t.i.n.a. è l’acronimo che gioca sul sentimento di estraneità e alienazione che sta per “tutti i nostri alieni”.
t.i.n.a. è l’album d’esordio in cui i Moblon riversano delusione e malinconia per edulcorarle con una grafica e dei colori molto indie pop. Sul fronte musicale, invece, l’album del trio romano dà l’impressione di nuotare in mare aperto con le correnti in continuo cambiamento, che ora spingono verso un alternative rock italiano di fine anni Novanta, ora si aprono verso le sonorità beat e funk di “Dietro il bosco” per arrivare sorprendentemente al jazz di “Non toccare” e “Arrivo”. Per la prima parte dell’album, scorrono con fluidità e in rapida successione canzoni concise, dominate da una componente ritmica essenziale. Ma poi si arriva a “Era spaziale” e il flusso si inverte nuovamente, per aprirsi in una ballad intima, in cui spicca la vocalità calda e arrabbiata di Giulia Laurenzi, che ricorda il timbro insieme accogliente e respingente di Nada. Questa traccia divide idealmente il disco in due per fondersi con la successiva “Non toccare”, prosecuzione ideale e sofferta, in cui si evidenzia una imponente parte strumentale, tra divertissement da jam session e accenti dal retrogusto Seventies. Si riprende fiato, quindi, e ci si discosta temporaneamente dall’energia che ha accompagnato i primi cinque brani per concedersi un andamento più meditativo. Insomma, se fino a questo momento i Moblon avevano optato per una formula immediata, con brani da scartare e consumare come caramelle, qui mettono nelle mani dell’ascoltatore un bicchiere di vino da sorseggiare e godersi, senza fretta. Tra l’agrodolce carillon di “Sole” e la delusione di “Giro a largo” si arriva alla traccia che dà il titolo all’album e alla conclusiva “Sedia”, stornello punk che chiude il disco con la laconica frase «Se non vuoi più non fa niente». Siamo estranei a noi stessi, incapaci di riconoscerci allo specchio, di tracciare in modo chiaro i nostri confini, i nostri bisogni o i nostri piaceri: i Moblon ne sono convinti e insistono su questo concetto. Siamo umani, certo, ma alieni verso noi stessi. E Terenzio avrebbe dovuto avvisarci.

Letizia Dabramo

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