-Di Chiara De Luca-
Intervista ai Savana Funk sul sesto album “Behind the Eyes”: Bologna, maturazione, club culture e un suono che scava più a fondo
I Savana Funk tornano con “Behind the Eyes”, il loro sesto album in studio, e lo fanno a modo loro: senza fretta e senza compromessi. Quattro anni dopo l’ultimo disco di inediti, il trio bolognese composto da Aldo Betto, Blake Franchetto e Youssef Bouazza pubblica un lavoro che intreccia Funk, Desert Blues e Psichedelia urbana in qualcosa di più intimo e introspettivo dei precedenti. Un disco registrato a Bologna, nato dalla vita vissuta, che usa la musica come forma di autodifesa dal rumore del presente.
Sesto album dopo quattro anni senza un disco di inediti. “Behind the Eyes” arriva adesso, e arriva con un peso specifico diverso dai precedenti: un titolo che non descrive un suono, ma uno sguardo verso l’interno. Cosa c’è davvero dietro quegli occhi?
Aldo: Vero, sei album. L’ultimo era di quattro anni fa, ma nel mezzo abbiamo pubblicato dei singoli, abbiamo fatto un EP con Gaudi – una bellissima esperienza – e l’album dei remix, perché siamo fan della Club Culture, ci piaceva sperimentare anche quel versante lì. Però un album è un album, ed è arrivato adesso perché avevamo accumulato un sacco di materiale e perché una vita intensa ci ha portato a una maturazione individuale, ancora prima che collettiva. Siamo cresciuti individualmente nel collettivo e in questo disco abbiamo dato veramente tanto. È un album sincero. Non che gli altri non lo fossero, ma qui siamo arrivati a un livello di intimità, di sincerità davvero bello.
Puoi spiegare meglio?
Aldo: È quello che c’è dentro la nostra testa. Come abbiamo detto più volte in questi mesi, è anche una forma di autodifesa dalla cronaca disgustosa e orribile di questi anni. Non per fuggirla, non per essere lontani dalla realtà, ma è proprio un modo per proteggersi e guardare dentro noi stessi: vivere la propria interiorità e cercare di migliorare come esseri umani. Sono concetti basici, semplici, ma non banali. In questo titolo c’è un po’ tutto questo. C’è anche l’esperimento del cantato, che ci è costato molto lavoro – era un versante nuovo, quindi ci ha richiesto il tempo di fare le cose fatte per bene.
Ed è un album interamente registrato a Bologna. Come ha cambiato il processo creativo avere uno studio così vicino, in un posto così familiare?
Aldo: Era anni che speravamo di trovare un posto adatto per catturare il nostro sound in città. Quando abbiamo trovato questo studio si è allineato tutto perfettamente. E poi abbiamo trovato Bruno Germano, che si è allineato con noi in maniera altrettanto precisa.
Blake: Andare in studio a sette minuti da casa è stato bellissimo, super comodo. Non fare un’ora, un’ora e venti di viaggio come prima. Poi l’abbiamo conosciuto casualmente, amico di amici.
Youssef: Lo studio è un momento molto delicato: ti esponi totalmente, ogni cosa che fai è sotto ingrandimento. Avere una persona che ti guida e ti accompagna in quella fase è una cosa delicatissima per un musicista. Bruno è stato eccezionale, ha gestito bene la pressione e quella pressione conta, perché tutto quello che decidi lì finisce poi nel lavoro finale.
Si può dire che è stato un allineamento di pianeti, un po’ come la vostra conoscenza nel 2015. Come è andata?
Blake: Ero arrivato a Bologna da poco per studiare e suonavo in qualsiasi situazione trovassi. Un giorno incontro Youssef, che sostituiva un batterista in un’altra band. Mi sono beccato benissimo con lui: basso e batteria è una cosa che quando ti trovi, ti trovi. Sulla carta non puoi inventarla. Dopo qualche mese incontriamo Aldo, un amico di un amico. Aldo aveva questa idea di mettere su un trio di chitarre. Io gli ho detto: «aspetta, ho già il batterista giusto, fidati». E lui si è fidato.
Youssef: Non ci eravamo mai visti – io non andavo quasi mai a Bologna, stando a Imola stavo sempre in Romagna o a Roma. Anche lì, pianeti che si allineano.
Aldo: Io volevo pensare a qualcun altro, ma Blake era così sicuro che mi ha convinto. Ci siamo trovati in saletta, è stata una prova di sette o otto ore, un flusso libero.
Blake: Una vera scintilla. Un po’ come la chimica a livello sessuale, quando ti trovi benissimo con qualcuno la prima volta e senza dire niente tutto succede. Ti capisci subito a livello musicale e ogni cosa si inserisce nel posto giusto, nel momento giusto.
Quando siete diventati i Savana Funk? Se non sbaglio, il nome nasce da un vostro brano…
Aldo: Prima è nato il brano, poi il nome. È stato Gianluca, un super promoter, uno dei primi a credere in noi. Ci ha dato la possibilità di suonare in un festival quando eravamo all’inizio, nel 2016. È stato illuminante. E a un certo punto ha detto: «Ma secondo me questo funziona benissimo come nome per il disco». Grande Gianluca.
Blake: Molto evocativo, molto bello. E lui è stato uno dei primissimi a credere in noi davvero, nel senso profondo della parola.
Dall’Indonesia allo Sziget, fino ad aprire i Red Hot Chili Peppers. Ogni tappa ha il suo peso specifico, la sua storia. Cosa vi portate dietro da queste esperienze, non solo come band, ma anche come persone?
Youssef: L’Indonesia è stata una sorpresa incredibile per la gentilezza culturale che ti spiazza. Sono rimasto molto colpito da quell’accoglienza, dalla gente che ci conosceva già. Pensare che la tua musica arriva dall’altra parte del mondo è potente come cosa.
Aldo: L’apertura ai Red Hot è stata uno dei sogni della vita. Era sabato, c’era già un botto di gente dal pomeriggio. E io pensavo a Londra, dove avevo vissuto da ragazzo – mi ero sempre ripromesso di arrivare a suonarci un giorno, non è facile suonare in Inghilterra. Giá al soundcheck siamo arrivati indemoniati.
Blake: Allo Sziget ho capito qualcosa di importante. C’era un pubblico eterogeneo – brasiliani, giapponesi, ungheresi, americani – e dopo il concerto ci hanno rincorso in tanti, di nazioni diverse. Lì ho realizzato che la nostra musica arriva a tutte le culture. Fino a quel momento lo speravo, lo proiettavo, ma lo sentivo lontano. Vedere gente di tutto il mondo entusiasta nella stessa maniera è stato un “ah, ma allora è vero”. Diventiamo quasi degli sciamani: i nostri concerti si trasformano in un rito collettivo, condiviso.
E un momento simpatico?
Aldo: C’è stato un momento memorabile in Sardegna, al Time in Jazz di Paolo Fresu. Eravamo reduci da tre giorni di fila tra Sziget e Marche, con un volo alle sei di mattina da Bologna. Non dormivamo da giorni. Arriviamo in hotel e le stanze non erano pronte. Mi siedo al bar a bere una birra sperando di dormire, ma le birre continuavano ad aumentare perché arrivavano gli organizzatori. A un certo punto arriva una ragazza con un’anguria, le casca di mano e si schianta per terra. Ho detto: «Vabbè, basta, ciao».
Blake: (ride) L’universo ti parla in modo plateale quando non vuoi capire che devi fermarti.
Chiudiamo con la vostra partecipazione al Nessun Dorma. Vi siete esposti come artisti in un evento che aveva un significato politico preciso. È stata una scelta naturale o avete sentito il peso di quella decisione?
Youssef: Noi ci siamo sempre esposti – la nostra unione, il nostro suonare insieme è già un manifesto di integrazione. Magari non abbiamo mai fatto dichiarazioni esplicite, ma semplicemente perché non le riteniamo necessarie. Non partecipare, o non citare un genocidio, sarebbe stato esporsi in un’altra direzione.
Aldo: Un intreccio di storie come le nostre è già una rappresentazione di integrazione molto forte. Insomma, siamo un italo-ghanese, un marocchino d’azione italiana e un italiano che fanno musica insieme.
Blake: Il senso della musica è proprio far scendere le barriere, parlare un linguaggio che non ha bisogno di traduzione: l’imprescindibile discorso umano di accoglienza.
Subito dopo questa chiacchierata, al Monk di Roma le loro parole prendono corpo. Niente schermi, niente sovrastrutture: solo Blake in sospensione psicofisica sul basso, Aldo fuso con la sua chitarra, Youssef che avvolge la sala con il canto in francese. Behind the Eyes dal vivo non si guarda si attraversa. E alla fine capisci che il titolo non è una metafora: è un invito.
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