È disponibile da venerdì 18 aprile 2025 su tutte le piattaforme digitali il nuovo album di Moretti, un nuovo capitolo fuori per Bradipo Dischi e in distribuzione Believe Music Italy.
Anticipato dai singoli “Cesare” e “Milano“, “nomi cose città“, questo il titolo del disco, è il secondo album di Moretti: tre città, tre nomi e due cose. Prodotto da Giovanni Doneda e Pietro Gregori (Il Mago Del Gelato), il secondo lavoro del musicista milanese supera i toni irriverenti del disco d’esordio ed espone il lato più intimo e introspettivo del suo autore, con arrangiamenti minimalisti e raffinati che recuperano la tradizione cantautorale italiana degli anni ’70, da Guccini a Vecchioni, da Camerini a Giurato.
Moretti, al suo secondo album, è una figura enigmatica della scena indipendente, con il suo trench e l’aria vintage. Lo abbiamo intervistato.
Moretti è ufficialmente attivo dal 2022. Cosa c’era prima di questo momento nel tuo percorso musicale? Eri già attivo in altre formazioni?
Sì, ho iniziato molto presto, prima come chitarrista in varie formazioni, poi come cantautore. Prima di Moretti ho pubblicato un EP con il mio nome di battesimo, prodotto da un’etichetta catanese. Poi ho sentito il bisogno di allontanarmi da quello che avevo scritto in precedenza e ho deciso di cambiare progetto e direzione.
Cosa c’è di “voyeristico” nei tuoi pezzi e nel tuo modo di scrivere, in particolare nel tuo ultimo singolo, Milano? Ti piace raccontare più le storie degli altri che la tua?
Mi piace raccontare storie, che siano mie o di altri, ma alla fine restano sempre filtrate dal mio vissuto. Milano è una città di voyeur, un posto in cui la gente si osserva sopravvivere senza agire. Io ho solo riportato un dato che è personale proprio perché è comune.
Sei ormai alla pubblicazione del tuo nuovo disco, il secondo. Molti dicono che il secondo album è il più difficile da scrivere e pubblicare. Hai sentito questa pressione?
In realtà considero questo il mio primo vero album. Moretti ha fatto anche cose buone era più una raccolta di canzoni scritte nel tempo e messe insieme. Nomi cose città, invece, ha avuto uno sviluppo più lineare: sono partito da un concept e l’ho sviluppato. Quindi non so davvero risponderti alla domanda. Probabilmente sentirò la pressione del secondo disco quando arriverà il terzo, di cui al momento non so nulla e non ho idea di come affrontarlo.
In questi tre anni sei stato molto produttivo. Hai mai sentito il bisogno di rallentare o fermarti? Come funziona per te l’ispirazione e il tuo metodo di lavoro?
Non ho mai sentito l’esigenza di rallentare perché non ho mai accelerato. Ho sempre scritto quando sentivo di avere qualcosa da dire e ho pubblicato solo quello che mi convinceva.
Collegandomi alla domanda di prima, forse dopo questo disco avrò bisogno di riassestarmi un attimo per ritrovare una dimensione più vicina al mio vissuto attuale.
Non c’è un metodo canonico per scrivere una canzone, a meno che la canzone stessa non debba essere fatta di plastica e rime accattivanti. Mi metto al piano e se esce qualcosa di buono lo scrivo.
Quanto c’è della Milano che vivi ogni giorno in Milano?
Per le mie circostanze, tutto. Ma non pretendo che sia la Milano reale anche per gli altri.







