-Di Silvia Ravenda-
In Piazza Unità d’Italia, Damon Albarn guida tredici musicisti e sedicimila persone dentro venticinque anni di canzoni. Poi salta la corrente e resta il corpo.
Piazza Unità d’Italia si apre sul mare. Il palco era pronto da giorni e i primi ragazzi erano arrivati contro la transenna dal mattino, con le bottiglie d’acqua scaldate dalle ore di attesa. Intorno, Trieste il 25 luglio, continuava a riversarsi nella piazza fino a riempirla: sedicimila persone per una delle due date italiane dei Gorillaz. Lo show era stato annunciato prima per le 21, poi per le 21.30. Alle 21.16 la band è entrata e ha attaccato. Nessun conto alla rovescia, nessun ingresso costruito per dilatare l’attesa. Dopo una giornata trascorsa a guardare un palco ancora vuoto, la musica era già lì. Venticinque anni di una band che sulla carta non esiste prendevano corpo davanti al mare.
Per me la serata era cominciata prima, con Omar Souleyman. Occhiali scuri anche col buio, keffiyeh, un solo tastierista al suo fianco: gli è bastato questo per prendere una piazza che in gran parte aspettava qualcun altro. Per mezz’ora il musicista siriano ha fatto correre il dabke elettronico sotto un canto in arabo e in curdo. Quasi nessuno seguiva le parole; il ritmo aveva raggiunto tutti dal primo minuto. Souleyman sorrideva dalla propria immobilità, mentre davanti a lui la piazza perdeva poco alla volta ogni distanza. La sua presenza sembrava appartenere a un concerto separato. Più tardi sarebbe tornato sullo stesso palco, dentro la musica dei Gorillaz, e quella mezz’ora avrebbe trovato il proprio posto nella serata.
I Gorillaz nascono nel 1998 da un’idea di Damon Albarn e Jamie Hewlett: togliere la rockstar dal centro e affidare il volto del gruppo a quattro personaggi animati. Ventotto anni dopo, il progetto dal vivo possiede il peso dei corpi. A Trieste c’erano tredici musicisti. Dietro di loro scorrevano 2-D, Murdoc, Noodle e Russel, riconosciuti da una piazza intera al primo fotogramma. Davanti allo schermo lavorava una band larga, attraversata da strumenti e provenienze diverse. Le due presenze reggono insieme il concerto: i personaggi custodiscono la mitologia, i musicisti le danno massa. Basta guardare Albarn passare dalla melodica al piano per capire dove si trova il centro vitale dello spettacolo. In altri momenti imbraccia la keytar. Sta dentro l’ensemble e lo spinge con un gesto; subito dopo si volta verso il pubblico e lo chiama a entrare.
L’apertura con “The Mountain”, title track del disco uscito il 27 febbraio 2026, cambia subito l’aria della piazza. Il sitar traccia il tema; bansuri e tabla gli danno respiro e pulsazione. Sullo schermo Noodle attraversa una giungla indiana e la voce postuma di Dennis Hopper scende dall’alto con la gravità di un oracolo. Il nuovo album nasce da un viaggio in India e da un lutto: Albarn e Hewlett hanno perso i padri a dieci giorni di distanza, nel luglio 2024. Sei brani della scaletta di Trieste arrivano da quel disco. Portano nel repertorio una lingua musicale capace di alterarne le proporzioni, con le percussioni indiane che si insinuano nell’elettronica e il bansuri di Ajay Prasanna che apre uno spazio inatteso. Il concerto parte da qui, da una musica recente che reclama subito il proprio posto accanto ai brani attesi da venticinque anni.
Con “The Happy Dictator” appaiono gli Sparks sullo schermo e Albarn alza le braccia per dirigere la piazza. “Tranz” arriva subito dopo e guadagna massa. La melodica, presente fin dal primo disco, taglia il brano con il suo timbro sottile; Albarn passa al piano e poi alla keytar, torna al microfono, controlla con lo sguardo ciò che gli accade intorno. Il basso di Seye Adelekan regge il fondo. Su “19-2000” trova con la chitarra di Jeff Wootton uno degli incastri più vivi della serata, mentre le percussioni di Karl Vanden Bossche mantengono il concerto in tensione. La limpidezza del suono lascia percepire ogni strato anche dentro una piazza aperta e piena. Qui si misura la forza della macchina dal vivo dei Gorillaz: un repertorio nato in studio, costruito attraverso campioni e collaborazioni, viene affidato a mani visibili e conserva tutte le sue discontinuità.
Anche gli ospiti entrano nella musica per cambiarne l’assetto. Kara Jackson porta “Orange County”, il pezzo del fischio e del sitar, verso una temperatura più fredda. Il suo contralto resta basso, quasi parlato, e per qualche minuto riduce il respiro della piazza. Michelle Ndegwa prende “Kids With Guns” e la spinge in profondità: dal palco il brano arriva più scuro e urgente della versione incisa. Pos dei De La Soul compare in “Superfast Jellyfish” e torna per “Feel Good Inc.”. Quando parte il basso discendente del ritornello, la sua cadenza trova sedicimila voci già pronte. La piazza esplode perché conosce il punto esatto in cui farlo, e lui lascia che sia quella risposta a completare il pezzo.
Yasiin Bey entra nella pulsazione elettro-funk di “Stylo” e porta con sé la gravità di una voce che il pubblico riconosce ancora prima di metterla a fuoco. Resta per “Damascus”. A quel punto Souleyman ricompare dalla stessa porta attraverso cui era entrato a inizio serata. Lui e Bey si scambiano le strofe sopra la tabla; il dabke passa dentro il rap e il brano cambia forma mentre lo ascolti. La scelta di Souleyman come apertura acquista qui il proprio significato. La serata lo aveva presentato da solo, quasi estraneo alla storia principale; Albarn lo riprende e lo colloca al centro della propria musica. Bootie Brown arriva poi su “Dirty Harry”, spinto dal tamburo militare e da un basso che si sente nello sterno. Nessuno attraversa il palco per una comparsa celebrativa. Ogni ingresso modifica la canzone e costringe la band a trovare un nuovo equilibrio.
Intorno ad Albarn affiorano anche i segni che si porta dietro. Sul pianoforte brilla un eptagramma, la stella a sette punte che lo accompagna da “Dr Dee”, l’opera dedicata nel 2011 a John Dee, matematico e occultista alla corte di Elisabetta I. Albarn la chiamava the Seven: per Dee, il sette apparteneva alla geometria attraverso cui comunicava con gli angeli. Sulla camicia c’è una piccola spilla con la scritta Studenti pobeđuju, “gli studenti stanno vincendo”. È lo slogan dei ragazzi serbi scesi in piazza dopo il crollo della pensilina di Novi Sad del 1° novembre 2024, costato la vita a sedici persone. In un anno e mezzo quelle proteste sono diventate una spina nel fianco di Aleksandar Vučić. Una stella rinascimentale sul tavolo degli strumenti e una rivolta contemporanea appuntata sul petto raccontano Albarn con più precisione di molte dichiarazioni. Lui le lascia lì, visibili a chi ha voglia di accorgersene.
A metà di “Plastic Beach” salta tutto. Il palco si spegne e il suono viene inghiottito in un istante. Per qualche minuto sedicimila persone guardano il vuoto lasciato dagli schermi. Il concerto aveva tenuto insieme fino a quel momento la presenza dei musicisti e l’universo animato di Hewlett; il guasto li cancella entrambi. Albarn scende dal palco. Parla con le prime file e si lascia fotografare. Poi stringe le mani che arrivano dalla transenna. Era già sceso tra il pubblico durante la serata. Nel buio quel gesto assume un altro peso, perché intorno non c’è più alcun dispositivo capace di sostenerlo. Resta un uomo di cinquantotto anni davanti alle persone venute per lui, divertito dall’imprevisto e capace di restarci dentro. La corrente torna e il concerto recupera subito precisione. Quel minuto vuoto rimane aperto dentro la serata: l’immagine più semplice, e forse la più fedele, della carne dei Gorillaz.
In piazza c’erano cinquantenni con “Clint Eastwood” nelle orecchie da una vita e bambini sulle spalle dei padri. Le voci più sicure arrivavano dai ragazzi. Conoscevano ogni parola e ogni stacco di un catalogo cominciato prima che molti di loro nascessero. È questo il dato che resta mentre il concerto si avvicina alla fine: venticinque anni di canzoni cantati a memoria da chi ne ha venti. I personaggi creati per liberarsi della rockstar sono sopravvissuti alla propria origine e hanno continuato a cambiare pubblico. A Trieste i più giovani se li sono presi senza alcun bisogno di nostalgia. Da Omar Souleyman fino a “Clint Eastwood”, sul palco nessuno ha arretrato di un passo. In platea, dopo oltre due ore, nessuno sembrava disposto a lasciare andare quella musica.
Alla fine vanno nominati quelli che non si vedono mai, Vigna PR e FVG Music Live, Luigi Vignando e Luca Tosolini, hanno mosso una macchina da sedicimila persone senza una sbavatura, con un deflusso ordinato e un rientro sereno, la sensazione — rara — di essere stati tenuti per mano tutta la sera. È il lavoro che si nota soltanto quando non c’è. Quella sera c’era, e non si è visto. Che è poi il modo migliore di esserci.
Scaletta
The Mountain
The Happy Dictator
Tranz
Last Living Souls
19-2000
Rhinestone Eyes
Slow Country
El Mañana
On Melancholy Hill
Orange County (Kara Jackson)
Delirium
Strobelite
Andromeda
She’s My Collar
Superfast Jellyfish (Pos, De La Soul)
Kids With Guns (Michelle Ndegwa)
Stylo (Yasiin Bey)
Damascus (Yasiin Bey, Omar Souleyman)
Dirty Harry (Bootie Brown)
Feel Good Inc. (Pos, De La Soul)
Bis
Cloud of Unknowing
Plastic Beach
The Shadowy Light
Clint Eastwood







