-Di Martina Rossato-
Alla conferenza stampa al teatro Out Off di Milano, De Gregori racconta il film di Stefano Pistolini, il disco in uscita il 16 ottobre e il suo rapporto con pubblico, industria musicale e canzone d’autore.
«Quando avevo sedici anni e avevo già il sogno di fare il cantante si uccise Luigi Tenco. Da quella sera giurai a me stesso che non avrei mai partecipato a Sanremo, per nessun motivo».
E quella promessa Francesco De Gregori la ha mantenuta: non ha avuto bisogno della televisione per farsi strada e questo gli ha permesso di mantenere grande libertà di scelta. La sua “regola d’oro”, racconta, è sempre stata «fare l’artista e basta», osservando l’industria musicale senza mai cavalcarla né subirla.
Seguendo il richiamo delle sue “stramberie”, come le definisce lui stesso, a fine 2024 De Gregori ha trascorso un mese al teatro Out Off di Milano suonando i brani meno conosciuti del suo repertorio. Da quell’esperienza è nato Nevergreen, film diretto da Stefano Pistolini.
Si tratta del terzo progetto audiovisivo realizzato con Pistolini. Stefano [Pistolini, nda] racconta di aver partecipato alle prove, visto i concerti, vissuto gli incontri che solo nei camerini possono succedere: «Lì succedono cose interessanti dal punto di vista umano, dei momenti imperdibili che era inevitabile portassero a una storia “evergreen”. Il nostro è un film musicale, non un film concerto».
Nel corso della conferenza, tenuta nello stesso teatro, De Gregori ha annunciato anche l’uscita, il 16 ottobre, della versione discografica del progetto: «In un’epoca in cui le sequenze rendono i live sempre più vicini alle registrazioni in studio, ho voluto fare il contrario: un disco che somiglia a un concerto».
Francesco è cordiale con chi lo ascolta nell’affollato teatro — dove, per fortuna, l’aria condizionata funziona bene, a differenza di casa mia — e questo rispecchia anche la sua attitudine nei confronti del pubblico, a cui racconta di sentirsi molto legato. Tra artista e ascoltatore si crea infatti un rapporto particolare: pur senza conoscersi davvero, ci si sente vicini. Molte persone credono di conoscerlo attraverso le sue canzoni e considera vera quella sensazione di familiarità.
A proposito di familiarità, l’amicizia è il tema più spesso citato nel corso della conferenza. E non può non emergere il nome di Dalla, che De Gregori definisce come una persona piena di valori e curiosità, ma anche di zone aspre del carattere. «Abbiamo avuto parecchie occasioni di litigare, ma siamo stati di ispirazione reciproca. È stato un grandissimo artista ma apparteniamo a due mondi opposti».
De Gregori odia tre parole: biopic, sold out e VIP. «Ho odiato il film su Bob Dylan e puntare al sold out non ha senso. Ha senso, invece, organizzare concerti in luoghi adatti all’artista e al suo pubblico. A me, ad esempio, piace molto suonare nei club e nei teatri».
Quanto alla terza parola, osserva: «Esco a bere il caffè con i miei amici e vado al supermercato come tutti. Noi, da questo lato del palco, non siamo diversi da chi ci ascolta. Non mi piace quando gli artisti esprimono pareri sulla politica o sull’attualità: non siamo esperti, la nostra opinione conta quanto quella di qualunque altro cittadino. Per questo non ho mai avuto l’obiettivo di sensibilizzare nessuno».
È innegabile che canzoni come “Generale”, “Il panorama di Betlemme” o “Il vestito del violinista” abbiano portato l’attenzione su temi forti come la guerra, ma bastava uscire di casa per accorgersi che il mondo è sempre stato pieno di massacri. Questo tipo di musica oggi non viene premiato e forse De Gregori non avrebbe lo stesso successo se fosse un ventenne che si affaccia al mondo della musica nel 2026. Guarda con diffidenza un’industria sempre più guidata da algoritmi e dinamiche online: «Non voglio farmi governare dall’algoritmo». È probabile, però, che qualcuno di coraggioso gli darebbe comunque spazio.
«Gli uomini dell’industria devono mettersi in gioco, non è facile capire come muoversi in questa industria. Io, ad esempio, ero uno che sapeva scrivere canzoni. Tecnicamente sarei ancora in grado di scrivere una canzone in un pomeriggio, ma non basta la tecnica», racconta. «e da dieci anni non sento più quell’ardente ispirazione».







