: quella finta – la “supercazzola” del nostro chitarrista – e quella vera. La prima dice che è “l’Era dell’Es”, la parte freudiana senza controllo; siccome la musica è follia e perdita di controllo, allora è “Es-era”. È una spiegazione che ci sembrava perfetta per l’identità del gruppo. Per quanto riguarda la storia reale, invece… be’, diciamo che su questo preferisco lasciare un po’ di suspense e non svelare nulla.
[A microfoni spenti, in realtà, Lorenzo la verità me l’ha svelata, ma la spiegazione sull’Era dell’Es è così calzante per il mood e l’estetica del gruppo che non la rivelerò, lasciando quell’aura di misticismo e mistero tutto intorno].
La vostra musica spazia tra Elettronica, Folk e Barocco. In un mercato a compartimenti stagni, questo essere indefinibili è un atto di sabotaggio?
La parola chiave è onestà: siamo onesti anche a scapito del risultato. Ci interessa riportare quello che vogliamo dire e suonare, senza stare a riflettere sul fatto che questo ci complichi il percorso a livello discografico. Oggi le orecchie degli ascoltatori sono molto viziate da dischi che sono tutti uguali, non c’è più il gusto della complessità o dell’ascoltare qualcosa cercando di rifletterci un po’. Volevamo creare questo flusso che mantenga un fil rouge dal primo all’ultimo pezzo. Credo che i lavori che rimangono nel tempo siano quelli che creano un po’ più di interrogativi.
Nell’album compaiono Vivaldi e Rosa Balistreri. Perché questo bisogno di scavare nel passato?
È stato molto casuale, non è stata una scelta pensata a tavolino. “Cu Ti Lu Dissi” è stato il primo brano registrato e ha dato la guida a tutti gli altri: avevo amato profondamente la versione di Balistreri e con il nostro produttore Francesco Capanni abbiamo cercato una nostra chiave. Per Vivaldi (“Ah, ch’infelice sempre”), è stato proprio il produttore a dirci: «Raga, c’è questo brano, io non so perché, ma quando lo sento penso a voi». Quando sono usciti fuori abbiamo capito che meritavano di stare nell’album.
State già scrivendo il secondo disco. Manterrete questo profilo così “impegnato” o cambierete prospettiva?
In questa fase siamo estremamente prolifici, ci chiudi in una stanza e escono fuori cose di continuo. Il nostro motto è «non c’è un cazzo da ridere». Anche il secondo disco seguirà questo filone: saremo molto onesti e molto vulnerabili. Quello che ci piace è letteralmente sputare in faccia la propria miseria alla gente, perché pensiamo sia bello farsi vedere ignudi nella propria miseria. A livello sonoro stiamo prendendo una deriva ancora più folle: sarà un disco forse più “dritto”, ma con brani che non hanno alcun senso logico. E io godo tantissimo per questo.
Come gestite questa sovraesposizione emotiva durante i live?
Il live per noi è un’esperienza molto catartica. Simone e Federico entrano in uno stato d’animo non ben spiegabile: sembrano matti quando suonano, Fede fa delle facce che non hanno senso. Io invece tendo a ingaggiare molto il pubblico visivamente, cerco di mettere in difficoltà chi tenta di evadere dal mio sguardo. Il mio sogno è che il nostro live sia considerato un rito pagano. All’inizio sono molto chiuso fisicamente, poi verso metà c’è un’apertura in cui cerco di coinvolgere la gente, a volte indicandola proprio mentre canto, per “incastrarli” a partecipare non solo con le orecchie.
La chiacchierata con Lorenzo Greco conferma che gli Esera non cercano scorciatoie per l’algoritmo. In “Levia Gravia” l’onestà passa per la tensione degli opposti e per una miseria esibita senza filtri. Resta la curiosità per quello che non è stato detto, ma il loro rito è appena iniziato: un’esperienza che va ascoltata con lo stesso coraggio con cui è stata scritta.







