Le vacanze sono ufficialmente finite e KUBLAI, alter ego di Teo Manzo, torna con un nuovo singolo dall’evocativo titolo “Belva rara del ritorno”, disponibile dal 4 settembre 2025 su tutte le piattaforme digitali per Believe Music Italy.
Dopo l’esordio del 2020, che aveva già attirato l’attenzione di testate come Rolling Stone per la sua capacità di intrecciare canzone d’autore, elettronica ed echi di prog, Kublai conferma il suo percorso unico e personale.
Nel nuovo brano la nostalgia prende corpo e diventa una creatura potente e misteriosa, incontrata al rientro dalle vacanze: una “belva” che si muove tra mito e fiaba, trasformando la scrittura poetica del cantautore in un’esperienza intensa e profondamente emotiva.

“Belva rara del ritorno” trasforma la nostalgia in una creatura immaginaria. Come è nata l’idea di darle questa forma mitica e quasi fiabesca?
Ho preso in prestito questa immagine da una poesia che ho scritto qualche anno fa. L’idea alla base è che passiamo molto del nostro tempo cercare cose che già conosciamo, a riconoscere nel presente le forme del passato. Vediamo in una nuvola qualcosa che è già nella nostra mente. Così ho pensato che se la nuvola fosse l’umanità sarebbe una belva enorme, a forma di nostalgia.
Dal tuo esordio del 2020 ad oggi la tua musica sembra essersi spostata: meno elettrica e più elettronica. Cosa ti ha portato verso questa direzione sonora?
Un po’ i miei ascolti, un po’ l’esigenza di fare musica in casa e con costi di produzione più bassi.
Nei tuoi brani spesso convivono canzone d’autore, elettronica ed echi di prog. Quali ascolti o influenze recenti hanno inciso maggiormente su questa fusione?
Mi piace la musica ibrida, antico e nuovo assieme. Il disco che ho più ascoltato nell’ultimo anno è “Jaago” di Lifafa, un musicista indiano. Lì c’è dentro tutto quello che mi piace.
Scrivi che “dirsi non è vivere”: quanto c’è di autobiografico in questa riflessione e quanto invece è un discorso universale rivolto a chi ascolta?
Da quando non esiste più l’ideologia tutti i discorsi sono autobiografici (e forse lo erano anche prima). Quella frase la dico a me stesso e contemporaneamente chi mi ascolta. Non basta dirsi di essere questo o quello per esserlo veramente, non basta riconoscere per conoscere.
Milano è la città dove sei nato e dove porti avanti il progetto. Una città che cambia molto in questi anni: quanto e come queste trasformazioni entrano nella tua musica?
Penso poco al momento perché la mia musica viaggia con cinque/sei anni di ritardo, le canzoni che pubblico oggi hanno visto la luce qualche anno fa. Ma qualcosa ci entrerà sicuramente. Comunque sia, non abbandono la nave. Milano è ancora il mio posto del cuore, l’imbruttimento di questi anni non ha la forza per scalfirlo.
Il progetto KUBLAI è nato con un disco che immaginava un dialogo tra Kublai e Marco Polo. Se la “Belva rara” potesse parlare oggi, cosa direbbe a chi la incontra?
La belva è una babele, non parla una lingua. Oggi, se si vedesse allo specchio, si spaventerebbe e penso si autodistruggerebbe, morirebbe del suo sguardo come il basilisco. Ma il saggio sa che la belva non esiste, quindi – non senza dolore – sopravviveremo.







