– Di Chiara De Luca-
La nostra intervista a Gian Maria Accusani sui Sick Tamburo e su “Dementia”, l’album uscito il 16 gennaio 2026 tra malattia mentale, guerra, identità e resistenza emotiva.
C’è una coerenza quasi ostinata nel percorso dei Sick Tamburo. Nati dalle ceneri creative dei Prozac+, Gian Maria Accusani ed Elisabetta Imelio hanno saputo costruire un lessico dove la fragilità non è un limite, ma una forza d’urto. Con il nuovo album “Dementia”, uscito il 16 gennaio 2026, la band pordenonese torna a graffiare la superficie del reale per esplorare i territori d’ombra della psiche e della società. In un’epoca di perfezione digitale asettica, Gian Maria sceglie di «non addomesticare il disagio», trasformando il dolore e la confusione in un rito collettivo di onestà intellettuale. Abbiamo parlato con Gian Maria, attraversando il concetto di “non-mente”, la protezione dei passamontagna e la necessità di restare «umani, troppo umani» in un mercato che corre sempre più veloce.
Nel nuovo disco, “Dementia”, si parla spesso del concetto di “non-mente”. Ti va di esplorarlo e spiegarci cosa rappresenta per te e per la vostra musica?
“Dementia”, ovvero “non-mente”, è un viaggio dentro quello che inizialmente era solo il mondo della malattia mentale. Mi sono trovato inevitabilmente a dover esplorare questa realtà che, come tutte le cose che fanno paura, si tende a tenere a distanza. Ma quando sei costretto, devi guardarla con gli occhi bene aperti, accettarla e conoscerla: è l’unico modo per far diminuire il terrore. Ho osservato le fasi altalenanti che questa situazione porta con sé: momenti di confusione totale, terrore, ma anche tranquillità. Scrivere queste canzoni è stato un bisogno, il mio modo per alleggerire questioni pesanti che avevo dentro. Poi, lavorandoci, ho capito che c’era un parallelismo diretto tra la malattia e il comportamento folle dell’essere umano oggi. Guerre e situazioni miserabili che vediamo ogni giorno sono “non-mente”, demenza pura. A differenza della malattia subita, però, questa follia umana è quasi decisionale, attiva, e questo la rende forse ancora peggiore.
Secondo te, cosa è scattato nell’uomo per arrivare a questo punto di rottura nell’ultimo decennio?
Credo che personaggi “mancanti di mente” ci siano sempre stati nella storia. La differenza è che oggi siamo sotto un bombardamento informativo costante che cinquant’ anni fa non esisteva. Grazie alla tecnologia e a internet veniamo a conoscenza di disastri e distruzioni in tempo reale. Forse non è che oggi accada più di prima, ma lo sappiamo con una precisione ora dopo ora che prima non avevamo. Vediamo succedere cose che nessuno vorrebbe mai vedere, un mondo che vive fuori da ogni concezione di serenità.
In questo scenario, la musica può essere un rifugio? Penso a un brano come “Ho perso i sogni”, dove racconti la guerra con gli occhi di un ragazzino.
Sì, credo che sia importante che la musica si occupi di ciò che viene tralasciato perché fa paura. Portare certe argomentazioni alla collettività è il primo passo per far scattare un pensiero. Non si può far finta di niente o lasciare sola la gente che subisce; il mondo esiste finché ci si occupa di chi è in difficoltà. Personalmente, fare musica mi dà sollievo perché crea momenti di distacco dai casini circostanti. Ogni forma d’arte ha la forza di dare un supporto alla nostra coscienza e al nostro sentimento.
Com’è la tua visione del mercato musicale attuale rispetto alla scelta dei Sick Tamburo di restare fedeli a un certo tipo di onestà intellettuale?
Noi facciamo da sempre quello che ci piace senza badare troppo ai numeri o ai risultati. Credo che la gente capisca questa nostra onestà, anche quando va contro i nostri interessi. Per noi è meglio stare bene che fare due numeri in più; non riusciremmo a fare musica se dovessimo progettarla per funzionare. Il mercato oggi va verso una leggerezza estrema, verso cose veloci, “usa e getta”. Si parla poco di socialità e i risultati per chi fa musica alternativa non sono semplici. Noi abbiamo una storia che ci permette di resistere, ma per chi inizia oggi da zero è davvero dura trovare spazio se non segui il movimento dominante.
Il vostro pubblico vi segue fedelmente dai tempi dei Prozac+. Com’è cambiato questo rapporto negli anni?
Sono due mondi diversi. I Prozac+ hanno vissuto una storia incredibile arrivando in classifica in un momento in cui la musica alternativa aveva preso spazi importanti nel “nazional popolare”. I Sick Tamburo sono nati quando quegli spazi non c’erano più. All’inizio facevamo concerti per 100 persone, ma non ci siamo fermati. Abbiamo fatto ciò che piaceva a noi, non agli altri, e questa scelta ha pagato. Oggi vedere tutta quella gente che canta le nostre canzoni mi rende solo felice; spero non cambi mai.
Parliamo del passamontagna: siete passati dalle maschere bianche a questo indumento che ormai è un tratto distintivo. Perché continuare a indossarlo?
È iniziata come una scelta estetica e di rottura, per non portare il peso del passato nel nuovo progetto e, soprattutto, per nascondere le nostre identità. Poi è diventata parte di noi. Anche se all’inizio nascondersi poteva sembrare un ostacolo o un filtro che allontanava il pubblico, col tempo è stato capito. Quando c’è onestà intellettuale, quella barriera si alleggerisce.
Cosa provi esattamente nel momento in cui lo indossi prima di salire sul palco?
Ormai è una tale abitudine che non provo quasi nulla. In passato sentivo una doppia funzione: da un lato mi staccava un po’ dal pubblico, il che non era sempre positivo, ma dall’altro mi faceva sentire protetto dietro una maschera. Oggi sento di non aver più bisogno di quella protezione, quella sensazione è svanita quasi del tutto.
In “Dementia” c’è un continuo alternarsi tra presenza e assenza. Scrivere questo album è stato un modo per continuare un dialogo mai interrotto con ciò che non c’è più fisicamente?
Questo disco è nato da un incipit non scelto: sono stato costretto ad affrontare il mondo della malattia mentale. Inizialmente volevo andare in un’altra direzione, non volevo parlarne. Ma quando ho iniziato a scrivere, mi sono reso conto che anche i primi pezzi che avevo composto parlavano già di quello. È stato l’inconscio a guidarmi; quando certe cose ti toccano profondamente, non puoi fare a meno di tirarle fuori. Mi viene spontaneo lavorare su ciò che sento davvero.
C’è una canzone a cui sei rimasto particolarmente legato nel tempo?
Ce ne sono tante, ma credo che “La mia mano sola” sia quella a cui torno più spesso, ha una storia che non mi abbandonerà mai. Per quanto riguarda il nuovo disco, credo ne rimarranno molte perché me le sento dentro profondamente. Fuori dalla mia musica, ultimamente ascolto molto Eka Vandal, ha un’energia incredibile. Sulle collaborazioni, invece, non siamo quelli che le cercano a tutti i costi; se nascono spontaneamente bene, ma non è nel nostro spirito andare a caccia di nomi.
L’intervista con Gian Maria Accusani conferma che i Sick Tamburo non sono solo una band, ma un atto di umanità perfettamente imperfetta. In “Dementia”, l’onestà di «sputare in faccia la propria miseria» diventa un dono per chi ascolta, un modo per sentirsi meno soli in questo giro di testa collettivo. Il rito dei passamontagna continua, portando con sé bagliori di luce che squarciano il buio della non-mente, ricordandoci che la bellezza, spesso, si nasconde proprio nelle nostre ferite più profonde.







