Chi di noi, da ragazzino, non ha avuto i suoi miti personali? Un’ammirazione immatura, gelosa, sentimenti a cui dopo anni si pensa con un sorriso ed un pizzico di malinconia.
Finché un giorno, arriva la possibilità di interagire con uno di quei vostri vecchi miti, con una consapevolezza più matura ma con l’emozione che pesca il suo carburante da quei ricordi di ragazzino.

Così andando ad incontrare Cesare Malfatti a Roma, prima del suo concerto a Na Cosetta, i ricordi e le relative sensazioni sembrano girare più velocemente delle gomme sull’asfalto (malandato) della Città Eterna. L’ottobrata romana ammanta il Pigneto, ma parlando dell’ultimo disco “Canzoni Perse” si è immediatamente proiettati in atmosfere metropolitane più riconducibili al Duomo che al Colosseo, ai vialoni che solcano Milano, più che ai quartieri-borgata che convergono, via dopo via più compatti, verso il centro di Roma.

«In questo disco ci sono sonorità scure, da metropoli del nord come può essere Milano o che so, Berlino. Una città diversa da Roma sicuramente. Il mio modo di sentire la vita oltre che la musica è più mitteleuropeo, lo è sempre stato, lo eravamo anche come La Crus, quindi questo tipo di città probabilmente me la porterò sempre dentro ed un po’ si sentirà sempre. Io però – ci spiega Cesare Malfatti – non me ne accorgo. Sono nato ed ho sempre vissuto a Milano, quindi non so fare molti paragoni ma questo aspetto torna e me lo chiedono spesso, quindi probabilmente mi è dentro anche se non lo sento».

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L’ambiente entra nel vissuto e nell’opera di un artista, anche quando non è espressamente richiamato. E nell’epoca delle interconnessioni, l’importanza di una scena artistica cittadina è ancora tangibile e diventa in primo luogo, polo di relazioni. È così, in momenti diversi, che si sviluppano anche i rapporti con Stefano Giovannardi e Chiara Castello, le altre due anime del disco.

«Chi fa musica va in giro per la propria città a sentire concerti, si parla, si scambiano idee, si creano legami. Stefano è un vecchio amico con cui suonavo molto tempo fa, l’incontro con Chiara invece è avvenuto lontano da Milano ad un festival in Romagna, in cui chiamammo il suo vecchio gruppo, i 2Pigeons. In quella circostanza ci conoscemmo e successivamente essere nella stessa città ha facilitato il poter suonare insieme. L’ho chiamata per lavorare al precedente disco “Una città esposta”, proprio perché quella volta avevamo parlato dell’utilizzo della loop station con la voce, un lavoro che tipicamente fa una cantante americana, Tune Yards, che poi abbiamo scoperto essere andati a vedere entrambi in concerto a Milano, senza conoscerci».

Così arriva “Canzoni Perse”, un album di dieci canzoni in realtà ritrovate, che pur venendo da momenti storici diversi e con testi scritti da diversi autori, risultano tutte attuali e coerenti. Un album che vive di armonici contrasti: l’elettronica forte di Giovannardi e la composizione malinconica di Malfatti, ma anche il messaggio positivo del riscatto delle canzoni, ed un’atmosfera generale che rimane in ogni caso a tinte scure.

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«C’è molto contrasto, e nel disco si sente, tra il mio lato un po’ intimista su certe canzoni ed un’elettronica a volte anche molto dura, complicata. Però forse il bello è proprio questo. Le tematiche sembrano simili perché i testi sono scritti da persone che hanno un legame con me, quindi sono tutte un po’ scure ed è stato facile tenerle insieme. Il lavoro di Stefano è servito a rendere le canzoni tutte contemporanee, anche se quando mi sono arrivati i suoi arrangiamenti ho fatto fatica ad accettarli. Ho dovuto riadattarmi molto e cambiare alcune melodie ma provando, reinterpretandole e cambiando alcune cose di Stefano, sono riuscito a ricompattare tutto. La mia malinconia c’è sempre, è un mio modo di sentire, gli arrangiamenti cercano un po’ di spostare questo sentimento, ma – sorride Cesare – più di tanto non ce la fanno».

Oltre a recuperare dieci belle canzoni e proporre una fine composizione in chiave altamente sperimentale, l’album ci consegna una Chiara Castello diversa da come la conoscevamo col suo attuale progetto I’m not a blonde, soprattutto per quel canto in italiano che modifica il suono della voce al punto da renderlo totalmente diverso.

«Non sapevo come sarei riuscita ad integrare la mia vocalità – racconta Chiara – con il linguaggio ed il timbro di Cesare. Inizialmente mi ha spiazzato, nel precedente disco avevo fatto un uso prettamente strumentale della voce, mentre negli altri progetti avevo sempre cantato in inglese o altro genere. Qui per la prima volta mi sono approcciata alla canzone italiana ed è stato un buon traghetto per avvicinarmi ad un linguaggio che, essendo italo americana mi appartiene quanto quello inglese, ma è sempre rimasto ai margini dei miei gusti musicali e sentivo un po’ distante. Sono contenta del risultato. L’inglese è una lingua più facile da inserire in una melodia, l’italiano è più sofisticato e richiede un lavoro più complesso. La voce cambia completamente, viene spontaneo fare un suono diverso cantando in italiano rispetto all’inglese, lo abbiamo notato anche riascoltando i primi provini di Cesare…».

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«Uso comporre le melodie – spiega Malfatti – in un inglese inventato che fa un po’ ridere (il famoso “finto inglese”, ndr), per dare poi queste prove a chi compone i testi e quando mi tornano in italiano, spesso devo cambiare la tonalità di tanto rispetto all’inizio. In italiano le melodie si complicano e bisogna scegliere le parole giuste per allungarle, mentre l’inglese ha molti più vocaboli che te lo permettono».

L’italiano però in questo disco, si avvicina a sperimentazioni di respiro più internazionale. Mogway, Moderat… sonorità in qualche modo già apprezzate dal nostro pubblico, che però fatica ad accettarle associate alla sua lingua madre, culturalmente ancora legata a specifiche abitudini musicali.

«È stato un disco strano e sicuramente un po’ rischioso, che però mi andava di provare a fare. Sicuramente rispetto a molti progetti indie anche nuovi, che strizzano di più l’occhio ad una certa canzone italiana e si rivolgono naturalmente un bacino di pubblico più ampio, questo disco lo fa meno».

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Appunto, l’Indie, termine che nel tempo ha mutato di significato diventando un’etichetta, appiccicata spesso senza troppa attenzione, su progetti agli antipodi come le sperimentazioni di Iosonouncane ed il cantautorato pop dei Thegiornalisti perché forse, al giorno d’oggi, identifica più una fetta di mercato che non un approccio alla produzione musicale.

«Indie era chi aveva l’etichetta indipendente – ricorda Cesare – e faceva qualcosa di eccentrico rispetto alle grandi case, che invece raccoglievano tutto il mainstream. Ma le major che prima investivano su gruppi come La Crus, ora non lo fanno più e così tutti, passando per etichette più piccole, diventano indie. Per me indie significa fare un tipo di musica che non è spudoratamente verso il grosso mercato e dove invece c’è un po’ più di ricerca. Un significato che oggi si è perso se è vero che vengono considerati indie progetti come i Thegiornalisti, che di ricercato non hanno nulla e si collocano nel pop, al contrario di Iosonouncane che ha un atteggiamento verso la musica completamente diverso».

«Credo che al momento – interviene Chiara – quel contenitore identificato come Indie sia l’unico esistente che riesce, pur restando comunque una nicchia, ad espandersi e raccogliere pubblico. Così qualsiasi nuova proposta che non raggiunge i numeri del mainstream, si colloca lì. Penso che al momento la distinzione riguardi solo questo, nell’indie troviamo tutto ciò che non fa i numeri del pop ed in questo senso, progetti come i Thegiornalisti sono usciti dall’indie, mentre Iosonouncane è un piccolo miracolo: è autore di un disco complicato, che è comunque riuscito a ritagliarsi un suo spazio venendo ricollocato in quel contenitore».

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L’Indipendenza intesa come libertà di sperimentare, deve quindi per forza rinunciare al grande pubblico?

«La verità è che ormai è difficile fare musica, mentre prima riuscivi anche un po’ a vivere facendo sperimentazione – racconta Cesare – oggi ha difficoltà anche chi fa il super pop, perché comunque i dischi non si vendono e c’è un ritorno molto più piccolo. Chi qualche anno fa per la musica spendeva al mese 100, ora spende 5».
Ed il rapporto non è esagerato, basti pensare a come YouTube o Spotify ad esempio, abbiano cambiato il modo di ascoltare musica.

«È un processo globale – riprende Chiara – che va oltre la musica. Il consumo è più veloce, c’è un gran bisogno di contenuti nuovi sempre più in fretta, e occorre alzare la velocità di produzione sacrificando la qualità o non si può reggere alla richiesta. Per la musica succede lo stesso: a qualcosa che costa pochissimo e non ti resta, non dai un grande valore».

Inoltre spesso, l’arrivo del pubblico, croce e delizia, ha finito per uniformare anche l’alternativo ad un gusto più comune. C’è quindi ancora spazio in Italia per sperimentare?

«C’è e si può fare tranquillamente – conclude Malfatti – ma se ci riferiamo alla possibilità di avere pubblico, non lo so. Io lo faccio perché è il mio modo di fare e mi piace. Non ragiono mai se rendere il ritornello o la melodia più orecchiabili, anche perché se in passato qualcuno mi ha indotto a farlo poi non è cambiato nulla comunque, quindi preferisco fare il ritornello come mi viene, non cambiare gli accordi o la melodia per renderli più fruibili. Finora è andata bene anche se andando a vedere i numeri di questa operazione, parliamo veramente di ricerca. Però continuo a fare quello che mi piace e… se il successo arriverà o meno “chi se ne frega”».

Riccardo Magni

foto di Mattia La Torre

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