Dal palco di Sanremo alla “scrittura-giallo”: il cantautore romano racconta il suo nuovo progetto tra musica e parole, cercando il futuro nel passato.
di Chiara De Luca
Simone Avincola è un cantautore che negli anni ha allargato il campo della propria scrittura, spostandosi tra musica, parole e memoria. Il 13 settembre 2025 sono usciti il libro Enzo Carella – Dolce tu per tu e il disco Avincola canta Carella, due progetti complementari che riportano l’attenzione su una figura rimasta ai margini del grande pubblico ma centrale nella storia della canzone italiana.
Lo abbiamo intervistato telefonicamente per parlare di canzoni e di oggetti, di quartieri e viaggi, di autenticità e mercato, del rapporto con il pubblico e del bisogno — sempre più raro — di restare fedeli a una scrittura che nasce dal presente.

Ciao Simone, anzitutto come va? In che fase della tua vita ti senti?
Secondo me sono in un momento un po’ di mezzo che, forse, capirò in futuro. Artisticamente parlando non scrivo canzoni da qualche anno, anche se recentemente ne ho scribacchiata qualcuna nuova (finalmente!). E questa pausa l’ho riempita in altri modi, scrivendo un libro su Carella ad esempio. È un po’ strano, è come se avessi i panni di scrittore ma, in realtà, non lo sono. Anzi, vorrei tornare nei panni comodi di cantautore.
Quindi la veste di cantautore resta la tua preferita?
Esatto, però mi annoio spesso, o ho paura di farlo, per cui ogni tanto mi invento qualcosa. Sempre riguardante artisti, ma non per forza i miei album e la mia musica. È anche un modo per sperimentare: posso uscire dalla stanza dello scrivere canzoni, entrare in quella della musica o in una parallela, dove le cose possono funzionare diversamente.
Quando sei entrato per la prima volta nella stanza della musica?
A casa si è sempre ascoltata molta musica. Mio padre strimpellava spesso la chitarra e lo fa tuttora, mi ha insegnato i primi accordi, poi ho iniziato a studiare. Parallelamente, mi ha insegnato le prime canzoni, quelle dei cantautori storici, iniziando da Battisti, passando per De Gregori e arrivando a Guccini. Così ho iniziato a conoscere la forza della parola e ad appassionarmici. E da lì ho sentito l’esigenza di sperimentare la forza delle mie parole, spinto anche dalla curiosità di vedere cosa sarebbe successo se avessi applicato loro alla musica che stavo studiando.
Così sono nate le prime canzoncine e i cortili di Garbatella erano il mio palco. Da lì ci ho creduto e, pian piano, ho iniziato a stringere amicizia con dei musicisti della mia età ed è nato tutto.
Dentro di te convive l’animo della Garbatella da una parte e della Catalogna dall’altra. Quanto questa dicotomia ha influito sulla tua produzione artistica o sulla tua vita?
Garbatella ha sicuramente influenzato i miei inizi. A me hanno sempre incuriosito i quartieri popolari e i personaggi che li vivono, ho iniziato a inventare delle storie su di loro. Per la Catalogna non ci ho mai pensato, è più difficile. Adesso mi verrebbe da dire che la mia creatività si sia sviluppata anche perchè fin da bambino ero abituato a viaggiare, prendere aerei, andare a trovare i parenti a Barcellona. E mi sono sempre sentito a mio agio in contesti diversi, narrazioni nuove. Diciamo che le mie due parti si fondono perfettamente.
Facendo un breve excursus sulla tua carriera – per poi arrivare al tuo ultimo progetto – nei tuoi primi lavori c’era un grande impegno sociale, che poi ha lasciato spazio alle cose semplici (lattine, tapparelle, letti…) e, al tempo stesso, mai banali. Cosa è cambiato in te?
Guardandomi indietro, mi sono accorto di aver fatto un percorso – concluso ormai, tant’è che non faccio più quel genere di canzoni – e di aver trovato finalmente una scrittura che emoziona pure me, sia quando la scrivo che quando canto. Prima mi sembrava un po’ un rifarmi a quel mondo degli anni ’70, che è la mia passione ma che non era più il mondo che avevo intorno. A un certo punto mi sembrava proprio di cantare davanti allo specchio, senza nessuno dall’altra parte.
E quindi è venuto naturale renderle più contemporanee. Me ne sono accorto dopo, perché io non so mai cosa andrò a scrivere, parto sempre da una sensazione. E poi ho visto che l’ultimo album era pieno di oggetti. Probabilmente mi affascinano più delle persone, perché gli oggetti, a seconda dei contesti e del periodo storico, possono cambiare storia ogni volta, col passare del tempo.
Quindi una lattina non è soltanto espressione di un singolo concetto…
Esatto! Cambia in base al momento, alla persona… è proprio questo il punto. A me piace molto che, attraverso una cosa apparentemente banale, che ci passa davanti agli occhi e su cui di solito non ci soffermiamo, si possa invece trovare una profondità. E quell’oggetto può diventare un pretesto per raccontare qualcosa di più.
E questa attenzione al dettaglio ritorna anche nel tuo nuovo progetto. È da poco uscito il tuo libro su Enzo Carella, accompagnato da un album in cui tu e diversi artisti ridate vita alle sue canzoni. Perché proprio Enzo Carella?
Io ho una fissa per i cantanti e cantautori che sono rimasti un po’ nell’ombra, al punto da avere nel telefono una lista che si riempie giorno dopo giorno di più. Poi mi si è accesa questa lampadina, perché sono successe un po’ di cose strane intorno al nome Carella. Con lui ha collaborato Pasquale Panella, con cui ho collaborato anche io grazie a Morgan. A Sanremo facevano i meme sulla mia somiglianza con lui. Insomma, ci sono state una serie di cose che mi hanno circondato e che già conoscevo, però poi mi si è riaccesa quella lampadina, quella che mi si era accesa quando feci il documentario su Stefano Rosso nel 2013.
Mi piace indagare e capire perché un artista di qualità non sia arrivato al successo. Quanto è dipeso dal carattere? Quanto dal periodo storico? Parlando di Carella, artisticamente mi piace tantissimo, è uno che ha sperimentato. I pezzi suoi sembrano scritti “domani”, sembra che debbano ancora arrivare davvero. Sono molto attuali.
Secondo te, perché lui non è arrivato ai molti?
Diciamo che una motivazione me la sono data a fine scrittura, tutto il libro ha un po’ la forma di un giallo. È come se avessi cercato di investigare, di capire cosa sia successo intervistando amici, musicisti, persone che lo hanno conosciuto.
Secondo me c’era sicuramente un fattore legato al carattere. Era una persona molto altalenante: aveva momenti altissimi, in cui sentiva il bisogno di dimostrare quello che era, e momenti in cui invece si chiudeva completamente in se stesso. Questa cosa lo ha accompagnato per tutta la vita, dall’adolescenza fino alla fine, indipendentemente dall’età.
Quello che emerge un po’ è che non era molto affine alla discografia e al mercato. E poi, se contestualizzi le sue musiche nel periodo in cui sono uscite e guardi cosa circolava in quegli anni, ti rendi conto che erano davvero particolari. Mischiare il funky con il prog, insieme ai testi criptici e surreali di Panella, era un insieme di elementi fuori dagli schemi.
Nella tua carriera c’è anche un documentario, Stefano Rosso: L’ultimo romano. Anche qui parliamo di un altro cantautore romano, coetaneo di Carella e perso nell’oblio. Cosa ti spinge a voler riportare a galla queste figure? Senti che nel panorama musicale contemporaneo manchi qualcosa?
In realtà entrano in gioco una serie di dinamiche. Mi piacerebbe, nel mio piccolo — anche se è un sogno — dimostrare ai discografici e al mercato che questi artisti, oltre ad avere un grande valore, hanno anche una risposta di pubblico. Perché poi, alla fine, io e te stiamo parlando e sappiamo chi sono Stefano Rosso o Enzo Carella. E, facendo il libro, ho scoperto che tantissime persone ad esempio amavano Carella: pensa a Samuele Bersani, per esempio.
Non credo che la scena attuale sia tutta da buttare o che la musica fosse meglio prima. Credo, però, che oggi manchi un discorso di autenticità, molto presente in questi artisti. Prima la musica si creava per il gusto di farlo, a prescindere dal mercato – è importante capire il periodo storico entro il quale ci si muove, ma non può diventare il punto di partenza.
E oggi credi che sia così?
Oggi è tutto rovesciato. Si parte dal chiedersi che cosa possa funzionare e poi si scrive un pezzo in quella direzione. Loro, invece, dimostrano l’opposto: i loro brani sono pezzi di grande qualità, di estrema sperimentazione, fatti con il cuore e che non passano mai, rimangono sempre attuali.
A proposito della scena attuale, hai partecipato a due Sanremo (sei uno dei vincitori di Sanremo Giovani 2020 e hai partecipato tra le Nuove Proposte nel 2021 con il brano Goal!). Che ricordo hai di queste esperienze?
Le ricordo soprattutto con grande divertimento. Ovviamente c’erano tensione ed emozione, ma prevaleva la voglia di riscatto: lungo il percorso incontri anche persone che non credono in quello che fai, e arrivare su quel palco è stato un modo per dimostrare, prima di tutto a me stesso, di essere arrivato fin lì.
Per un cantante Sanremo resta sempre un traguardo importante. Io ho calcato il palco dell’Ariston nel 2021 senza pubblico, ed è vero che mancava quella parte fondamentale, però è stata comunque un’esperienza bellissima e molto seguita. In un certo senso mi sento anche fortunato.
Qual è il tuo rapporto con il pubblico?
Per me è fondamentale. Ogni volta che salgo sul palco è l’unico momento in cui sento che tutto, finalmente, quadra. Poi scendi e tornano i casini della vita, ma lì sopra no. Mi piace anche parlare, scherzare, rompere quella barriera che spesso c’è tra artista e pubblico: abbattere la “quarta parete”, soprattutto nei concerti più piccoli e intimi.
Mi piacciono entrambe le dimensioni, ma nei club e nei locali c’è uno scambio diverso: puoi guardare le persone negli occhi, sentirle davvero.
Per chiudere, dove ti vedi tra dieci anni, come persona e come artista?
Faccio fatica a immaginarmi così in là, soprattutto dal punto di vista musicale. Io vivo molto nel presente: ho dei progetti, certo, ma penso soprattutto a quello che sono oggi. La parola “futuro”, nella musica, l’ho sempre un po’ scacciata, perché ho capito che concentrarmi sul presente è l’unico modo che ho per fare davvero le cose. Oggi sono questo, oggi c’è questo progetto, ed è da qui che parte tutto. Persona e artista, poi, per me non sono due cose separate. Quello che scrivo e quello che porto sul palco nasce da quello che vivo, da quello che sono.
Forse l’unica cosa che posso augurarmi è di restare fedele a me stesso. Oggi non è così scontato, anzi, sta diventando sempre più difficile. Se tra dieci anni riuscirò ancora a riconoscermi in quello che faccio, quella sarà già una gran cosa.
Dalla musica alla scrittura, passando per il lavoro su Enzo Carella, il percorso di Simone Avincola resta legato a un’idea precisa di racconto: partire dal presente, osservare ciò che spesso passa inosservato, dare spazio a una voce che non cerca scorciatoie. Le canzoni, gli oggetti, le figure dimenticate diventano così modi diversi di dire la stessa cosa.
Che sia su un palco, in un club o nelle pagine di un libro, Avincola continua a lavorare nello stesso punto di equilibrio: quello tra vita e musica, dove l’urgenza non è “funzionare”, ma restare riconoscibili.







