-Di Giulia De Giacinto-
Undici tracce per un secondo album che esplora la frustrazione, tra rabbia quotidiana e desiderio di fuga. Un suono teso e asciutto, che rinuncia agli sfoghi facili per restare sospeso, guadagnando in urgenza e intensità.
Venerdì 20 marzo 2026 è uscito “OHDIO”, il secondo album del La TUNDRA, pubblicato per Edac Music Group e distribuito da Believe Italia. Con questo disco la band pisana mette a nudo ciò che pesa dentro e intorno a noi: undici brani, 33 minuti e 22 secondi, che invitano l’ascoltatore a sentirsi immerso in quel caos insieme a loro. Non è un disco che consola o che prova a spiegarsi: trascina dentro un’esperienza diretta, quasi fisica, dove l’energia dei momenti più duri diventa qualcosa di condiviso.
L’apertura con “Noia” mi ha colpito subito: c’è dentro quell’inquietudine stanca di chi si sente incastrato in una routine che non lascia spazio. Non è solo il racconto della noia, ma il tentativo un po’ ostinato di darle un senso, di resistere anche quando tutto sembra girare a vuoto.
“Zero catene” lavora su un’idea di libertà che, ascoltandola, sembra già compromessa in partenza. L’immagine del cespuglio di rovi è perfetta: più provi ad abbracciarla, più ti ferisci. È un pezzo che unisce tensione melodica e impatto ritmico, facendo percepire la frustrazione e il desiderio di fuga.
Con “Dono di D” il ritmo si apre appena, ma non è una vera pausa: è più una sospensione, uno sguardo che si allarga tra dogmi e natura. Subito dopo, “Unicellulare” mi dà la sensazione opposta: come se tutto si spegnesse e l’unico modo per stare dentro a certe cose fosse diventare impermeabili, lasciarsi galleggiare.
“Odio” è uno dei momenti più frontali e catartici dell’album. Non gira intorno a niente: prende quella rabbia e la mette lì, senza filtri, che sia contro gli altri o contro sé stessi. “La macchina”, invece, con la sua cruda semplicità, racconta con ironia il peso delle difficoltà materiali e delle piccole frustrazioni quotidiane.

ohdio tundra
“Interludio” arriva e spiazza: più che una pausa è uno scarto, qualcosa che ti toglie equilibrio e disorienta. E infatti quando parte “Il mio dovere” che è il focus track quella sensazione resta: c’è tutta la fatica di fare quello che “si deve”, anche quando non hai energia nemmeno per quello che vuoi.
“Padrone” porta un desiderio di fuga totale: lasciare amici, lavoro, obblighi e abitudini per respirare, per ritrovare spazio e autonomia. “Un bel funerale” è un momento di testamento emotivo: essenziale, senza orpelli, capace di trasmettere il peso e la leggerezza della riflessione sulla fine. E poi “Milioni”, che chiude senza davvero chiudere: un brano che intreccia paura per il futuro, rimpianti per il passato e un senso di fatalismo nel presente, restando sospeso in un equilibrio fragile, come una resa lucida che non trova mai una vera conclusione.
Un percorso, dunque, che è più uno sfogo che una narrazione vera e propria. Non c’è una storia lineare: ci sono frammenti di quotidianità: lavoro, macchine, obblighi e relazioni che pesano, che si accumulano fino a diventare quasi insopportabili. I brani vivono su un filo di tensione continuo, sospesi tra il desiderio di fuggire e l’impossibilità di farlo, tra emozioni trattenute, situazioni scomode e una ricerca di senso incerta. È questa ambiguità a dare al disco la sua forza: ogni pezzo diventa uno spazio in cui confrontarsi con frustrazione e contraddizione senza filtri.
Quello che però colpisce maggiormente è l’urgenza. Si sente che questi pezzi nascono per essere suonati prima ancora che per essere registrati. Le dinamiche sono sempre sul punto di esplodere: le chitarre si irrigidiscono, la batteria spinge, la voce non cerca mai di “piacere”, ma di dire le cose come stanno. E quando tutto sembra sul punto di crollare, il suono si ritrae appena, giusto il tempo per ripartire.
Se nel primo album trovavano spazio anche questioni amorose, qui il romanticismo è assente. Niente storie d’amore, niente nostalgia “bella”. La scrittura è diretta e spoglia, è proprio per questo colpisce più forte. È un disco che resta bloccato volutamente dentro quella contraddizione.
Anche dal punto di vista sonoro tutto va in quella direzione: i suoni si fanno più Post-Punk, asciutti e tesi, e non lasciano spazio a riempitivi o soluzioni comode. La produzione di Giulio Ragno Favero gioca un ruolo decisivo in questa direzione: la gestione delle dinamiche evita i classici crescendo e gli sfoghi catartici, lasciando molti brani in uno stato sospeso. Anche la voce resta spesso trattenuta: non cerca grandi aperture melodiche, ma rimane spesso su un registro trattenuto, a metà tra il parlato e il cantato, e contribuisce a quella sensazione continua di instabilità.
In definitiva, “OHDIO” non è un disco che chiede di essere capito, ma di essere attraversato. È il tipo di ascolto in cui non puoi restare spettatore, perché prima o poi qualcosa ti aggancia una frase, un suono, un nervo scoperto e a quel punto sei dentro. E quando finisce, non hai l’impressione che qualcosa si sia risolto, semmai il contrario. Però, in qualche modo, ti fa sentire meno solo dentro a quel casino.
Tracklist OHDIO
Noia
Zero catene
Dono di D
Unicellulare
Odio
La macchina
Interludio
Il mio dovere (focus track)
Padrone
Un bel funerale
Milioni
Line Up
Testi e musica della TUNDRA
Registrazioni e Mix di Giulio Ragno Favero
Master di Eleven Mastering (RM)
Daniele Piai – voce
Federico Vannelli – basso
Lorenzo Mariotti e Matteo Carli – chitarre
Lorenzo Artigiani – batteria
La TUNDRA online:
Instagram: https://www.instagram.com/latundra__/







