Dal jazz alla world, dalla sperimentazione al cemento industriale. Cosa sia e che forma abbia il suono dei Freak Motel non è dato definirlo a priori e di sicuro parliamo di contaminazioni strumentali, apolidi, senza bandiera e senza nazionalità. E questo nuovo vinile dei Freak Motel sta davvero bene dentro il prezioso catalogo della IRMA Records. Si intitola “Human Code” e, note facendo, cerca di codificare il codice che stiamo diventando tutti in questa società “moderna”…
“Human Codec” sembra contenere una visione affascinante: l’idea che ogni esperienza vissuta venga compressa, trasformata, e poi restituita sotto forma di musica. Vi siete mai chiesti cosa si perde — o cosa si guadagna — in questo processo di codifica emotiva?
Certamente! Il concetto stesso di Human codec prevede la possibilità che l’informazione acquisita possa subire una qualche forma di distorsione, perfino le macchine più sofisticate faticano a restituire un’ esatta riproduzione della realtà, figuriamoci la mente umana…ma d’altronde chi ha bisogno di una copia della realtà? La maggior parte della musica che riteniamo di nostro interesse è frutto di una deviazione dalla “norma”, dunque se da un lato qualcosa si perde, dall’altro questi vuoti possono essere riempiti dalla nostra immaginazione. Codificare può essere sinonimo di trasformare, è un modo per dare forma al caos, per renderlo comunicabile. Spesso, in questo passaggio, l’emozione si rigenera, prende direzioni che nemmeno avevamo previsto. A volte ci capita di riascoltare un nostro brano e sentirci raccontati in modo diverso da come ci eravamo immaginati. È lì che capiamo che la musica non è solo un contenitore, ma anche un organismo vivo: riceve, metabolizza, restituisce. Forse si perde è il controllo, ma quello che si guadagna è la possibilità di connettersi davvero con chi ascolta.
Nel vostro lavoro sembra emergere una tensione costante tra il dato individuale e quello collettivo, tra l’identità personale e la rete di relazioni. Nonostante i “codici”, un disco che vive grazie all’imprevedibilità altrui e al suo mutuo rapportarsi, sembra una vera provocazione?
Assolutamente, è il risultato tra ciò che siamo come individui con il nostro vissuto e ciò che diventiamo nel momento in cui entriamo in relazione con l’altro. Il “codice” non è mai statico e muta di continuo nell’interazione, dunque questa imprevedibilità non vuole essere una provocazione, piuttosto un’esortazione ad accettare la vulnerabilità dell’incontro, l’imprevedibilità delle connessioni e adeguare il nostro output di fronte ad un input inaspettato. Ogni traccia del disco è come una conversazione aperta: comincia con una struttura, un’idea, ma poi si apre al rischio, al dialogo con l’imprevisto — sia nei suoni che nei significati. È lì che il dato collettivo prende forma: non come somma di identità, ma come intreccio, come flusso di decodifiche reciproche. In fondo, crediamo che oggi più che mai ci sia bisogno di spazi in cui l’identità non sia una gabbia, ma una frequenza che può sintonizzarsi con altre. Esattamente….nessun uomo è un’isola (cit.) e noi su un isola ci siamo nati!
In che modo la vostra musica — che flirta con l’elettronica, il jazz, il noise — riesce a restare umana, tattile, nonostante i codici digitali da cui parte?
Abbiamo posto grande attenzione a questo aspetto e a nostro avviso crediamo che ciò che la mantenga umana sia perchè ogni singola nota è stata performata ed è la diretta conseguenza di un gesto. Anche dentro un campione, un loop, un synth programmato, può vivere qualcosa di profondamente tattile, emotivo, imperfetto. La tecnologia per noi non è un filtro, ma una possibilità: non la usiamo per simulare l’umano, ma per amplificarne le contraddizioni, le fragilità, i cortocircuiti e questo aspetto si palesa nei live. Trattiamo i suoni digitali come materia viva, li sporchiamo, li deformiamo, li mettiamo in relazione con strumenti acustici, con l’improvvisazione, con la fisicità del gesto.
Ogni traccia sembra un luogo, un’eco di geografie emotive e culturali diverse. Quanto c’è di autobiografico in questi paesaggi sonori? E quanto invece arriva da altrove, da suggestioni rubate al mondo?
Spesso non distinguiamo davvero tra ciò che è autobiografico e ciò che viene da input esterni. In un certo senso, tutto è autobiografico, anche quello che ci colpisce per caso, una voce registrata, un ritmo captato da un documentario o una idea presa in prestito da qualche artista che ci piace. La nostra scrittura parte sostanzialmente da un impulso emotivo, un’immagine mentale o da un’urgenza condivisa. Ogni traccia, sì, è sicuramente un luogo, ma non sempre sappiamo dove siamo finché non ci arriviamo. A volte è una geografia personale, un territorio immaginato, altre ancora un frammento di mondo che ci ha attraversati. C’è sicuramente una parte di noi che cerca radici in questi suoni. In questo senso, la scrittura è anche un atto di empatia. Di decodifica, appunto.
Nel vostro percorso c’è sempre stata una certa urgenza nel fondere generi, nell’inseguire un’identità musicale non definibile. “Human Codec” è il punto d’arrivo di questa ricerca o l’inizio di una nuova fase?
Diremmo che quest’album è più un punto di transizione che un punto d’arrivo. È il frutto di una ricerca che ci ha spinti a non chiuderci in un genere, ma a costruire un linguaggio nostro, fluido, ed aperto a nuove sfide. La commistione è più una necessità espressiva che una scelta estetica, abbiamo fatto i conti anche con una certa bulimia sonora che ci accompagna da sempre, intesa come desiderio di assorbire, mescolare, metabolizzare tutto ciò che ci attraversa. Con Human Codec ci siamo spinti oltre nella consapevolezza formale, aprirci al rischio e al dialogo. È un disco che ci ha aiutato a ridefinirci, ma che ci ha anche lasciato domande aperte e da quelle vogliamo ripartire. Forse ogni disco, per noi è l’inizio di una nuova fase, ed in fondo è questo il bello!







