Che belle morbidezze acustiche che trovo dentro il secondo disco di Robbè, visioni quotidiane cantante dentro “Chiacchiere da bar” uscito per Bolognina Dischi… e nonostante trapiantato dentro una grande città come Bologna, la sua è un’anima ampiamente radicata dentro i sentieri popolani e di confine e vi assicuro che l’ascolto restituisce un senso genuino, libero… nel mare magnum dell’elettronica imperante che rende perfetta ogni cosa, sento personalmente una mancanza sempre più rumorosa di semplicità. Non spoilero nulla di questo disco che non cerca la poesia della parola quanto più l’allegoria di ciò che stiamo diventando. Non si definisce folk… ma trovo invece che sia un disco di altissimo senso del folk.
Sono passati 5 anni… e sono anche stati anni di grandi rivoluzioni. Per te? La prima grande rivoluzione?
Quella che ancora non c’è stata. Mi dispiace contraddirti, ma non ho visto grandi rivoluzioni. Sono successe tante cose, ci sono stati tanti cambiamenti, ma le rivoluzioni sono tutt’altra cosa e non mi dispiacerebbero neanche. Tra le cose che sono cambiate, sicuramente il mio modo di scrivere: più asciutto, diretto, meno metaforico e soprattutto molto più impegnato socialmente.
Dentro quel “bar” metaforico… non pensi che sia ormai la normalità di tutto grazie ai social? Abbiamo speranza di poter vedere le cose meritevoli di approfondimento?
Forse sì, ma in modo completamente diverso. La definizione migliora l’ha data Umberto Eco, quando disse che i social hanno dato voce a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar, dopo un bicchiere di vino e venendo messi a tacere, mentre adesso si sentono tutti in diritto e, soprattutto, in dovere di esprimersi su qualsiasi argomento. È un po’ il tema che riporto in “Un Paese civile”. Penso che in questo calderone di tuttologia spicciola sia difficile trovare e poi approfondire le cose meritevoli.
In contrasto ai tempi che viviamo, questo disco ricerca il suono analogico, quello di sintesi e di acustiche. Un suono world in senso romantico del termine. Ha senso chiederti perché?
Il perché è molto semplice: era quello che volevo, una dimensione più intima ed essenziale per le mie canzoni. Un po’ per mettere in risalto i testi, un po’ perché avevo in mente delle canzoni da poter portare dal vivo anche semplicemente “chitarra e voce”, senza distanziarmi troppo dalle versioni in studio. Penso e spero di aver raggiunto l’obiettivo, per quanto sia consapevole che sia un suono fuori dalle tendenze mainstream del momento.
C’è tanto impegno civile, il lavoro è un centro di queste canzoni ad esempio… la musica che può fare secondo te oggi?
La musica dovrebbe tornare ad avvicinarsi a quelli che sono i temi sociali, ad impegnarsi, a schierarsi, a denunciare. Non credo nel “non prendo posizioni perché io mi occupo di musica”, la scelta stessa di non prendere posizioni è, appunto, una scelta: quella di conservare lo status quo, di farsi andar bene le cose come stanno, di non esporsi per paura o per vergogna. Ci vuole più coraggio, ci vuole più impegno civile, come l’hai ben definito tu.
Bella “Male moderno”. Abbiamo un cattivo rapporto con la morte e non solo con quella. Sai che sembra una canzone che, scrivendola, hai dovuto tu per primo “capirla”? Non so se è chiaro il mio concetto…
È una canzone che mi aiutato ad accettare quello che mi sembrava impossibile da credere, a realizzarlo e a prendere contatto con la realtà delle cose. È vero, abbiamo un brutto rapporto con la morte e sembra sempre che tocchi a qualcun altro, magari vicino a noi, ma mai a noi personalmente. Poi, però, purtroppo arriva sempre per tutti il momento di doverla affrontare, con diversi livelli di difficoltà in base ai contesti.
Non nascondo che per tanto tempo ho avuto difficoltà anche a cantarla da solo, perché ad un certo punto le lacrime erano più forti di qualsiasi nota.
In chiusa, pensando a “Paese civile”: c’è un passaggio che dice “Mollo tutto per fare il suonatore, che qua di carovita si sopravvive o si muore”. Ci leggo due citazioni: la storia del “Suonatore Jones” che mollò tutto per suonare… e “Il cuoco di Salò” di De Gregori… quando dice che “qui si fa l’Italia o si muore”… sono fuori strada?
Ho iniziato contraddicendoti e chiudo allo stesso modo, ahimè! Tra l’altro, “II cuoco di Salò” non l’ho mai ascoltata, quindi corro a recuperare le mie lacune. Tornando alla domanda, non ci sono citazioni “artistiche”, ma semplicemente storie di vita vera, purtroppo condivisa da tanti, come mi è stato detto in questi mesi dall’uscita del singolo.







