Articolo di Chiara De Luca
Foto di Roberta De Tommasi
Il 14 agosto è il quarto giorno di Sziget. Sul Main Stage si susseguono, uno dopo l’altro nell’arco della giornata, Giant Rooks, Carson Coma, Biffy Clyro e Twenty One Pilots, mentre sul Light Stage – la venue diurna del festival, che ospita anche quest’anno il progetto New Sounds from Italy, realizzato con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea” – a esibirsi nel primo pomeriggio sono i Vaeva, band indie rock brianzola classe 2005. Con loro si chiude, per Exitwell, il racconto italiano di questo Sziget 2026, dopo Giulia Mei, Ginevra il Day, Little Pieces of Marmelade e I Patagarri.
Vaeva: «Adesso la gente paga il biglietto per vederci»
Sara Nobili (voce), Jacopo Renzi (batteria e voce), Edoardo Mereuta (chitarra e voce), Gabriele Coffanetti (chitarra) e Michele Basilico (basso) formano i Vaeva dal 2022, nati come band di strada nella metro di Milano prima di arrivare, quest’estate, sul Light Stage del Sziget. Li abbiamo raggiunti nel backstage, poco dopo la loro esibizione.
Siete giovanissimi – tra i più giovani della lineup – ed è capitato che qualcuno vi criticasse per i testi “infantili”. Cosa significa per voi portare questi testi su un palco come quello dello Sziget, davanti a un pubblico coetaneo che vive le vostre stesse situazioni e sensazioni?
Sara: Secondo me è importantissimo, perché i testi “infantili” in realtà sono la cosa in cui abbiamo scoperto che si ritrovano tutti – solo che molte persone non vogliono ammetterlo. Non sono infantile, semplicemente i testi sono semplici, quindi sono più facili da capire: più persone li capiscono, più persone ci si ritrovano dentro, e ancora meglio così. Non abbiamo problemi con gli hater.
Jacopo: Le canzoni in inglese sono ancora più infantili, se le traduci.
Avete iniziato la vostra carriera nella metro di Milano, con un pubblico che non sceglieva di venire ad ascoltarvi, ma che vi trovava lì per caso. Qui invece – come anche nei vostri tour in Italia – avete un pubblico che sceglie di esserci. In questo percorso, c’è stato un cambiamento nel vostro approccio alla musica?
Sara: C’è stato, ed è stato molto grande, perché all’inizio dovevi fare musica per cercare di attirare la gente, di tenerla il più possibile vicino a te. Adesso invece la gente paga il biglietto per vederci, ed è una cosa ancora difficile da metabolizzare. Bellissimo, però: cantano le nostre canzoni, quindi cosa vuoi di più?.
Jacopo: In realtà essere qui oggi, e anche fare video sui social, è molto simile a suonare in strada, perché è sempre la stessa dinamica: la gente non ci conosceva, passava e si fermava.
Edoardo: Come in metro, la gasiamo e la gente si ferma!.
Jacopo: Fosse per me tornerei ogni tanto a suonare in metro. È bello: sei sullo stesso piano delle persone, non c’è un palco. Quando si diventa davvero qualcuno di famoso sarebbe figo tornare a fare una specie di flash mob in Piazza Duomo con un sacco di gente, come fanno certi artisti famosi oggi.
Che rapporto avete con il pubblico?
Sara: La cosa più bella, dopo il suonare, è il post-concerto, quando parliamo con le persone. Molte di quelle che abbiamo conosciuto anche due anni fa le vediamo ancora: usciamo a mangiare insieme, andiamo in giro, al cinema. È bellissimo: con il passare del tempo le persone aumentano, ci scrivono su Instagram, gli diamo il numero, iniziamo a uscire. [Non è un invito a chiedere il loro numero di telefono, specificano ridendo, ndr]
E che rapporto avete con gli hater?
Gabriele: A me divertono tantissimo, mi diverto un mondo nel leggerli.
Jacopo: All’inizio la prendevo male, adesso abbiamo capito che non ha senso farlo.
Sara: Ogni tanto me la prendo male anch’io. Gab è il nostro addetto a rispondere ai commenti pesanti, che però alla fine fanno ridere, perché dici: “ma perché dovresti scrivere una cosa del genere?”.
Michele: Più che altro sono spesso hater politici, quelli che dicono “siete di quella parte politica, quindi fate schifo”. Diciamo che fa ridere sui social, perché la nostra musica non viene incasellata a destra o a sinistra: esce dall’echo chamber di qualcuno e arriva più o meno a tutti.
Sara: Esatto. Se poi mi dici “sei stonata”, quello sì che ci rimango male. E poi, se hai gli hater, significa che stai diventando qualcuno.
Jacopo: Aspettiamo l’hater che deve venire a Codroipo [dove suoneranno il 4 settembre 2026, ndr] per insultarci: ci ha scritto “vi vengo a vedere per insultarvi”.
E per quanto riguarda la fanbase?
Sara: Ci difendono dagli hater, prima di tutto, e ci sostengono sempre. Magari sui social i video vanno male e pensi “ecco, ormai non gliene frega più niente a nessuno”. Poi succede una cosa bella come suonare al Sziget e ci scrivono in un milione — anche persone che sono in Italia — per dirci “buona fortuna, spaccate tutto”.
Jacopo: Abbiamo sempre quelle cento persone che ci scrivono tutti i giorni. Mi arrivano messaggi anche in privato, tipo un “grande” con il pollicione.
Siete qui con New Sounds from Italy, e siete tra i più giovani della line-up: sullo stesso palco si sono esibiti, ad esempio, Giulia Mei e I Patagarri, artisti con una carriera già più solida alle spalle. Questo vi ha messo ansia, all’inizio, o vi ha caricato?
Sara: Ci ha caricato — anche perché conoscevamo già molti degli artisti che hanno suonato sul nostro stesso palco. Con Giulia Mei abbiamo già fatto tre concerti insieme, bellissimo. E ritrovare qui, a Budapest, tanti artisti italiani è stato bellissimo.
Jacopo: E da qui sono partiti tanti progetti. Prima ci ha scritto Elio dei Pinguini Tattici Nucleari, mandandoci una loro foto di nove anni fa sullo stesso nostro palco, il Light Stage.

Un’isola, cinque ragazzi e un sogno sul Main Stage
Alla domanda su quale sia il loro palco dei sogni, dopo questo, i Vaeva rispondono tutti insieme, in un coro di voci che si intrecciano: c’è chi punta dritto al Main Stage del Sziget, e chi rilancia sognando addirittura il Capodanno in piazza di Rai Uno – magari in scaletta con Orietta Berti, Sal Da Vinci e Rovazzi. Qualcuno si diverte a immaginare la scena nel dettaglio: Orietta Berti che sale sul loro palco, magari in apertura proprio sul Main Stage del Sziget, e il pubblico che impazzisce.
Solo alla fine qualcuno fa notare che, tra tante ipotesi, nessuno ha nominato il palco di Sanremo: c’è chi ammette che ci stava pensando ma lo mette comunque dopo il Capodanno, e chi rilancia con un’alternativa altrettanto concreta, l’Eurovision con San Marino. Tra una battuta e l’altra, i Vaeva chiudono la loro chiacchierata al Sziget nello stesso modo in cui l’hanno vissuta: senza prendersi troppo sul serio, ma con la consapevolezza di essere arrivati, a vent’anni, su un palco che fino a poco tempo fa sembrava lontanissimo – soprattutto se visto dalla metropolitana di Milano. Con questa risata, per Exitwell, si chiude anche il racconto italiano di Sziget 2026: dopo le voci di Giulia Mei, Ginevra, Little Pieces of Marmelade e I Patagarri, sono i cinque ragazzi dei Vaeva a portare a casa l’ultima parola di questa edizione – con l’idea, neanche troppo nascosta, che il prossimo salto sia quello sul Main Stage.








