Presentarsi al 2017 con un disco che si intitola “Capolavoro” non è cosa da tutti. E’ uno statement, una dichiarazione di intenti forte e inequivocabile, oppure è un titolo che subito mette in chiaro la forte, fortissima vena comico/drammatica dei cinque musicisti torinesi noti con il nome “Cibo”?
Nascono nel 2004, dichiarano di essere influenzati dal rock anni 2000 e dalla scena underground piemontese degli anni 80, e fanno musica forte, anzi, fortissima. I Cibo hanno alle spalle già tre EP ed un album (“Incredibile” del 2013) e tornano ora con questa nuova fatica che uscirà il 3 febbraio sotto l’etichetta INRI. Registrato in Italia (presso l’Andromeda Recording Studio di Max Casacci dei Subsonica) e modellato tra Germania e California, “Capolavoro” è un disco che mette fin da subito in chiaro tutti i suoi intenti, senza lasciare adito a perplessità o ripensamenti: si parte con “Il Nostro Gruppo è morto” che ti spara in faccia il distorsore di chitarre acide e potenti, mentre la voce di Gridata di Giorgio comincia nel sottile valzer che, tra un passo e l’altro, mischia in maniera sapiente ed originale l’ironia, il disincanto, e quella dolce quota di incazzatura pre/post pubertà che unisce il tutto creando un composto mai banale.

La musica dei Cibo è difficilmente classificabile, ma anche se a noi le etichette e le denominazioni non piacciono tanto, per dovere d’informazione dobbiamo dire che siamo davanti ad un misto tra hardcore e stoner, con degli influssi visibili (ma in questo caso meglio “udibili”) dagli Elio e le Storie Tese, soprattutto per quanto riguarda i testi, che non si distaccano, e anzi ampliano e perfezionano, la vena “demenziale” che il gruppo porta avanti dalla sua nascita. Il leitmotiv del disco è quello che abbiamo detto, e va avanti con una certa coerenza attraverso i vari pezzi, “Vikingus”, “Gadro”, l’impronunciabile “ICSFCLD”, “Valzer del Disagio”, “Murazzi Lato Dx”, concedendosi qualche momento di minor spinta come ad esempio nella conclusiva “Riporto” (ma solo nella parte iniziale, non fraintendetemi, perché il finale di un disco del genere non poteva essere lasciato ad arpeggini e chorus). Ci sono tanti elementi diversi in questo nuovo album dei Cibo, un po’ di Misfits, di EELST, di Foo Fighters, un po’ di Mastodon e di Queens of the Stone Age, ma non stiamo parlando di plagi per l’amor del cielo: i Cibo sono riusciti a costruire, mescolando tanti ingredienti che sono a tutti gli effetti il festival dell’incoerenza, una loro coerenza fortissima e un’identità piuttosto unica, specialmente in un panorama musicale come quello italiano, che si affolla e si svuota troppo spesso di cloni e riproposizioni trite e ritrite di artisti già probabilmente mediocri per conto loro.

Viva la musica originale, viva l’originalità.

P.S.

Citazione finale e assolutamente dovuta va fatta all’incipit della canzone “Macchinine (miglioreamicodimerda)” con il sottofondo della celeberrima “Aria sulla Quarta Corda” di Bach.

E vi starete chiedendo magari: “E quale sarebbe?”

E’ la sigla di Superquark. Ditemi che non avete avuto un piccolo momento di felicità.

Francesco Pepe

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