– di Martina Rossato –
Perla scrive come vive: in equilibrio tra tecnica e istinto, tra il Conservatorio e la metropolitana, tra arpa e ironia. In questa chiacchierata, mi racconta cosa significa fare musica oggi senza scegliere un’etichetta, ma seguendo soltanto ciò che vibra dentro. Dopo Prisma, un primo album introspettivo, Perla apre una nuova fase artistica: sperimentazione sonora, testi meno autobiografici ma ancora profondamente umani. Il disco è anticipato da MAGNIFICA(t) e Bossa in Argentina, da poco su tutte le piattaforme di streaming.
Una voce da seguire, nota dopo nota.
Come stai?
Bene, dai. Un po’ stanca, perché sono giornate intense. Questa settimana ho avuto diverse date, uscite, un po’ di cose… Però tutto sotto controllo!
Ottimo! È sempre un buon segno quando ci sono tante cose in ballo. Vuol dire che stai facendo, che stai creando.
Sì, infatti! È stato un periodo un po’ fermo per via degli esami, ma ora mi sono rimessa in moto a pieno ritmo.
A proposito di esami, vorrei iniziare parlando proprio del tuo percorso in conservatorio. Ti ha cambiata in qualche modo? Ha influenzato il tuo modo di scrivere o immaginare una canzone? E soprattutto: la formazione classica è mai entrata in conflitto con la tua parte più istintiva?
Sì, l’ha influenzato assolutamente. Il conservatorio è stato fondamentale per la mia formazione. È vero che scrivo canzoni pop, e lì non ti insegnano a scriverle, ma lo studio mi ha dato tutte quelle competenze che mi servono per essere autonoma musicalmente. Lo studio e il confronto con altri musicisti, anche se in un ambito classico, sono stati molto importanti.
Quando scrivi pop, certi schemi li metti in discussione, ma puoi anche riportare alcune cose nel tuo mondo. È stato come ricevere del materiale sparso e decidere io come usarlo.
Per quanto riguarda la scrittura, invece, quella è sempre stata molto istintiva. Scrivo di getto, molto “di pancia”, come si vede anche in Prisma.
Hai mai sentito un contrasto con la formazione classica?
L’ho sentito con l’ambiente del conservatorio. C’è ancora l’idea che la musica classica sia “la vera musica”, e che tutto ciò che si fa fuori sia di serie B. Ho sempre cercato di rompere quel confine: tutto ciò che ci circonda è suono, e tutto il suono è musica.
Per me la consapevolezza è tutto. Sapere cosa stai facendo ti rende più libero. Certo, anche chi non ha studiato può scrivere una bella canzone, ma avere gli strumenti per scegliere consapevolmente è un’altra cosa. L’importante è usare quello che si impara, altrimenti lo studio resta sterile.
Prima mi parlavi dell’arpa: è uno strumento affascinante. Quando decidi di usarla in un brano, è una scelta più musicale o emotiva?
Un po’ entrambe, ma direi soprattutto musicale. L’arpa ha un suono molto particolare, ma non è facile da registrare o da trasportare. Per questo uso spesso il pianoforte, che è più pratico. Detto questo, ci sono pezzi in cui l’arpa è perfetta. In un brano del nuovo album, ad esempio ho usato l’arpa per evocare un’atmosfera delicata e rilassata, in linea con la bossa nova che troviamo in Bossa in Argentina. In un altro brano, scritto su versi di Saffo, l’arpa è stata una scelta simbolica: richiama un mondo arcaico, mitologico. Anche in MAGNIFICA(t) compare, nel momento più intimo della canzone. In generale, la uso quando sento che può aggiungere davvero qualcosa al brano.
E quando componi da dove parti?
Quasi sempre dal pianoforte. Mi serve un supporto armonico, anche solo per capire se una melodia funziona. A volte parte tutto da una melodia che mi viene in mente per strada, magari in metro, e la registro subito sul telefono. Ma poi torno a casa e costruisco l’accompagnamento. Senza una struttura mi sembra tutto troppo aleatorio.
E mai da una frase scritta?
No, quasi mai. Le parole mi arrivano solo quando c’è già una melodia. Non riesco a partire da un testo e costruirci sopra.
Parliamo del tuo nuovo singolo, Bossa in Argentina. Ha un’apertura ritmica diversa rispetto ai tuoi brani precedenti. È l’inizio di un nuovo percorso?
Sì. Il brano si ispira alla bossa nova, ma con un’impostazione più contemporanea. Il titolo è un po’ ironico: lo so che la bossa è brasiliana! Ma il riferimento geografico ha altri motivi. Racconta di uno scambio di sguardi tra due persone. La protagonista – che sembro essere io, ma in realtà è un personaggio inventato – si costruisce un film mentale su una storia mai iniziata. Nelle strofe è sicura, quasi spavalda, poi nel ritornello crolla e si lascia andare al romanticismo. Mi piace molto questo contrasto.
E quindi anche musicalmente l’album seguirà questa varietà di stili?
Sì, ho sperimentato tanto e ci sono influenze jazz e folk, strumenti come il sax, il flauto, il clarinetto, la la viola. Rispetto a Prisma c’è più apertura, più ricerca sonora. Mi sono divertita molto a scrivere questi pezzi e sento che mi rappresentano di più.
Hai mai sentito la pressione di dover scegliere un’identità musicale per adattarti al “mercato”?
Qualche dubbio ogni tanto mi è venuto, ma mi chiedo: avrebbe senso cambiare al punto di allontanarmi da me stessa? Io scrivo quello che vivo e sono sempre io, anche se cresco. Mi evolvo, ascolto cose nuove e questo si riflette nella mia musica.
Il tuo percorso artistico sembra essere naturale, parallelo alla tua crescita.
È così. Nel primo album c’erano pezzi scritti anni prima, molto personali. Ma mentre li pubblicavo sentivo che quelle emozioni non mi appartenevano più. Ora scrivo con più leggerezza, uso molta più ironia. È un tipo di scrittura che mi fa stare bene.
Nei tuoi pezzi più autobiografici, le persone a cui erano dedicati sapevano di esserlo? Come l’hanno presa?
[Ride, nda] Eh, non sempre bene. Non l’ho mai detto prima dell’uscita, perché temevo le reazioni. E spesso il rapporto con quelle persone era già finito, quindi non è stato facile. Alcuni non hanno capito il gesto creativo, non hanno colto che per me scrivere una canzone è un atto d’amore.
Completamente diverso è stato con MAGNIFICA(t), che ho scritto per la mia amica Claudia e le ho fatto ascoltare come regalo di compleanno. Lì è stato bellissimo.
Ma anche nelle canzoni più malinconiche non parli mai male di nessuno. C’è sempre delicatezza.
Sì, a volte sembrano storie d’amore, ma erano amicizie forti che sono finite. E quando racconti il tuo dolore, anche senza accusare nessuno, l’altra persona può sentirsi messa in discussione. Non scrivo mai per fare la vittima, racconto e basta.
Chi sono stati i tuoi primi sostenitori?
Sicuramente la mia famiglia. Nessuno di loro è musicista, ma quando ho detto che volevo studiare pianoforte – avevo otto anni – i miei genitori mi hanno ascoltata: mi hanno iscritta a un corso e mi hanno comprato un pianoforte rosso. E da lì è partito tutto.
Poi c’è stata un’insegnante al conservatorio che mi ha davvero cambiato la vita. Avevo appena ricevuto un rifiuto all’esame di pianoforte, pensavo di mollare tutto. Lei mi ha detto: «Tu hai la musica nel sangue, non puoi andartene». Mi ha spinta a restare e provare altri strumenti ed è così che ho scelto l’arpa. All’inizio non sentivo questo strumento come “mio”, ma col tempo è diventato parte di me. La scelta si è rivelata giusta.
Hai avuto intorno le persone giuste, quindi.
Ci sono state tante persone che non mi hanno capita, ma ora ho i miei affetti veri. Succede, crescendo: le persone giuste restano, le altre si allontanano da sole.
Dal vivo si crea un’atmosfera bellissima e addirittura il pubblico canta le tue canzoni. Vuol dire che arrivano davvero.
È la cosa più bella. Quando qualcuno canta una canzone che hai scritto è come se quella canzone fosse anche sua. A me interessa questo: che le canzoni diventino parte di chi le ascolta.
C’è una canzone che ancora non riesci a scrivere, o a far uscire, perché fa troppo male?
Sì, ce ne sono un paio. Una s’intitola Sei quel libro. Non l’ho mai registrata, anche se so che è una bella canzone. Ma tocca qualcosa di troppo profondo. Un’altra è Dissidio emozionale, che ho cantato una volta sola, al liceo, in un periodo complicato. Non so nemmeno come ci sia riuscita. Ora per fortuna ho intorno a me persone che mi vogliono bene e questo mi fa sentire protetta. La musica, in fondo, è la mia pelle scritta in note.







