Siete mai stati invitati ad una festa dove tra i presenti ci sono delle vere leggende della musica? Immagino di no, ma non preoccupatevi; infatti, provando a chiudere gli occhi ascoltando il primo disco dei So Does Yous Mother, avrete l’impressione di presenziare a un enorme party o meglio, a una variegata jam con degli ospiti veramente d’eccezione. A dirigere l’orchestra c’è un ispirato Frank Zappa con la sua chitarra, sapiente decostruttore rock di tempi e armonie; di tanto in tanto intervengono, per donare la magia della complessità jazz, Miles Davis e Marcus Miller con il suo slap netto e corposo;  c’è un’anima progressive rock plasmata dagli effetti e dalle dita sulla tastiera degli Emerson Lake & Palmer; dicono la loro anche lo storico George Clinton, Daft Punk, Kraftwerk e James Brown per quelle sonorità più funky che accendono la pista.

Lo so, me ne prendo la responsabilità, ma se mi sono permesso di scomodare tutti questi grandi nomi è solo per aiutarmi nel difficile compito di creare a parole la suggestione di un ascolto di  “Neighbours”. Gli otto brani del primo full lenght album dei So Does Your Mother sono un’energica e coloratissima valanga di note e stili che più si fanno strada più aumentano di intensità. Questi musicisti sanno suonare, non c’è dubbio e questo si fa chiaro già dal primo attacco di “Mitile milite”, in cui la chitarra virtuosa si combina alla tastiera psichedelica, sostenuti da un cantato ipnotico. Ma oltre alla tecnica c’è di più, perché saper suonare egregiamente a volte non basta; la band romana sa coinvolgere e stravolgere come nei primi intensi dieci prog-secondi di “Swallow” o nella dance dura e pura di “Your mother” in cui, non importa dove vi troviate ve lo assicuro, vi sentirete in una pista da ballo carichi come John Travolta. L’importante lavoro della ricca sessione di fiati, duetta in una danza frenetica con la chitarra e il notevole lavoro della sessione ritmica e, come in una divertente sfida, a volte predomina una a volte l’altra senza mai oscurarsi vicendevolmente.

C’è ampio spazio concesso ai virtuosismi mai fini a sé stessi come in “Under the roof” in cui l’assolo di sax si fa precursore per un’esplosione psichedelica di tastiere stabilendo il punto netto d’incontro tra il prog, la dance e il rock. Con delle basi simili il lavoro delle parti vocali risulta estremamente complesso; eppure, i cantati si inseriscono bene, nel momento e nel modo giusto, con pregiati groove e coloriture senza sfigurare minimamente con i loro virtuosi colleghi. Bravi.

Gianluca Grasselli

Share on FacebookPin on PinterestTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone