Compositore, pianista e architetto del suono, Carlo Gizzi è una di quelle figure rare che sanno muoversi con disinvoltura tra mondi diversi, facendo dialogare la scrittura classica con l’elettronica contemporanea, l’improvvisazione jazz con le suggestioni etniche, la colonna sonora con la sperimentazione pura.
Con alle spalle una formazione solida e trasversale — tra studi accademici, collaborazioni internazionali e un’attività instancabile tra palchi, studi e produzioni audiovisive — Gizzi ha recentemente pubblicato Awake, un album che fonde ambient, visioni cinematografiche e strumenti acustici in un viaggio sonoro ipnotico.
Lo abbiamo incontrato per parlare di questo nuovo lavoro, del suo approccio alla composizione e del rapporto — mai scontato — tra musica e immagine.

Awake è un album che, più che ascoltare, si attraversa. Qual è stato il punto di partenza di questo viaggio sonoro?
Il punto di partenza di un lavoro come questo è un po’ indefinibile per definizione perché Awake è di fatto un lavoro introspettivo, di ricerca sia interiore che sonora. E’ un percorso. Non ha un vero punto di partenza se non il desiderio di muoversi, la ricerca appunto.
Molti brani creano veri e propri paesaggi sonori. L’ispirazione musicale è arrivata immaginando o facendo riferimento a luoghi reali o si tratta di ambientazioni interiori?
Sono totalmente ambientazioni interiori. Dialoghi interiori oppure semplici visioni.
Centrale nell’album è il ruolo di Anandita Basu e Anya Pavlovskaya, che hanno portato nel disco una forte dimensione vocale e rituale. Come è nata questa collaborazione?
Conosco entrambe le artiste da molti anni. Abbiamo già collaborato molte volte insieme in diversi concerti. Spesso ci incontriamo al festival “Culture of The Spirit” in Albera Ligure.
La voce in Awake non racconta, ma evoca. Cosa cerchi nella voce, quando la scegli come elemento compositivo?
La voce è un suono primario, il primo di ogni essere umano. La voce ha molti poteri: può esprimere concetti, sentimenti o emozioni oppure evocare sonorità, ambientazioni, tempi, età… nell’album prevalentemente la voce è usata come suono, colore;
Nella tua musica convivono oriente e occidente, forma e intuizione. È una sintesi cercata o un processo naturale?
Entrambe. Studio musica da una vita, suonando con musicisti importanti, sia occidentali che orientali. Ho praticato sia musica classica e jazz che raga indiani. Quindi è tutto molto naturale, ma poi va ricercato, esplorato e vissuto.
La tua musica ha una natura di ricerca, esplorazione, non solo musicale ma anche “interiore”. C’è un pensiero filosofico o spirituale dietro la scrittura dell’album?
Si, pratico la meditazione Sahaja Yoga da circa 30 ed inutile dire che lo yoga e la musica siano un po’ la stessa cosa. Nello yoga si cerca il silenzio e nella musica… anche.
In un’epoca di consumo musicale veloce, tu chiedi lentezza e ascolto profondo. Che ruolo dovrebbe avere oggi la musica “lenta”?
Condurci alla riflessione, all’introspezione, all’ascolto autentico.
Se Awake fosse un luogo fisico, che tipo di spazio sarebbe?
Sicuramente uno spazio aperto… forse infinito.







