– di Martina Rossato –
Con tutto quello di cui avevamo bisogno, i problemidifase firmano un debutto che somiglia a un rullino che prende vita: immagini sbiadite che tornano a fuoco, frammenti di crescita che si ricompongono in un racconto sincero e vulnerabile del post-adolescenza.
Tra elettronica, glitch e nostalgie lucidissime, il collettivo attraversa paure, relazioni e piccole epifanie quotidiane con una delicatezza che non teme di esporsi. Li abbiamo incontrati per capire come nasce un album che trasforma la fragilità in un luogo condiviso, dove riconoscersi e — forse — sentirsi un po’ meno soli.
Il disco parla spesso di tempo, attesa e lentezza. Cosa vi spaventa di più: il tempo che passa o quello che sembra fermo?
Jacopo | In le ore si parla proprio della paura del tempo che passa, una cosa che mi spaventa in quel modo speciale in cui mi spaventa quello che non si può controllare. Nel periodo in cui è stata scritta passavo tantissimo tempo guardando video di cosmologia e astrofisica (“cerco amore su Google…”) sperando che un approccio scientifico aiutasse, ma credo che abbia solo aumentato le vertigini.
A distanza di tempo, credo che non siamo fatti per capire certe cose e che accettarlo permetta di godersi di più il tempo che abbiamo a disposizione. L’espansione dell’universo tutto sommato non è un mio problema.
Molti brani vivono di notte, in spazi chiusi, camere, corridoi, marciapiedi. Dove nasce fisicamente la vostra musica? In che luoghi prende forma?
Samuele | la nostra musica prende forma nelle case, in quasi tutte le fasi della sua creazione. Credo sia piuttosto comune che la scrittura di brani personali come lo sono i nostri avvenga in un luogo in cui ci si sente al sicuro, magari da soli o con qualcuno di cui ci si fida. Noi abbiamo una serie di luoghi, che alla fine sono le nostre case, in cui ci piace sistemarci, portare gli strumenti, piazzare una scheda audio e non solo scrivere ma anche arrangiare le canzoni. Poi mandiamo le cose a novecento (produttore di “una fase”, mix engineer) che a sua volta lavora in casa sua, e poi a Cristian Volpato (produttore di felpa, mastering engineer) che esatto, pure lui lavora in casa sua. Si può dire che è un disco tutto casalingo.
Questo è un disco corale, pieno di mani, voci e sensibilità diverse. Cosa succede quando la vulnerabilità non è più solo individuale ma condivisa?
Samuele | succede che il risultato diventa un po’ più universale, si arricchisce di dettagli, si impreziosisce senza perdere il suo nucleo.
Questa è una cosa che ho imparato col tempo, capendo che la mia vulnerabilità e sensibilità poteva diventare un limite, se avessimo perseguito solo ed esclusivamente quella.
Nonostante la maggior parte delle cose le scriva io, grazie al confronto costante tra di noi e alla sinergia che si è creata negli anni, intuitivamente si capisce quale potrebbe essere una direzione da prendere, quando c’è da scartare una canzone che ho scritto io o da decidere se qualcosa di scritto da qualcun altro potrebbe essere coerente come brano di problemidifase.
Jacopo | nasce un posto sicuro, problemidifase è anche e soprattutto un gruppo di amici. Un bell’effetto collaterale dello scrivere a più mani è che potresti rispecchiarti o trovare conforto nelle parole di qualcuno molto vicino a te, il che rende più facile aprirsi su argomenti più intimi, sapendo che si può essere compresi senza giudizio.
L’album racconta la fragilità con sincerità, senza estetizzarla. Cosa vi ha insegnato a guardarla da vicino, senza paura di raccontarla?
Jacopo | maturare è anche imparare a guardarsi dentro senza nascondersi nulla. Non tutti hanno l’opportunità di esprimere la propria fragilità liberamente, penso a chi se la fa marcire dentro a causa del contesto sociale in cui si ritrova o a chi non ha mai avuto una figura di riferimento grazie a cui capire quanto sia importante non reprimere le proprie emozioni. Penso che ognuno di noi abbia le sue persone da ringraziare per questo.
Il rischio dell’immergersi nella propria sensibilità è, come dici tu, quello di estetizzarla, di crogiolarcisi dentro anziché usarla a proprio vantaggio per continuare a crescere. La fiducia che si è creata tra di noi in questi anni ci ha aiutati ad essere onesti con noi stessi senza filtri.
In altrove due persone si tengono la mano ma guardano lontano. Come si supera la sensazione di essere “fuori posto” anche con chi si ama?
Samuele | Domanda veramente sleale, alla quale non mi sento di poter dare una risposta universale. Nel caso specifico di “altrove” la soluzione è lasciarsi; ci sono veramente troppi campanelli d’allarme e nulla funziona come vorresti.
Che rapporto avete con la nostalgia? È qualcosa che consola, che ferisce o una forma di memoria necessaria?
Jacopo | sì, sì e sì.
In una fase cantate «Ho dato fuoco a casa mia per accendere una sigaretta». È la metafora di un’autodistruzione impulsiva o della perdita di peso delle cose? Cosa rappresenta davvero quella casa in fiamme?
Jacopo | vorrei tanto avere scritto questa metafora ma è una citazione da La noia di Moravia: il protagonista escogita brevemente un piano autodistruttivo per un bisogno assolutamente egoista.
“Qualcuno dirà che quest’idea […] era assurda e, comunque, inadeguata. Come bruciare la propria casa per accendere una sigaretta.”
La casa nei sogni è simbolicamente associata al corpo e alla mente (salutiamo Jung e chi prima di lui), mi allargo e dico che nel testo la metafora fa riferimento al fare a pezzi la propria salute mentale per rincorrere gratificazioni effimere.
Se poteste far ascoltare il disco a una sola persona — del passato, del presente o del futuro — chi sarebbe e perché?
Jacopo | Se scrivo Kafka qui mi arrestano per reato di maschio performativo. Lo farò sentire alla mia prole, se ne avrò, perché è bello e destabilizzante scoprire pezzi della vita dei tuoi, come una foto nell’appartamento in cui abitavano prima che nascessi.
Samuele | Lo farei sentire a Ornella Vanoni.
C’è un tema ricorrente: correre, scappare, cercare risposte. Vi siete accorti se, mentre scrivevate, eravate più in fuga dal mondo o da voi stessi?
Samuele | Credo che fossimo più in fuga dal mondo, in cerca di una dimensione personale di conforto dentro noi stessi. Mi sento di parlare a nome di tutti e tre gli autori di questo disco (Sam, Jacopo, Leonardo) perché avendo scritto anche insieme mi sembra che condividiamo una sensibilità simile e un modo simile di intendere la scrittura e la musica. Poi magari mi insulteranno in privato.
Jacopo | Sam sei troppo puro è tutto vero non riesco a insultarti nemmeno per scherzo ti voglio bene.
Molte canzoni sembrano parlare a chi si sente “sbagliato”, “fuori tempo”, “in controfase”. Cosa direste oggi a chi ascolta questo disco e si sente così?
Samuele | Ciò che mi viene da dire è che la vera salvezza molto spesso sta nel trovare le persone giuste con le quali poter condividere la propria stranezza, da cui sentirsi accolti. L’errore che spesso facciamo è quello di cercare di cambiare noi stessi, quando magari invece dovremmo semplicemente cambiare l’ambiente attorno, cercandone uno più adatto a noi. Cercate di ascoltarvi, di capire cosa vi fa stare bene, e non smettete di cercarlo.







