di Sebastian Donzella
Ho chiesto all’IA di spiegarmi perché Tony Pitony abbia tutto questo incredibile successo, ordinando le cause in ordine di importanza. La simpatica intelligenza artificiale di Google, ovviamente, ha messo al primo posto, ça va sans dire, la provocazione e il linguaggio politicamente scorretto.
Però non basta, non può bastare dire “culo” per far cantare migliaia di italiani tra festival, palchi, palazzetti e litorali e per vincere la serata delle cover a Sanremo (lo diciamo subito, “Lady is a tramp” non farà parte della performance milazzese).
Il secondo punto del signor (o signora?) Gemini non aiuta: l’identità visiva e il mistero della maschera. Sì, ok, ha creato un certo hype ma non è il primo che la usa e, soprattutto, non può essere sicuramente la risposta definitiva.
La terza causa, invece, a parere del vostro umile scrivente, è quella decisiva: la qualità musicale e la cura compositiva. Perché per cantare “Culo” in tremila persone, nella notte tra mercoledì 12 e giovedì 13 al Mish Mash Festival, in quel di Milazzo, così come in decine di altri posti e da parte di migliaia di altre persone, sparse qua e là per lo Stivale, serviva alle spalle una musica di un certo livello. Indie, funk, indiepop, chiamatelo come volete (del resto nessuno si sogna di ingabbiare Elio e le Storie Tese dietro una semplice etichetta).
Sappiate solo, per i pochi vissuti su Marte nell’ultimo anno, che si tratta di musica fatta bene, in maniera robusta, che reggerebbe anche senza i testi demenziali. Con una band di livello altrettanto alto, con tre fiati, oltre agli immancabili basso, chitarra, batteria e tastiere, che abitano nella stessa lunghezza d’onda del pubblico e del loro frontman. Ma parliamo di quest’ultimo, che sa di piacere tanto, tantissimo, e sfrutta alla grande il momento. Del resto, dopo anni di gavetta (leggasi studi e sacrifici) tra Sicilia, Londra e resto d’Italia, ha trovato la formula magica per riempire le piazze under 40 del Belpaese.
Sfruttando, e qui siamo alla quarta e ultima causa che il motore di ricerca più grande del mondo ci ha gentilmente fornito, lo spirito di rivalsa e la narrazione anti-sistema. Lungi dal sottoscritto l’intavolare una discussione sull’industria musicale che fagocita cantanti e musicisti e sul perché, ampliando il discorso a tutta la società, a livello nazionale siamo gli unici in Europa a guadagnare meno di trent’anni fa. Però il nostro amico di Siracusa ha capito tutto ciò e ha saputo intercettarlo alla grande, mischiando un’enorme voglia di leggerezza con una grande capacità di critica e autocritica (leggasi: sapersi prendere per il c**o, almeno questo lo censuriamo).
Spiegato il perché, senza rimorsi, siamo stati, senza remore, a urlare parolacce in mezzo a un castello medievale come non se ne sentivano dai tempi dei garibaldini venuti a espugnarlo più di 150 anni fa, andiamo alla simpatica cronaca del concerto(ny) facente parte del tour ESTATONY.
Che si basa, al 90 e passa per cento, sul secondo, eponimo, album del nostro (TONYPITONY, 2025). E che si svolge nonostante un’ora abbondante di lampi, fulmini e saette che, per fortuna, non mantengono quanto solitamente promettono.

Evitato il temporalissimo, il cantante più atteso del Mish Mash entra in scena vestito da Fred Flintstones, dialoga col pubblico che pende dalle sue labbra e le canta praticamente tutte, con predilezione per “culo”, “donne ricche” e “mi piacciono le nere” (un gran bel modo per descrivere plasticamente cosa si intenda per splendida decadenza, in fondo Baudelaire è morto alcolizzato e di sifilide).
Inizia con “Rio de Janeiro”, basato, ovviamente, sulla parte anatomica posteriore che, con un senso ciclico della storia (scusami Vico), sarà anche l’ultima parola pronunciata dal signor Tony. Poi tocca a “Balù” e ai problemi tricotici in giro per il corpo, che introduce la grande hit “Culo”, cantata letteralmente a squarciagola dai presenti.
E così, dopo trans, peli pubici e sederi, si passa a un altro grande cavallo di battaglia del maschio eterobasico: i gay, argomento centrale in “Giovanni”. Con un finale che potrebbe essere considerato completamente stupido o totalmente inclusivo (in sintesi: siamo tutti gay). Dopo la prima overdose di cavolate, suonate e cantate impeccabilmente, l’artista siciliano mostra tutta la sua bravura tecnica, in collaborazione con la band, con una parte musicale scat (con insulti siciliani amabilmente mischiati tra i vocalizzi richiesti alla folla). E poi di nuovo, a tuffarci nel kitsch di qualità e nel trash autoriale (l’ho scritto davvero?): “Sessonline”, “Polietilene” (una delle pochissime non presenti nell’ultimo album) e “Tua mamma”. Quest’ultima, come segnala lo stesso Tony, è la più antica, l’unica dal suo disco d’esordio NEL 2067 (2020). In tutto ciò, non dimentichiamoci che siamo in Sicilia. Occasione ghiottissima per portarsi sul palco uno dei co-protagonisti del video più virale del nostro: parliamo di “Triquila” e di @stefanoconlaesse, che ritroveremo più tardi, impersonando a petto nudo il Gabibbo, a lanciarsi in mezzo alla folla durante l’ultima canzone insieme alla sua “solita” controfigura: ovvero un nano tanto amato e pubblicizzato dallo stesso Tony su social e podcast.
Da lì, altro intermezzo musicale per sottolineare (come se ce ne fosse bisogno) che i giovani musicisti siano prima di tutto dei maestri. E poi la chiusura in grande stile, con la superhit “Donne ricche” (anche questa non pubblicata nell’album eponimo) e gli altri tre grandi successi “Mi piacciono le nere”, “L’uomo cannone” e la già citata “Striscia” (vedi il crowd surfing del Gabibbo di cui sopra). Tutti cantati da gente abbracciata, saltellante, sudata e sudante, sopra e sotto il palco.
Divertono e si divertono, il gioco è la chiave di tutto, dentro e fuori il castello, come ricorda lo stesso Tony in chiusura, appena terminato il concerto con la stessa parola con cui chiuderemo questo articolo: culo.







