– di Rossella Vianello –
Questa intervista è speciale. È lunga, articolata, a tratti divaga come fanno le conversazioni importanti. Ma vale la pena leggerla fino in fondo, perché parlare con Mauro Ermanno Giovanardi significa entrare in una dimensione rara nel panorama musicale di oggi: un luogo in cui il tempo rallenta, le parole tornano ad avere peso e la musica smette di essere consumo per tornare esperienza.
Il 30 marzo uscirà il suo nuovo album, E poi scegliere con cura le parole (Woodworm Label), anticipato a dicembre dal singolo Veloce e, dal 30 gennaio, da un mini EP di quattro brani intitolato A tutti i costi.
Un progetto corale, definito dallo stesso Giovanardi un vero e proprio “collettivo della parola”, che vede la collaborazione di autori come Francesco Bianconi, Colapesce, Kaballà e Alessandro Cremonesi dei La Crus.
Un disco nato lentamente, attraversato dalla pandemia e da molte deviazioni creative, che si annuncia come il lavoro più esistenzialista della sua carriera. Ma, come ama ripetere l’artista, attraversato da una “leggerezza pensosa”, in perfetto stile calviniano.
Mauro, partiamo dal titolo: E poi scegliere con cura le parole. In un’epoca di sovrapproduzione verbale e musicale, cosa significa per te oggi scegliere con cura una parola?
Significa tutto. Le parole non sono mai innocenti: hanno un peso, una responsabilità, una memoria. Oggi vengono usate in modo indiscriminato, spesso superficiale. In un tempo in cui tutto si consuma in pochi secondi, scegliere le parole diventa prima di tutto un gesto etico, ancora prima che politico.
Hai raccontato che questo è stato il disco più pensato e travagliato della tua carriera.
Sì, perché non avevo mai lasciato passare così tanto tempo tra un lavoro e l’altro. Ho iniziato a lavorarci nel 2019, poi è arrivata la pandemia, poi il ritorno con i La Crus, poi altre pause. È un disco che ha vissuto molte vite prima di arrivare alla forma definitiva. E credo che proprio per questo sia diventato quello che è.
Lo definiresti un disco “di cuore”?
Assolutamente sì. C’è un’architettura complessa dietro, anche se non è ostentata. L’idea era quella di fare un disco di canzone d’autore del terzo millennio: contemporanea, ma radicata. Per questo ho lavorato molto sull’elettronica, togliendo quasi del tutto chitarre e bassi elettrici suonati, lasciando spazio a pianoforti, sintetizzatori, campionamenti e fiati veri.
Una scelta sonora molto netta.
Volevo che la voce e i testi fossero il centro assoluto. Oggi spesso la ritmica invade tutto, qui ho cercato il contrario: un’elettronica che accompagna, che non schiaccia. Con Leziero Rescigno abbiamo lavorato tantissimo su questo equilibrio.
Il disco è stato definito un “collettivo della parola”. Come hai gestito collaborazioni così diverse?
Lavorare con altri artisti è sempre un atto di fiducia. Io mi sono posto come regista: accogliere le idee, ma mantenere una direzione chiara. È un lavoro di armonizzazione, di sottrazione. Alla fine però la responsabilità è mia, perché sono io a metterci la faccia.
Si sente un suono molto essenziale, mai ridondante.
È una scelta totalmente consapevole. Tutto è stato pensato per far sì che la voce fosse in primo piano. È un disco coerente dall’inizio alla fine. Poi si vedrà se pagherà, ma è esattamente quello che volevo fare.
Il primo singolo si intitola Veloce. Un titolo quasi ironico vista la lunga gestazione del disco. Che rapporto hai oggi con il tempo?
Me lo prendo molto di più. Ho imparato a rallentare, a godermi le cose. Negli ultimi anni ho cambiato abitudini, ho riscoperto la bicicletta, che per me è quasi una meditazione in movimento. Pedalare mi ha ridato disciplina e equilibrio.
In brani come Non credo nei miracoli emerge una visione lucida e disincantata. C’è ancora spazio per la speranza?
La speranza deve esserci sempre. Non parlo di fede religiosa, ma di un sogno da inseguire. Senza speranza lo sguardo sarebbe troppo triste.
Guardando alla tua storia – dagli anni ’90 a oggi – provi più nostalgia, responsabilità o disincanto?
Nostalgia mai. Responsabilità sì, ma allora non ce ne rendevamo conto. Un po’ di disincanto serve: bisogna sognare, ma poi ricordarsi anche di andare a fare la spesa.
Il disco si chiude con Ha ragione Schopenhauer. È una resa al pessimismo?
No, è consapevolezza. L’idea che la vita sia dolore con qualche attimo di felicità. Dirlo non significa arrendersi, ma guardare le cose con onestà.
UN ALBUM COME ATTO DI RESISTENZA
E poi scegliere con cura le parole è un disco che va in controtendenza rispetto alla frenesia del presente. Non cerca l’impatto immediato, ma la durata. Non l’effetto, ma la sostanza. Giovanardi costruisce un lavoro che tiene insieme elettronica e canzone d’autore, intimità e sguardo collettivo, riflessione esistenziale e leggerezza. Un album maturo, coerente, profondamente umano. Ascoltare e parlare con Giovanardi significa ricordarsi che la musica può ancora essere un luogo di profondità e di senso. Un luogo in cui non tutto deve essere veloce. A volte basta fermarsi, respirare, e come suggerisce lui, scegliere con cura le parole.







