-Di Chiara De Luca-
Con “Hanbleceya” gli Shiny Dust trasformano la Lucania in materia Rock: Psichedelia, Stoner e Alternative dentro un disco che suona fisico e necessario.
Gli Shiny Dust nascono nel 2022 come duo strumentale – Enzo Di Stefano e Nicola Antonio Cotugno – e nel giro di tre anni diventano sette. Il 5 dicembre 2025 esce “Hanbleceya” per Soundinside Records: dieci tracce che attraversano Alternative Rock, Indie, Stoner e psichedelia, in quello che la band chiama Calank Rock, un rock che parte dai calanchi lucani, quei canyon di argilla che somigliano a qualcosa tra Arizona e luna. Un mood che ricorda l’America, ma sviluppatosi nella provincia di Matera.
«Shiny Dust è polvere lucente, quella stessa polvere che da anni avvolge le terre del sud e in particolar modo le terre della Lucania, viaggiando tra paesaggi alieni e argille aride e immobili, dove risuona solo il vento da migliaia di anni». Quanto pesa davvero la Basilicata nel vostro suono?
La Basilicata è una terra di incredibile bellezza paesaggistica, dalle montagne innevate ai deserti polverosi. È fatta di non luoghi silenziosi che non cercano risposte, ma creano domande, sono abitati da gente disillusa e hanno bisogno di essere esplorati a fondo per essere compresi. È proprio questo contrasto che ci ha portati a costruire una musica che sa essere estremamente colorata, ma anche estremamente oscura e disturbante. In alcuni brani, come Modern Prayer, il tema principale è costruito su una melodia di tradizione popolare lucana. Un altro esempio è il brano About Lost Youth in cui abbiamo voluto ricreare un commiato dolce e doloroso del ricordo di sé, vulnerabili ma vivi. La Basilicata è proprio così, una regione piena di fragilità – dall’alto tasso di disoccupazione, all’eco-mafia, ai disastri ambientali, all’emigrazione sfrenata – e il nostro suono rappresenta in pieno le vulnerabilità e la coscienza dell’uomo contemporaneo nevrotico, vittima di alienazione, isolamento e privo di unità… questa frammentazione si palesa continuamente nella nostra terra d’origine.
Avete inventato un genere – Calank Rock, dai calanchi lucani. Come si traduce un paesaggio geologico in musica rock?
Non abbiamo inventato un genere in senso stretto, volevamo solo creare un immaginario. I Calanchi sono un paesaggio lunare antico fatto di colline di argilla, che richiamano l’aspetto dei grandi deserti americani. Le chitarre riverberate del disco si dislocano tra sabbie, miraggi. Le voci si muovono tra confessione, denuncia, ritmi tribali che ora corrono, ora crollano, ora danzano. L’espressione Calank Rock vuole semplicemente essere un omaggio ai territori in cui abitiamo e siamo cresciuti. Facciamo musica americana senza esserlo e l’espressione Calank Rock è chiaramente una provocazione quasi giocosa ed un intreccio di parole che ci piaceva, perchè qui abbiamo i calanchi e non il deserto, o meglio quello ce lo avremmo pure…quello dell’anima, di cui parliamo nei nostri brani! Ogni brano è costruito conservando un’essenza viva, sporca e diretta, mischiando generi come la Psichedelia, l’Indie Rock, l’Alternative Rock, lo Stoner e il Desert Rock.
Hanbleceya significa ‘piangere per una visione’. Perché un rito dei nativi americani per raccontare la Lucania?
Hanbleceya è un viaggio spirituale tra le crepe e i deserti dell’anima, come dicevamo prima. Inconsapevolmente, forse, stiamo raccontando la Lucania. Non era nostra intenzione, ma evidentemente quello che ci portiamo dentro esce allo scoperto. Il rito sacro dei nativi americani prevede che l’individuo si confronti con il buio per trovare la luce e raggiungere un equilibrio. Ogni viaggio trasforma il soggetto in modo irreversibile. Fare musica in Lucania è estremamente difficoltoso, esistono poche realtà stimolanti… in un certo senso chi decide di restare, ogni giorno, silenziosamente, deve rimboccarsi le maniche per cercare di trovare uno spazio.
L’EP d’esordio era un road movie, Hanbleceya è un rito solitario. C’è un filo che collega questi due mondi narrativi?
Il filo conduttore è il concetto del viaggio. Uno è un viaggio all’esterno e l’altro è un viaggio all’interno. In entrambi in casi l’invito è a guardare dentro e attraverso se stessi per perdersi e ritrovarsi. Ogni brano è una tappa di questo cammino.
BerBert e Malcool sono entrati come ospiti sull’EP, poi sono rimasti. Quel passaggio – da ospiti a membri stabili – ha cambiato il modo in cui scrivete?
Gli Shiny Dust nascono come duo strumentale (Enzo Di Stefano e Nicola Antonio Cotugno) e, con l’ingresso di BerBert (Giulio Maria Labianca) e Malcool (Marco Faniello), la composizione dei brani si è spostata e si è ricalibrata sulle rispettive specificità e personalità. Tutti i testi sono interamente scritti da loro. L’approccio alla scrittura quindi è cambiato perchè doveva sposarsi con le esigenze delle liriche, trasformando le loro storie in immagini sonore, in un processo artigianale e di ricerca.

Hanbleceya «non consola, ma accoglie». Come lo spieghereste a chi non conosce questo genere? E quali sarebbero le motivazioni per spingere ad ascoltarlo?
La prima importante e principale motivazione è di carattere musicale. Fare rock oggi in Italia è una sfida, in quanto è un genere che ormai appartiene sempre meno alla cultura del nostro paese. Nonostante ciò noi rimaniamo ottimisti, esistono numerosi progetti validi che meritano grandissima attenzione e dignità. A chi cerca un certo genere musicale e un’alternativa allo scenario musicale attuale del mainstream sicuramente la nostra musica potrebbe affascinare e piacere.
La seconda motivazione è che Hanbleceya non è un disco che vuole essere autocommiserativo, ma vuole innescare una riflessione in chi ascolta sui problemi che affliggono quotidianamente le persone. Dalla dignità che è diventata merce di scambio, alla critica feroce verso la cultura dell’apparenza e dei social, alla disperazione di chi invoca un Dio che non risponde più.
Immaginiamo la scena: un ascoltatore distratto entra in un locale per bere una birra, senza sapere chi siete, e si ritrova nel bel mezzo di un vostro concerto. Con quale sensazione o con quale ‘parola in testa’ vorreste che tornasse a casa quella sera, una volta spenti gli amplificatori?
Cazzo il rock non è morto! É ancora possibile fare musica suonata e strutturata addirittura con 7 elementi…aah, questo rock ha suonato così forte da zittire ogni pensiero nella mia mente e travolgere tutto il resto!
Rock ‘n’ Roll can never die, come diceva un cantautore canadese nel 1979.
Alla domanda su quale parola vorrebbero che un ascoltatore portasse a casa dopo un loro concerto, la risposta arriva senza esitazione. In un paese dove il Rock suonato da sette persone su un palco è diventato eccezione, quella frase vale come manifesto. “Hanbleceya” è il resto.
Shiny Dust: Giulio Maria Labianca, Marco Faniello, Enzo Di Stefano, Enrico Marchianò, Nicola Antonio Cotugno, Donato Manco, Nicola Santalucia







