Si torna al suono suonato… si torna in America tra le distorsioni e le sospensioni distopiche che riciclano visioni di società ormai dentro nuovi equilibri di rinascita. E dentro questo nuovo disco dei Motueka non mancano anche tonalità scure di metale con pareti di distorsione compatte e mai troppo ingombranti… come fossero bordoni – e qui penso su tutti al brano “Orbital”. Eccolo “Pareidolia”, il nuovo capitolo della formazione italo-belga che in primavera o giù di li torna anche nel nostro paese con il tour…
Il crossover americano la fa da padrone. Mi sarei atteso anche dei ricami rap dentro il disco?
Le influenze americane fanno sicuramente parte del nostro bagaglio, soprattutto per quanto riguarda l’energia e il modo di costruire certe dinamiche, ma se una delle due chitarre ha un’attitudine molto “newyorkese”, l’altra guarda decisamente di più al mondo inglese, tra shoegaze e cold wave.Più che aprirci al rap, in questo momento sentiamo il bisogno di approfondire la nostra identità tra chitarre, voce e una componente atmosferica forte: preferiamo esplorare a fondo questo territorio prima di allargarci ad altri linguaggi.
Questo lavoro mi riporta alle notti consumate dentro i centri sociali. Oggi che scenario ritrovate attorno ad un disco simile?
Che scena musicale e di live c’è capace di accogliere questo suono?
Se il disco evoca quell’immaginario per noi è un complimento: c’è un lato viscerale e “di pancia” che appartiene anche a quella storia. Oggi vediamo una scena più frammentata, ma anche molto curiosa: spazi indipendenti, piccoli club, festival attenti alle contaminazioni sono i luoghi dove il nostro suono trova più facilmente casa.
Arriverete in Italia presto… in merito che tipo di lavoro e di ricerca state facendo? Che luoghi vorreste visitare?
Stiamo cercando date in Italia per fine marzo, con l’idea di costruire una mini tournée che ci permetta di incontrare davvero chi ha scoperto Pareidolia. Ci piacerebbe toccare sia città con una scena consolidata, sia realtà più piccole ma ben curate, dove il rapporto con il pubblico è diretto e il rischio di “suonare in automatico” non esiste.
Parlando di ispirazioni: film e libri che stanno dietro questo disco? Se ce ne sono…
Oltre alla musica, ci nutriamo molto di immagini e narrazioni: il quadro Due scimmie incatenate di Bruegel è stato centrale per Chained Monkey, così come certa fantascienza più esistenziale ha influenzato lo sguardo di brani come Orbital. In generale ci ispirano le storie che mettono l’essere umano di fronte ai propri limiti, che siano in un libro, in un film o in un quadro.
“The Remedy” mi colpisce: uno strumentale che rompe le abitudini di tutto e in qualche modo sfoggia anche le uniche soluzioni elettroniche del disco… che momento dell’ascolto è?
“The Remedy” per noi è come un respiro trattenuto prima dell’ultima parola: una parentesi post rock che sospende il tempo e prepara il terreno al finale più crudo de I Guardiani del Tempio. Le sfumature elettroniche non sono lì per cambiare pelle al disco, ma per amplificare la dimensione emotiva di quel passaggio.
E poi il brano in chiusa, in italiano: perché questa scelta? E anche qui si vira verso sonorità Metal decisamente più classiche ancora…
Chiudere in italiano è stata una scelta istintiva ma molto sentita: alcune cose, soprattutto quando toccano temi politici e sociali, ci sembravano più oneste dette nella nostra lingua. Sul piano sonoro è vero che affiorano elementi più “classici”, ma non è un passo indietro: è il modo più diretto che abbiamo trovato per dare peso alle parole, senza filtri.







