di Paolo Pescopio
A distanza di quarant’anni dalla propria genesi artistica, i Fleurs du Mal approdano al traguardo del decimo album in studio con Spacetime Mystery. Da premiare e incoraggiare per la loro resilienza, i Fleurs Du Mal tornano a distanza di 6 anni dall’ultima fatica discografica, Gumbo.
Fedeli alla linea, il loro nuovo album è un vibrante esempio di blues’n’roll americano, che ha poco a che fare con quanto succede in Italia e nel presente. Qualcuno potrebbe considerarlo passatismo, altri coerenza: quello che a noi interessa è che i Fleurs sanno cosa vogliono fare e lo fanno bene.
Nel lungo album, 14 tracce, Stefano “Iguana” De Martini, mente compositiva del progetto, declina la propria vocalità e il fraseggio alla chitarra slide: canta e suona con grande carisma, confermandoci la versatilità e la creatività in quanto autore e frontman.
Se lo spirito-guida è quello del blues rock, le 14 tracce (due sono cover) spaziano dal sound alla Chicago della opener “Peace” a riff simil-crimsoniani nella title track “Spacetime Mystery” fino alla conclusiva “Iguana’s ragtime”, allegro divertissement finale.
Ma l’identità e l’appartenenza politica della band emerge nel disco, grazie a brani più espliciti e capaci di prendere una posizione, come ad esempio “Gaza blues” che non si nasconde dietro un dito, o “Lockdown” cantata in italiano, aggancio alla contemporaneità.
Prima di premiare la scrittura, ci sarebbe da encomiare il valore dei musicisti: ottima la sezione ritmica, guidata dal basso di Roberto Cruciani e dalla batteria di Gabriel Greco, ma la vera arma segreta sono i fiati, l sax tenore di Graziella Olivieri e l’alto di Clemente Verdicchio, che decorano e ornano i brani dandogli, alla bisogna, la forza del rock’n’roll (“Life is not for sale”), l’aria densa della New Orleans di un’altra epoca (come in “All for the one, one for the whole” e la conclusiva “Iguana’s ragtime”) o l’obliquo swing simil-balcanico di “The clown theme“.
Spacetime Mystery è un lavoro che, pur rifuggendo le logiche delle grandi etichette attraverso una scelta di autoproduzione radicale, dimostra come la maturità di un collettivo possa coincidere con la capacità di mantenere intatta una propria, personalissima, coerenza estetica.







