– di Martina Rossato –
Vent’anni dopo Socialismo Tascabile e a più di un decennio dalla scomparsa di Enrico Fontanelli, gli Offlaga Disco Pax tornano in tour e scoprono un pubblico nuovo, giovane, affamato di storie e riferimenti politici che credevamo dispersi.
Con Max Collini abbiamo parlato della provincia emiliana come terreno di resistenza culturale, del valore della memoria nella costruzione dell’identità collettiva e dell’impossibilità di separare il quotidiano dalla politica, ma anche del peso di riprendere in mano una storia che non è mai stata solo musicale, e della delicatezza di farlo senza trasformarla in reliquia.
Perché ricordare, oggi, è ancora un atto di resistenza.
Quest’intervista ha un valore particolare. Ci siamo conosciuti al MI AMI quest’anno ma per me eravate una band talmente di culto da essere quasi irreale, prima di quel momento. Che effetto vi fa essere percepiti come dei miti?
Intanto non abbiamo nessuna percezione di essere un mito: non siamo in una canzone degli 883. E poi, da quando la band si è sciolta nel 2014, quando è scomparso Enrico, probabilmente sono successe delle cose che noi non abbiamo percepito. Lo “status di culto” si è sviluppato nel silenzio, dopo lo scioglimento. E quel silenzio ha lavorato per noi.
Questa percezione l’abbiamo avuta solo tornando dopo dieci anni, facendo questo tour, trovandoci ai concerti molta più gente di quella che veniva quando eravamo in attività. È qualcosa legato al pubblico, ai suoi gusti e a ciò che è accaduto in questi anni. Oggi ci troviamo davanti un pubblico intergenerazionale, cosa che prima non era vera: ventenni, trentenni, quarantenni, cinquantenni.
E la cosa più sorprendente è che ci siano persone della tua età — tu quanti anni hai, Martina?
Io ne ho 25.
Ecco: persone della tua età, o anche più giovani, in prima fila. Quando è uscito Socialismo Tascabile, molti di loro andavano alle elementari o all’asilo. È una cosa inaspettata e bellissima. I dischi parlano a una generazione o due successive alla mia — io sono del ’67 — e oggi c’è gente del 2000, del 2005. Non lo avrei mai immaginato.
Quando abbiamo pensato ai vent’anni del primo disco, mi aspettavo di vedere i nostri amici di allora, i “lupi grigi”. Invece è successa una cosa molto più grande. Questo tour è stato molto più grande e più gratificante di quanto potessimo immaginare. E ora che sta finendo… sono un po’ preoccupato di cosa farò della mia vita dopo il tour. Mi rimarrà un senso di vuoto, credo.
Abbiamo scoperto di contenere moltitudini — dico una banalità, ma è così.
E quindi vent’anni fa non vi sareste mai immaginati di riportare il Socialismo Tascabile in giro per l’Italia?
Vent’anni fa Enrico era vivo e tutto era ancora da scrivere. Non potevamo immaginare che quel disco sarebbe diventato quello che è diventato: un disco che ancora oggi viene ristampato, comprato, ascoltato da tante generazioni.
Noi, quando siamo nati, non avevamo “piani quinquennali”: ciò che abbiamo ottenuto è molto più di quanto pensassimo di ottenere. Non siamo mai stati una band particolarmente ambiziosa. È tutto sorprendente.
Secondo me Socialismo Tascabile funziona a livello intergenerazionale perché è uno spiraglio sul passato raccontato attraverso immagini quotidiane, che però portano con sé una visione politica forte. Sarebbe possibile, nella vostra musica, slegare quotidianità e politica?
Col senno di poi, la formula vincente è stata proprio quella: raccontare storie minime, intime, autobiografiche, dentro un contesto enorme — la fine dell’ideologia, la caduta del Muro, la militanza degli anni ’80.
Intitolare un disco Socialismo Tascabile: una cosa gigante resa “tascabile”, domestica. Quella frizione funziona. Ma non avrebbe funzionato senza l’ironia e l’autoironia: sono fondamentali per tenere insieme gli elementi.
Io dico sempre: Socialismo Tascabile è un disco che fa l’analisi della sconfitta ideologica della mia gioventù militante. E a sinistra, nell’analisi della sconfitta, siamo bravissimi.
Dal punto di vista tecnico sono passati anni, è cambiata la tecnologia. Avete mantenuto gli stessi strumenti e approcci o avete cambiato qualcosa nel live?
Era ovvio che lavorando con un altro musicista, non Enrico, un po’ di libertà gliel’avremmo lasciata. Per me e Daniele [Carretti, nda] la priorità era mantenere l’aspetto emotivo dei brani, la loro struttura, un approccio filologico.
Mattia [Ferrarini, nda] ha portato la sua personalità, proponendo arrangiamenti nuovi. Alcuni brani sono diversi da come li facevamo con la formazione storica, ma sempre nel rispetto della nostra identità sonora. Il suono non è stato stravolto: è stato portato verso l’oggi.
Abbiamo sempre usato elettronica povera, analogica. Non aveva senso abbandonarla. Il risultato finale mi sembra molto rispettoso del passato, ma non ancorato al passato. Due passi avanti, uno indietro — diceva Lenin. Ecco, ci siamo.
Da quanto tempo suonate con Mattia?
Da novembre 2024, quando abbiamo iniziato a immaginare il tour di reunion. Non abbiamo provato altri musicisti: la scelta è stata legata alla persona, al carattere, alle attitudini, alla stima che avevamo per lui. Non aveva una carriera da professionista, ma aveva qualità e passione. È stata una scelta vincente.
Parliamo dello spoken word, che è un vostro tratto distintivo. Perché sei arrivato a questo linguaggio? Che cosa permette di dire che il canto tradizionale non permetterebbe?
La risposta è semplice: non so cantare e non so suonare. Non mi piaceva nemmeno troppo il rap. L’unica formula era questa. A Enrico e Daniele piacevano i racconti che scrivevo: la band si è formata così, non sarebbe potuta esistere in un’altra forma.
Abbiamo trasformato i miei limiti in un tratto distintivo. Sono scarso come cantante — sono felice che non mi abbiate mai sentito farlo davvero. Dal vivo canto solo in una cover dei CCCP, Allarme, una parte salmodiata. Quella posso farla.
Ci sono materiali inediti, versioni alternative, live, video che potrebbero tornare alla luce?
Mi piacerebbe dirti di sì, ma la verità è che non ci sono inediti. Quando Enrico si è ammalato e poi ci ha lasciati, non avevamo brani pronti o materiale nuovo. Quello che c’è è nei tre dischi ufficiali. Tutto è avvenuto molto in fretta.
L’unica cosa “nuova” è Bassline, tratto da un libro di Maurizio Blatto (L’ultimo disco dei Mohicani). Lo facevamo dal vivo nel 2010, lo riproponiamo ora. È l’unico brano inedito che il pubblico può ascoltare.
Uno dei temi centrali della vostra produzione è la memoria: personale, politica, generazionale. Che importanza ha assunto trasmetterla, vent’anni dopo?
Pur non avendo nessun intento pedagogico, ci siamo resi conto che i riferimenti culturali e politici delle canzoni sono diventati stimoli di ricerca per chi ci ascolta, specie per chi non conosceva il contesto storico.
Questa cosa è molto bella: una band identitaria, più che pedagogica. Se anche solo uno dei nostri fan ha approfondito qualcosa dopo averci ascoltati, io sono contento — e non gliel’ho certo chiesto io.
Una cosa che mi incuriosisce: avete preso la provincia e l’avete resa universale. Come è successo?
Premessa: siamo tutti e tre di Reggio Emilia, 180.000 abitanti. Cavriago, citato spesso, è un paese vicino ma non è “il nostro” paese. Però sì, è provincia. E Reggio Emilia, pur non essendo enorme, ha avuto una storia culturale e musicale sorprendente.
Da noi sono nati Orietta Berti, Prodi, i CCCP/C.S.I., i Nomadi, Zucchero, i Black Box… Una quantità incredibile di cose, molto diverse tra loro. Mi ha sempre affascinato: forse è provinciale da parte mia, ma credo che questa storia culturale e politica abbia prodotto tutto ciò.
Zucchero ha scritto Partigiano Reggiano: qualcosa vorrà dire.
Quindi c’è un motivo o è casualità?
Non c’è un motivo unico, c’è uno spirito. Un tipo di socialità legata alla collettività più che all’individualismo. Le società emiliane sono meno individualiste della media. È un tipo di società che può produrre talenti, esperienze, movimenti culturali.
Posso farti una domanda un po’ delicata? Siete una formazione diversa sul palco, ed è una cosa che non avete scelto. Com’è stato suonare per la prima volta senza Enrico?
È successo nel marzo 2025. Non ho mai avuto in vita mia una tensione emotiva così grande. È stato bellissimo e complicato, molto commovente.
C’è un momento, nel concerto, in cui lo salutiamo. Io mi sto commuovendo anche ora mentre lo dico. Suoniamo molti brani scritti e arrangiati da lui: senza di lui non ci saremmo mai stati.
E ti dico una cosa personale: ogni tanto ai concerti viene sua figlia, Leila, che ora ha quasi 12 anni, insieme alla madre. Leila ascolta la musica di suo padre, un padre che non ha mai conosciuto. Penso sia una cosa molto, molto bella.
ULTIME DATE DEL TOUR:
venerdì 28 novembre: FIRENZE - Viper c/o CDP Grassina
sabato 6 dicembre: PADOVA - CSO Pedro







