(che titolo da clickbait, non trovate?)

Due date per chiudere un capitolo e aprire un nuovo percorso. Non solo personale, ma musicale e italiano.

Si parla, ovvio, dei Thegiornalisti e di quello che è successo, cioè le due date a Roma e a Milano che hanno di fatto lanciato la band nel supermondo delle superstar che fanno supersoldi e supersoldout.

Esatto, due soldout in posti così grandi che tutti noi musicisti falliti possiamo soltanto sognare la notte, nel comodo riparo del nostro lettino. Loro, ci sono arrivati.

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Che abbiano sfruttato l’effetto onda del successo di Calcutta – che aveva già sfruttato l’effetto onda del successo (relativo a questo punto) de I Cani – è chiaro. Ed è anche chiaro perché su quel palco ci son saliti loro prima degli altri: perché Tommaso Paradiso è nato per fare successo.

È programmato per stare davanti una telecamera, è quello che sempre ha voluto fare e si riflette in ogni sua parola, ogni suo look, ogni sua foto su Instagram. Lui, non Edroado né Niccolò.

Questo perché gli ultimi due sono davvero star dell’indie e Tommy no.

Calcutta e I Cani non solo vengono – come i Thegiornalisti – dalla serie b discografica, AKA Indie, ma incarnano in loro quel “disagio”, quel malessere umano reale che li caratterizza e che li rende “non credibili” come big star. Tipo Badly Drawn Boy: può uno come lui essere una Big Star? No che non può.

Ma Tommy sì. Tommy ha il baffo, le parole giuste e quella faccia tosta adatta per sfondare e arrivare dove il disagio non consente agli altri (non ancora…?).

Per questo i Thegiornalisti hanno ucciso l’indie: perché hanno dimostrato nel concreto che “indie” non significa un bel cazzo di niente.

Uuh, che banalità”. Eh, ho capito, un attimo.

Al di là dell’esistenza ontologica del concetto di “indie”, i due concerti dimostrano come non sia importante la musica che si fa, ma come la si fa.

In altre parole, “essere indie” in Italia significa non avere soldi, mentre essere “mainstream” sì.

Tra passerelle, super ospiti e duetti (Fibra, Elisa, Carboni…), esplosioni di coriandoli, laser e chincaglierie varie, il concerto dei Thegiornalisti è un giocattolo perfetto, un “carosello” [got the pun?] di luci e voci dove chi non guarda il cellulare è pronto per cantare in coro, con le braccia alzate in avanti e selfie come se piovessero. La differenza tra Indie e Mainstream sta tutta in questi dettagli. Che c’entra la musica?

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Orwelliano, o lo penso solo io?

Poi comunque il loro pop è convincente e vincente. Nonostante (o forse soprattutto) il tasso di testosterone sul palco, tra gli sguardi ammiccanti al pubblico e le pose da star. E nonostante la realtà: che quel palco gigante e le tot-mila persone che hanno davanti, loro ancora non sono in grado di affrontarle, per ovvi motivi. Manca il comfort di conoscere gli spazi e di gestirli da vere star, manca la dinamica di tempi e di rapporto col pubblico – nonostante un emozionante coro su “Sold out” – e manca di fatto il live vero e proprio, andando a offrire più che altro un simpatico concerto-karaoke (cosa che non fa, per dire, Motta come dicevamo. Ah, ma lui è “indie”) fatto di solide “basi” e quasi cantato più dal pubblico che da Mr. Paradiso. Non a caso, la gelida reazione del pubblico per “Non caderci mai più” (ottimo brano davvero) fa pensare a quanto sia importante per il pubblico conoscere il repertorio, anche se di una band così nuova.

E se non si può dare loro la colpa del fatto che il Palalottomatica fa schifo come acustica, forse si può rimproverare che il concerto non offra grandi soluzioni dinamiche, essendo il repertorio della band esclusivamente fatto di ballate – solide, per carità, ma pur sempre solo ballate. Certo, c’è l’intermezzo con sedie in paglia e due chitarre dove rispolverano il repertorio “classico” (anzi, direi “vecchio”), ma il tutto si risolve in una simpatica parentesi, al limite della gag in alcuni casi, che smorza drasticamente il potenziale di una canzone incredibile come “Io non esisto”, così forte proprio nel suo esser così sonicamente divergente dal resto della produzione attuale, ridotta a performance minimale.

Ma di fatto, al pubblico importa poco.

Loro hanno pagato ben 25€ (circa) per stare lì e si meritano quello che vogliono: cioè che tutto suoni esattamente come si aspettano che suoni. Zero sorprese e tanta passione da cantare insieme.

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La strada per il successo è spianata e da oggi inizia la vera carriera dei Thegiornalisti, dopo i giorni oscuri e bui di quella cosa sporca e cattiva chiamata “indie”, ora futile etichetta da mettere nei reparti dischi per tutti quei dischi di gente che “ci vorrebbe stare”.

In fondo ha ragione, Manuel Agnelli: loro con l’indie non ci hanno mai azzeccato nulla. Ma non è certo una colpa no?

Forse dovremmo essere noi a considerare il pop per quello che è. Un genere che tende alla massa, ai compromessi e alle formule vincenti. Pamplona” è una canzone decisamente becera e tutto il nuovo sound radiofonico è chiaramente pensato apposta per arrivare a questo risultato.

Ma dovremmo smetterla di chiudere tutto in delle nicchie sacre e soprattutto smetterla di rosicare. Perché, davvero, non se ne può più di dover star sempre a discutere sul successo meritato o meno di qualcuno.

I Thegiornalisti riempiono il Palalottomatica e il Forum D’Assago e questo li rende lo specchio dei tempi odierni. Che sia un Rinascimento o un Secolo Oscuro lo sapremo tra qualche tempo, per ora vediamo cosa succede quando i piccoli diventano grandi e iniziano a camminare sulle proprie gambe.

Riccardo De Stefano

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