C’è un tempo strano dentro il nuovo disco di Fabio Pocci in arte Phomea, c’è un tempo underground ma anche uno distopico di una voce che sembra tenersi distante da ciò che possiamo toccare con mano. Eppure queste nuove canzoni non giocano con l’assurdo. “Il sonno delle balene” lo fa capire: corre a latere della realtà concreta e conosciuta, non cerca filosofie trasgressive o chissà che produzione futuristica. Anzi. Emblematica questa copertina che in fondo la dice lunga sul disco: quel provare, cercare e poi riuscire ad arrivare alla luce senza abbandonare le tenebre e le oscurità che viviamo dentro. È un disco di canzone d’autore che si presta tanto ad ogni lettura personale…
Sulle prime ho come l’impressione che questo disco stia cercando comunque una luce dentro il buio di odio e di tempi assurdi che viviamo. Come a dire… alle balene non associo qualcosa di brutto ma un canto… sbaglio?
Questo disco è in primo luogo un viaggio nei tempi assurdi che vivo io. Ma mi immagino sempre che alla fine gli altri siano nella mia stessa condizione (scusa, auto-cit) quindi sì, è una ricerca e una condivisione. Io vivo la musica come un luogo dove connettersi, dove riconoscersi e contaminarsi a vicenda. Le balene sono solo un pretesto per parlare di me, di noi e con me e con noi. L’immagine della balena (capodoglio per la precisione), animale incredibile e maestoso, comunque sempre all’erta, costretta a tornare sempre a galla, anche mentre dorme, pochi attimi, per respirare mi ha colpito da subito. Ci rivedo tanto di tutti noi in generale, sono davvero pochi i momenti in cui viviamo, davvero, ma sono necessari, esattamente come l’aria che respiriamo. Ma forse non ci permettiamo di respirare abbastanza profondamente.
Che poi è il richiamo che trovo nella lettura istintiva di questa copertina: un taglio, una via di uscita c’è sempre?
Molto bella questa interpretazione della copertina, un pò stile Fontana? E molto bello che tu ci veda questo. Sì, c’è sempre una via di uscita. Spesso penso che la mia musica venga vista come “cupa”, “intimista”, “depressa”, soprattutto chiusa e personale. In realtà io cerco sempre una scintilla diversa, uno spiraglio per lasciare entrare e condividere insieme un percorso, uno stato d’animo. Per me questa è la via di uscita. E l’unico linguaggio con cui riesco davvero a provarci è la musica.
Colpisce subito un brano come “Perché è solo il nome a volte”. Musicalmente è un fuori pista sfacciato di questo disco… che ne pensi? A parte “Stronger” sia chiaro…
Dici? A me non sembra così sfacciatamente fuori pista ma in generale forse ho una percezione falsata io. Forse sono le sonorità un pochino più “western” a dare questa idea, il brano effettivamente aveva già di suo questo andare e con Lorenzo Pinto (che ha prodotto il disco insieme a me, conosciuto per la sua passione per il Western!) abbiamo tentato di assecondare lo spirito iniziale di ogni brano, senza censurare o stravolgere realmente niente. Forse su questo pezzo si sente molto la sua mano!
Perché il bisogno di comunicare è il bisogno di apparire… quanta critica sociale c’è dentro questo disco?
In realtà potrei risponderti in due modi completamente opposti, tantissima o nessuna. Di base non vuole essere un disco di critica sociale, vuole essere più un momento di condivisione e di avvicinamento… un momento da vivere insieme. Poi ovviamente ogni movimento che fai ha un impatto a livello sociale ma c’è bisogno che il contesto sia pronto a riceverlo. Uso sempre il verbo “contaminare” perché credo che queste piccole infiltrazioni possano in un qualche modo farci evolvere a patto di esser pronti ad accoglierle.
E a proposito di risvolti sociali: oggi un disco che peso continua ad avere?
Spero sempre che la musica (e in particolare ovviamente lo spero per la mia 🙂 ) possa smuovere qualcosa, spingere ad una diversa consapevolezza, insinuare dubbi, proporre stra(d)(n)e alternative. Credo che questo possa sicuramente un impatto, partendo dal basso, da un rapporto 1 a 1. Ma forse la risposta giusta in realtà è nessuno, magari il personaggio può avere un peso.
Un video? Me lo sarei atteso in fondo…
Ogni cosa che facciamo pretende (o merita) cura, attenzione e soprattutto il contesto e momento giusto. Ci ho provato a dirmi che dovevo fare un video con il secondo singolo che è uscito (Odio), che mi serviva per far conoscere di più il progetto, per far appassionare e far trapelare il mio immaginario, per far lavorare meglio l’ufficio stampa (Sfera Cubica). Ma non era il momento, non lo volevo fare. Forse non ho ben chiaro in testa l’immaginario che voglio trasmettere o forse non voglio imporre in nessun modo all’ascoltatore la mia visione. Sono il primo a cercare e trovare altre immagini e significati ogni volta che riascolto i pezzi, perchè togliere questo piacere solo per darti una chiave d’ingresso più immediata?
(si dai lo so che penserai che ho “dribblato” la domanda ma l’immagine è uno strumento sempre più potente e a volte forse è meglio lasciare spazio al movimento e l’interpretazione dell’altro)







