Esce per la Sghetto Records questo esordio discografico firmato da Giulio Campaniello aka Subconscio. Si intitola “Daimon”, un louge che spazia tra R’n’B e soluzioni dal sapore jazz, almeno questo arriva al mio ascolto che confesso aver fatto in ore notturne… un suono riflessivo che ondeggia, crepuscolare, che avevamo segnalato in uno dei primi singoli estratti ad anticipazione: “No Drama“ con la featuring di Claver Gold. Dal Gargano ai colori losangelini… ci avviciniamo in punta di piedi, quasi a non voleri disturbare queste dinamiche decisamente sospese, morbide, a tratti lisergiche.
Il Gargano. Quanto di quella radice sopravvive nella tua musica e quanto, invece, hai dovuto lasciar andare per evolverti?
Amo il Gargano, è parte di me. È una presenza che porto dentro, nei colori, nei profumi che mi hanno cresciuto. Tutto questo mi ha formato, anche senza che me ne rendessi conto. Sono ispirazioni che tornano, magari sotto forme nuove, ma sempre legate a quella radice profonda. Allo stesso tempo, per evolvermi, ho dovuto anche lasciare andare qualcosa: staccarmi fisicamente, aprirmi ad altri luoghi, ad altre visioni. Ma il Gargano resta il mio punto di partenza.
Parli spesso di “ossessione” per la musica. Una forma di prigionia? Trovo che conduca ad una quiete, ad un lento planare dentro ragionamenti che metti in metrica…
La musica non è un’ossessione, e nemmeno una prigione. La musica è solo libertà. È uno spazio in cui posso essere pienamente me stesso, senza compromessi. Quel “planare lento” di cui parli è esattamente ciò che sento! Un rallentare che mi permette di osservare, capire, e poi mettere in metrica tutto quello che mi attraversa. La musica mi dà una direzione, ma senza costringermi.
E questo disco è comunque costantemente in quiete… mai uno scossone, ma un fuori pista fatta eccezione per alcuni momenti pur sempre adesivi a questo Mood… come mai?
Questo disco è un’immersione. Non volevo scosse, ma profondità. Ogni suono è stato posato con delicatezza e cura. Ho voluto creare uno spazio dove fermarsi, per sentire davvero. Perché a volte il più grande movimento sta proprio nel restare fermi.
Ci sono frasi che fotografano il decadimento di chi siamo. Di questa società che non premia chi riesce… un disco come questo si prende a cuore anche questo tipo di battaglia e di responsabilità?
La musica, per me, deve prima di tutto ispirarci, a guardare dentro, a dare valore a ciò che racconta, senza classifiche. Ognuno fa il suo viaggio, e ognuno trova nella musica qualcosa di diverso, qualcosa che lo tocca davvero. Le frasi o le canzoni possono significare cose diverse a seconda di chi le ascolta, in base alle proprie esperienze e al proprio vissuto. Non c’è un messaggio unico o una lettura giusta. Ognuno interpreta a modo suo, trovando dentro ciò che sente più vicino.
Altra caratteristica che sento nell’ascolto: la ritualità. E qui non so davvero come meglio spiegarla. Ha senso secondo te usare questa parola?
La ritualità per me è la fotografia di un momento meraviglioso. Ha qualcosa di profondamente umano: è ritmo, è presenza, è cura. È come dire al tempo: “Aspetta un attimo, amico! Questo momento lo voglio vivere con attenzione e tutto per me”. E in quel ripetersi, che non è mai davvero uguale, troviamo l’equilibrio. Un po’ come quando si ascolta una canzone che ami, che conosci a memoria, ma ogni volta ti colpisce in un punto diverso.
Dunque per te, il dáimōn, che suono ha?
Qualcosa che ti fa sentire a casa, anche quando tutto intorno sembra in bilico.







