-di Chiara De Luca-
Dall’album “Music for Rapine” alla ricerca dell’imperfezione analogica: Wepro racconta scrittura, algoritmi, live e nuove generazioni in una conversazione sul presente della musica.
C’è una tensione cinematografica che attraversa l’ultimo lavoro di Wepro, “Music for Rapine”. Non è solo un esercizio di stile, ma una necessità fisica di scappare dalla perfezione asettica del presente per rifugiarsi in un’umanità sporca, analogica e vibrante. Abbiamo incontrato Marco per parlare di fughe, di algoritmi e di quella “fissa” che, a trent’anni, lo fa sentire ancora un bambino davanti a un parco giochi sonoro.
Nel 2015, durante la tua parentesi americana tra Boston e New York, ti definivi un “artigiano”, curando in totale autonomia ogni aspetto del tuo lavoro, dalla composizione alle grafiche. Oggi, con “Music for Rapine”, sembri suggerire che la vera avanguardia non sia più la perfezione digitale, ma l’errore umano. È così?
Sì, ne sono convinto: il futuro sarà sicuramente l’imperfezione. Viviamo in un mondo che tende già a una perfezione quasi asettica e proprio per questo credo che si ricercherà sempre di più l’umanità; in realtà è un processo che sta già accadendo. Stanno uscendo sempre più album in cui si torna all’analogico, a quei suoni naturali e crudi che non cercano la pulizia assoluta. Parlo di registrazioni che, tecnicamente, potrebbero persino sembrare “sbagliate”, o dell’uso dei tape machine per ottenere quel calore vintagione che, paradossalmente, non è high quality nel senso tradizionale del termine. In un’epoca in cui si ipotizza persino di impiantare l’intelligenza artificiale nel cervello, spero che la musica rimanga un territorio dove cercare e preservare la nostra umanità.
La tua tracklist è costruita in modo che i titoli dei brani, letti in sequenza, formino una frase di senso compiuto: «Sexy, perché sei cool come nel giorno in cui, nella rapina più bella, ti ho detto “Ti amo” ma non lo pensavo…». In un’epoca dominata dalla frenesia dei contenuti rapidi e dai TikTok di 30 secondi, questa scelta può essere considerata una forma di resistenza?
Certamente, può essere interpretata in questo modo. La mia intenzione era quella di creare un “film” piuttosto che un video di 30 secondi. Volevo restare ancorato a quell’idea di interezza dell’opera che oggi si sta smarrendo a causa della velocità estrema con cui consumiamo i contenuti; ormai le tracce diventano virali spesso solo per uno spezzone di pochi secondi finito in un algoritmo. Credo che questo sia forse il primo album al mondo a proporre una struttura simile utilizzando vere canzoni e non semplici tracce noise o di protesta. Al di là dell’aspetto ludico e del divertimento nel comporla, la mia volontà era proprio quella di “agganciare” le tracce tra loro per preservare un flusso narrativo unitario che costringa a un ascolto più profondo.
Se la tua vita fosse un film d’azione e questo disco rappresentasse il momento della rapina, quale sarebbe lo scenario successivo?
Sicuramente vedo fuga. Vedo tanto scappare, visto che la vita ormai è diventata uno scappare continuo da una cosa all’altra. Però spero che prima o poi ci si fermi, perché non si può correre per sempre. L’ho chiamato “Music for Rapine” perché è il periodo, sia storico che personale, che sto vivendo, sempre molto movimentato. Ma non credo che sia sostenibile una vita di corsa: o ti fermi tu o ti ferma la vita in qualche modo. Quindi ci vedo una fuga, però ci vedo anche che sono a casa e mi godo i soldi che ho rubato.
Nei tuoi testi affronti temi centrali che spesso scardinano i canoni sociali tradizionali: il peso del pregiudizio, la bisessualità, le relazioni aperte. Come riesci a mantenere l’equilibrio tra l’urgenza di raccontare queste realtà e il rischio di trasformarle in un mero “vezzo artistico” o in un semplice espediente per attirare l’attenzione?
In realtà non mi sono mai posto il problema in questi termini, perché per me si tratta di tematiche assolutamente normali e alla portata di tutti. Non c’è mai stata l’intenzione di giudicare o di cavalcare una moda; il mio obiettivo era semplicemente rappresentare ciò che accade intorno a me. Oggi realtà come la fluidità o le relazioni non monogame sono ormai presenti e consolidate; parlarne per me significa dare valore a questo presente, usandolo come un rafforzativo della narrazione. È stato un processo estremamente naturale: la parte musicale e quella tematica si sono influenzate a vicenda, senza alcuna forzatura.
C’è una sorta di distacco tra te e il tuo pubblico durante i live o punti a una connessione più viscerale e profonda?
In realtà li considero da sempre come degli amici. Quando vedo qualcuno che si presenta ai concerti con una maglietta autoprodotta con sopra i miei testi, non vedo un “fan fissato”, ma una persona con cui vorrei davvero legare. Mi viene spontaneo dirgli: “Grazie bro!”. È tutto molto familiare: ci beviamo una birra insieme, chiacchieriamo… sento un’unione fortissima e molto amore durante le esibizioni. Credo dipenda anche dal fatto che ho costruito ogni cosa completamente da solo, partendo da zero; quando ricevo una risposta di questo tipo, percepisco un senso di amicizia autentica, non un semplice supporto artistico. So di essere molto onesto nel mio modo di esprimermi: credo che se ti piace la mia musica, in fondo sia perché ti piaccio anche io come persona
Attraverso Atlante, la tua accademia e casa di produzione a Roma, ti occupi attivamente di affiancare e valorizzare nuove progettualità artistiche. In questo scambio costante, cosa senti di ricevere e imparare dal confronto diretto con le nuove generazioni?
Imparo moltissimo dalle persone con cui collaboro; la loro genuinità mi aiuta a riscoprire aspetti che magari avevo accantonato o a impararne di completamente nuovi. Quando mi interfaccio con un ragazzo di diciotto anni che porta una visione fresca, io, che ne ho trentadue, sento subito la curiosità di capire come i più giovani si muovano e come pensino oggi. Mi sono reso conto che gli schemi mentali tendono a ripetersi, riproponendosi in epoche diverse, ma questo tipo di confronto resta un’esperienza estremamente stimolante da cui si apprende davvero tanto
Tra vent’anni, quando sarai un uomo e un artista diverso, cosa speri di aver preservato del Marco che ho davanti oggi?
Certamente la “fissa”, ovvero quella passione viscerale per ciò che faccio. Spero di essere ancora capace di estranearmi dal resto del mondo e di restare, in fondo, quel bambino che si diverte a giocare con la sua strumentazione. Quell’entusiasmo va salvaguardato a ogni costo: è la vera chiave per godersi l’esistenza e per mantenersi mentalmente giovani ed elastici. Sento che una vita sola non mi basta; avrei voglia di rinascere altre mille volte per sperimentare tutto quello che il mondo ha da offrire. La vita sa essere brutale in certi momenti, ma nasconde anche aspetti incredibili. Quando nasci accetti il “pacchetto completo”, con tutte le sue difficoltà, ma il regalo finale resta comunque straordinario.
Mentre Marco parla, l’entusiasmo di cui discute non è un concetto astratto, ma qualcosa che gli brilla negli occhi. In un mercato che chiede risposte veloci e rassicuranti, Wepro sceglie di continuare a farsi domande, a scappare dai canoni e a “rubare” tempo alla frenesia per restituirlo sotto forma di canzoni. La sua fuga non è ancora finita, e forse è proprio questo il bello: il regalo, come dice lui, è tutto nel viaggio.
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