Con Se questo è crescere, i Flowers For Boys firmano un debutto che scava nelle contraddizioni dell’età adulta, tra vertigini, fragilità e lampi di lucidità. Un alt-rock ruvido e sincero accompagna otto brani che non temono di mostrarsi vulnerabili.
Ci siamo fatti raccontare come nasce un disco che è insieme smarrimento, urgenza e promessa di rinascita.
Se questo è crescere è un titolo che suona come un dubbio e una dichiarazione insieme: quando avete capito che era quello giusto?
Ce ne siamo resi conto quando abbiamo realizzato che i brani convergevano tutti in quella direzione. Prima non lo sapevamo, non ci avevamo pensato.
Nel comunicato stampa parlate di “smarrimento, urgenza e qualche lampo di speranza”: qual è stata la scintilla che ha dato il la alla scrittura?
Le nostre esperienze di vita personali, assieme al bisogno di esprimerci così come siamo, senza fronzoli né forzature.
È un disco diviso in due anime: una istintiva e l’altra interiore. Quale delle due è stata più difficile da affrontare?
Non è stato facile per entrambe: nel primo caso, urgeva lasciar passare e tirar fuori tutto quello che avevamo dentro, senza aspettative né giudizi; per la seconda parte è stato necessario provare a comprendere che cosa è significato quell’istinto inconscio e provare a razionalizzarlo, comprenderne le cause e prendersi la responsabilità di accettarle.
Nei vostri brani convivono rabbia e fragilità: quanto è stato complicato trasformare le crepe in musica?
Nel momento in cui si lascia fluire ciò che si prova, attraverso qualsiasi forma artistica, non ci si preoccupa di quanto possa essere complicato. Lo si fa e basta. Si tratta pur sempre di mettere a nudo le proprie emozioni e il vissuto, ma è una sfida che abbiamo sentito di voler accettare per questo disco.
Se doveste raccontare l’album con una sola immagine, quale sarebbe?
Nella copertina del nostro album ci siamo noi che giriamo a tutta velocità su di una giostrina: secondo noi non c’è immagine più concreta e diretta che rappresenti l’album, l’eccitazione mista allo spaesamento e a quel senso di giramento di testa che si prova quando ci si ferma e tutto è finito.
Qual è la canzone che vi ha chiesto più coraggio per essere scritta o pubblicata?
A loro modo ognuna è stata un “esporsi al mondo”, probabilmente la più complessa è stata Polaroid. Assieme a Fragile, l’unica in cui abbiamo anche cantato tutti. Ed è quella che ci piace cantare con il nostro pubblico quando suoniamo dal vivo.
Fragile, Polaroid e Come stai hanno segnato il percorso verso l’album: in che modo hanno cambiato il vostro modo di scrivere o suonare?
Fragile ha aperto la strada, è stata la rottura necessaria per metterci in discussione e stimolarci ad andare in quella direzione. Con Polaroid abbiamo voluto esplorare i nostri bisogni più profondi ed addentrarci nel nostro mondo. Come stai è stata assieme una sintesi ed un consolidamento della nostra identità.
L’alt-rock sporco di emo e punte di post-punk è ormai parte della vostra identità: è nato per caso o per necessità?
Ci siamo resi conto, quasi per caso, che fosse una necessità per tutti noi. Ne siamo stati travolti e da lì è stato un piacere lasciarsi trascinare da questo genere e farlo nostro.
La copertina racconta crescita come vertigine: che cosa vi spaventa e cosa vi attrae di più del diventare grandi?
Ci spaventa l’idea che alla fine, quando la giostra smetterà di girare, non ci sarà più nulla a farci compagnia se non il senso di nausea. Ci attrae l’idea di poter arrivare a quel “sentirsi nel posto giusto del mondo” che un po’ tutti abbiamo come obiettivo e che resta pur sempre un interrogativo.
C’è un verso del disco che per voi descrive in modo perfetto cosa significa “crescere”?
In Dalla stessa parte del vento il testo dice “Un giorno capiremo che siamo dalla stessa parte del vento, un giorno riusciremo a gridare come il resto del mondo”. Una bella utopia, ma è la nostra immagine più bella di cosa vuol dire “crescere” per noi.
In un mondo che chiede sempre durezza, come si fa a rivendicare la delicatezza senza sembrare più deboli?
Se il mondo chiede costantemente durezza, forse c’è qualcosa che non va con il mondo. Non ha senso preoccuparci di non sembrare o apparire deboli, nel momento in cui abbiamo abbracciato le nostre fragilità e le abbiamo fatte nostre, non abbiamo più nulla da rivendicare. Potremmo piuttosto aiutarci affinché ognuno riesca a fare delle propria debolezza una forza travolgente.
Dopo questo album, cosa sperate che resti addosso a chi vi ascolta?
Il concetto di non essere soli. La consapevolezza che la rabbia, la tristezza ed ogni emozione che viviamo, la viviamo tutti su questa Terra, collettivamente.







