-Di Chiara De Luca-
Foto Roberta De Tommasi
Live report del concerto dei Savana Funk al Monk di Roma del 19 marzo 2026: il trio porta sul palco i brani di “Behind the Eyes” in una serata densa e travolgente.
I Savana Funk approdano finalmente al Monk di Roma il 19 marzo 2026, segnando ufficialmente la sesta tappa di un tour che ha già attraversato città come Bologna, Bolzano, Firenze, Padova e Torino. Non si tratta solo di una data in calendario, ma dell’approdo capitolino di un percorso in cui Aldo Betto, Blake Franchetto e Youssef Bouazza portano sul palco il loro ultimo lavoro “Behind the Eyes”. Il loro suono è un meticciato pulsante dove il Desert Blues si fonde con Psichedelia urbana e un Funk talmente fisico da diventare un’esperienza totalizzante. Ascoltandoli tra le mura gremite del locale, ci si ritrova immersi in una tensione lucida che invita a iniziare un viaggio profondo verso quel che c’è “dietro agli occhi”, esplorando la nostra parte più inconscia e onirica attraverso un groove che si fa carne.
Varcare la soglia del Monk in questa serata significa immergersi in un’elettricità densa, quel tipo di atmosfera che precede i riti necessari dove il buio non viene scacciato ma attraversato con l’urgenza di chi vuole restare umano. Il locale è un diorama di umanità vera: nelle prime file si mescolano bambini con i cuffioni antisuono e fan storici, tutti stretti in una solidarietà che nasce solo quando la musica smette di essere prodotto e torna a essere un gesto di consapevolezza pura. Il palco riflette questa filosofia dell’essenziale: niente schermi o sovrastrutture, solo le luci, strumenti e la scritta Savana Funk a dominare la scena come un monito di purezza espressiva.
Il silenzio si rompe quando i tre musicisti sbucano sul palco con una carica quasi atletica, cercando immediatamente la connessione emotiva con il pubblico. Mentre Aldo Betto e Blake Franchetto si posizionano scambiando rapidi saluti con le prime file, Youssef Bouazza lancia il pattern ritmico ipnotico di “Metta”, il brano che apre l’ultimo album. È un’intro trasognante, un modo per sintonizzare i cuori dei presenti su una frequenza onirica prima di scatenare l’inferno sonoro. Da sottopalco lo spettacolo è magico, una dimensione dove i tre ti trascinano senza sconti tra le note di “Bolodelic” e “Il Ghepardo”. La grande sorpresa arriva quando Youssef inizia a cantare, affrontando con scioltezza i brani in francese: la sua voce avvolge e circonda la sala con un canto sincero che viene dall’anima, una naturale evoluzione artistica che trasforma il concerto in un’esperienza sensoriale.
C’è qualcosa di magnetico nel modo in cui Blake Franchetto abita il palco: lo vedi lì, quasi in uno stato di sospensione psicofisica, con le dita che corrono agili sul manico del basso come se volessero estrarre ogni singola vibrazione vitale dal legno dello strumento. Ogni tanto si isola nel suo mondo di frequenze basse, per poi tornare bruscamente a guardare dritto negli occhi le persone, come se volesse scrutarle e leggere cosa sta succedendo nel loro intimo. Questo dialogo silenzioso è interrotto solo da un sorriso genuino, felice e grato, mentre continua a tessere trame perfette avvicinandosi ad Aldo in duetti carichi di una complicità rara. Dall’altra parte, Aldo Betto balla, salta e ride come un bambino felice. È coinvolgente vederlo fondersi con la sua chitarra: più il pubblico risponde con urla e applausi, più lui si muove, disegnando intrecci musicali muscolari e onirici.

savana funk live al monk
La scaletta prosegue con la potenza politica di “Fuga da Gorèe”, una storia di schiavitù e ribellione che dal vivo diventa un atto di resistenza. È incredibile notare come il pubblico cantasse la musica suonata anche se non c’erano parole, sostituendo i testi mancanti con cori spontanei che trasformano l’assenza di linguaggio in una connessione totale.
Il finale è un’esplosione di generosità che sembra non voler finire mai. Hanno concesso diversi bis, una sequenza che ha segnato un’eccezione rispetto alle altre date del tour, dimostrando che la loro energia è costante anche quando gli strumenti pesano sulla spalla. E, alla fine, il locale è letteralmente esploso, tra salti e urla. Al termine della serata la gente rideva, era felice e carica. I tre protagonisti non sono scappati: erano lì, a girovagare per il Monk, regalando sorrisi, foto e chiacchiere a chiunque li fermasse. Ho avuto la fortuna di conoscerli prima del live e quella sensazione di umanità che trasmettono sul palco non è una posa, sono genuinamente veri, reali e grati di poter emozionare ed emozionarsi con noi. Non so se li apprezzo di più a livello umano o artistico, posso solo dire che è stato uno dei live più belli a cui abbia mai partecipato. Non vedo l’ora di rivederli.







