– di Riccardo De Stefano –
Un “lieto” fine
Finalmente.
Finalmente Sanremo è finito e lo ha vinto Sal Da Vinci.
Ha vinto di sicuro la canzone più piatta e prevedibile di tutto il Festival, il confortevole abbraccio della tradizione e dell’easy listening di stampo partenopeo, quello tutto buoni sentimenti, balli di gruppo, storie social ai matrimoni a ripetere le mossette della coreografia.
Ma è anche finalmente la sconfitta del Sanremo fintamente cool degli ultimi anni, quello “milanese”, delle etichette discografiche e degli uffici stampa, delle tarme, degli scarsissimi autori e produttori meneghini tutti uguali e tutti ugualmente mediocri, ma hey, gli unici capaci di scrivere le hit del momento. Come possiamo infatti dominare l’airplay radiofonico e le classifiche Spotify senza questa fichissima nuova generazione di giovanissimi producer e manager milanesi?
Il codice Da Vinci
No, questa volta vince la tradizione, il vero outsider – non tanto per i numeri, visto che Rossetto e caffè i numeri li ha fatti giganti – di un mondo discografico che negli ultimi anni si è appigliato come un naufrago alla boa di salvataggio del Festival per restare a galla.
Il Festival di Sanremo torna a essere quello che è: la rappresentazione materica della mediocrità musicale italiana, senza più il vacuo glitter di una scena piccola e scadente che vuole sentirsi più rilevante e innovativa di quanto sia.
Perché questi anni saranno ricordati come anni neri (in tutti i sensi), di vuoto pneumatico culturale, ben riflesso dalla musica di oggi e dal mondo della discografia, incapace di portare nuovi autori di rilievo.
Basta vedere il secondo posto di ieri: Sayf e la sua deprimente Tu mi piaci tanto, dal titolo talmente ottuso da abbassare il QI solo a leggerlo. Lui, come tanti altri, è uno di quei finti pseudo rapper subito convertiti al Dio Pop nella speranza di diventare ricchi e famosi (la direzione e la credibilità artistica lasciamole dentro la circonvallazione meneghina).
Zitti e buoni
Quello che condividono i due brani in cima alla classifica è il loro essere canzoni brutte, stupide e vuote, parallelamente retoriche e insostenibilmente “popolari” seppure in modi e forme diverse.
Mentre il secondo è il fulgido esempio del peggiore compromesso possibile (barattare coerenza musicale con visibilità), il primo è l’estrema coerenza della vacuità, quella frivolezza leggera e priva di contenuto che ci permette di non pensare a niente, nessun messaggio, nessuna guerra, nessun genocidio. Solo amore eterno, matrimonio e famiglia.
La speranza è che questo sia il Sanremo del futuro: di nuovo il Sanremo del passato.
Quel Sanremo disprezzato dalle nuove generazioni perché distante da loro culturalmente e anagraficamente. Basta con il Fantasanremo e il continuo strizzare l’occhio al meme, alla condivisione social, ai brani usa e getta. Andiamo di nuovo fuori a toccare l’erba. Lasciamo il vuoto pneumatico di Sanremo a chi non può pensare alla musica se non in televisione.







