-di Martina Rossato-
Ci sono artisti che scrivono canzoni e artisti che costruiscono mondi. Hån appartiene alla seconda categoria: nei suoi brani il paesaggio diventa emotivo, gli animali si trasformano in simboli e il passare delle stagioni segue il ritmo della crescita personale.
Dopo gli esordi in inglese, il suo percorso in italiano si è fatto ancora più intimo, dando forma a un universo delicato e stratificato, in cui ogni dettaglio rimanda a qualcosa di più grande. I suoi pezzi chiedono tempo per essere ascoltati, attraversati e compresi. Dietro la loro apparente essenzialità si nasconde una trama di rimandi, immagini e simboli che si rincorrono tra natura, desiderio e memoria.
Ci siamo sentite al telefono pochi giorni dopo la sua apertura al concerto de I Cani, a Milano.
Nel tuo progetto c’è una forte impronta umana: lavori con persone che sono anche tue amiche. In particolare penso a Leanò, con cui condividi una collaborazione sia artistica sia personale.
Ci siamo conosciute perché io faccio anche direzione artistica e stavo lavorando con Studio Cemento, che un po’ di tempo fa curava le sue foto e i suoi artwork. Sono andata a fare un video con lei, abbiamo iniziato a diventare amiche, ma non abbiamo collaborato subito: è diventata una delle mie migliori amiche e solo in seguito abbiamo deciso di suonare insieme, cosa che ha rafforzato ancora di più il nostro rapporto. Poi, insieme a Chiara [in arte Assurditè, nda], che è un’altra nostra amica, si è creata una bella amicizia e abbiamo scritto Se fossi un verme a sei mani. È una cosa che avevo già sperimentato: precedentemente il mio chitarrista era proprio il mio migliore amico, un ragazzo che vive a Desenzano. Poi io mi sono trasferita e non era più facile continuare a suonare e provare insieme, ma suonare con gli amici è bellissimo. Dal vivo poi è un’esperienza che coinvolge anche il viaggio, l’organizzazione, il dormire spesso insieme, è un’esperienza molto bella da fare con una persona di cui sei amica, forse ancora più che scrivere insieme, che invece puoi condividere anche con persone con cui hai livelli di conoscenza diversi.
Una cosa che mi ha fatto sorridere durante il tuo live in Cascina Nascosta è che, prima di suonare “Venderei i miei amici”, ci hai tenuto a dire che in realtà vuoi molto bene ai tuoi amici. Era una premessa ironica, ma volevo chiederti cosa racconta davvero quella canzone.
Secondo me le canzoni sono una cosa che a volte neanche la persona che le ha scritte capisce fino in fondo. Io le vivo un po’ come dei flussi e poi cerco di mettere insieme i pezzi e dire: “Ah, effettivamente parla di questa o di quest’altra cosa.” In questo caso, il fatto di “vendere i miei amici” significa che sarei disposta a rinunciare alla cosa più cara che ho per qualcos’altro che, in realtà, mi fa male. È una sorta di loop in cui continuo a ricadere. Racconta un paradosso: nonostante io sappia che questa cosa non mi fa bene e non sia davvero ciò che voglio, non riesco a evitarla completamente e finisco per mettermi in una situazione di svantaggio per me stessa e di delusione verso le persone che mi vogliono bene.
Credo di aver capito. È collegato alla frase: “Appena mi salvi io mi butto a terra, spero basti l’intenzione”? Ci vedo la fatica di lasciarsi andare e lasciarsi aiutare, è una lettura che senti tua? È collegata a questo loop di cui mi parlavi?
In realtà sono due brani molto diversi, sia temporalmente sia a livello di contenuto. “Un cane per te” è una canzone di bisogno, di legame affettivo, ma vissuto in modo un po’ servile. L’inizio fa riferimento proprio al fatto di stare dentro questo bisogno: nonostante io venga salvata, continuo a rimettermi nella posizione di dover essere salvata. “Venderei i miei amici”, invece, è più il riconoscere, anche con una certa aggressività, che la persona di cui parlo non mi fa bene. La sento una canzone sprezzante. C’è quella frase: “Della tua voce posso farne a meno”, che è legata alla dimensione carnale e sentimentale. È una canzone un po’ criptica, nella mia testa ha senso, ma forse da fuori è ambigua, perché strofa e ritornello sono in contrasto: uno è sprezzante, l’altro sembra esprimere bisogno. In realtà il significato generale è che mi rendo conto che sto usando questa persona e che questa persona mi sta facendo del male. Anche se nella strofa mi metto in una posizione di potere alla fine sono comunque succube.
Con l’uscita del disco hai attraversato diverse stagioni, che rapporto hai con il passare del tempo e con la natura? Sono dimensioni che vivi spontaneamente oppure percepisci una pressione nel cambiamento?
È una cosa a cui ho pensato molto quest’anno perché ho compiuto i famigerati trent’anni. Quando ho realizzato che stavo effettivamente diventando un’adulta è stato molto meno soffocante di quanto immaginassi. Anzi, è stato quasi liberatorio. Penso che sia un sentimento che compare spesso a questa età: è come se avessi messo tutto in prospettiva, dicendomi che sono ancora nella fase iniziale della mia vita, ho ancora molto tempo da vivere. Spero… adesso me la sono tirata!
Però non la vivo come la fine di qualcosa. Anzi, mi sento quasi all’inizio della mia vita vera. È come se avessi iniziato a mettere ordine, sia nelle cose pratiche — per esempio vorrei andare a vivere da sola, sto diventando più responsabile dal punto di vista economico — sia a livello emotivo. Mi accorgo di essere molto diversa rispetto a tre o quattro anni fa e questa cosa mi rende entusiasta del futuro. Penso che sia proprio il senso dell’essere qui: scoprire tutte le versioni di sé che emergono con il passare degli anni. Da adolescente, invece, lo vivevo come qualcosa di terrificante.
Questa estate hai vissuto esperienze importanti: il MI AMI, l’apertura al concerto de I Cani. Come stai? Come le hai vissute e cosa ti porti dietro?
Le ho vissute bene. È sempre soddisfacente ricevere un riconoscimento.
Per quanto cerchi di non avere bisogno che qualcuno mi riconosca come valida, forse in questo momento ne avevo bisogno. Queste sono senza dubbio esperienze che fanno sentire un artista validato e penso sia stato un buon inizio del periodo dei live. Ho un legame speciale con il MI AMI perché ci ho suonato tante volte. Lo percepisco come una realtà che dà spazio agli artisti in base alla musica che fanno e non ai numeri. Secondo me è una cosa rara, soprattutto per una realtà così importante, e la apprezzo tantissimo. Per quanto riguarda I Cani, in realtà conosco il progetto relativamente poco. Ho ascoltato con molta attenzione l’ultimo disco, che è il mio preferito, ma non sono una fan storica. Hanno fatto un live di quasi due ore ed è stato pazzesco. C’è solo da imparare.
Tornando al disco, ricorrono spesso gli animali: Se fossi un verme, Un cane per te… Mi hai fatto pensare, in un certo senso, all’immaginario musicale di Lucio Corsi. Da dove nasce questa presenza così forte degli animali?
Per quanto riguarda gli animali, è una cosa che è andata di pari passo con la scelta dei capitoli e delle stagioni. È stato il primo concept che è emerso quando stavamo pensando al disco: dividerlo in capitoli seguendo le stagioni, quindi un anno, con l’idea del ciclo che ritorna e si ripete. Infatti Una nuova fine è anche un nuovo inizio.
L’idea degli animali è arrivata perché inizialmente immaginavo il disco con sullo sfondo la fine del mondo. Mi ero costruita questa storia in cui, quando il mondo finiva, gli esseri umani venivano trasformati in animali. Mi sono quindi chiesta quali animali potessero rappresentare determinati aspetti o sentimenti umani.
Il cane rappresenta l’autunno e il legame affettivo: infatti i due brani di quel capitolo parlano proprio di bisogno. L’inverno è il periodo dell’isolamento, del loop e della mancanza di routine sane. Mi sono venuti in mente i pesci rossi nella boccia, che per come vengono trattati sono quasi un simbolo della depressione: continuano a girare all’infinito. Poi c’è il topo e Se fossi un verme. Volevo prendere un animale che canonicamente non fosse considerato bello, perché lì parlo del corpo femminile, del desiderio, della vecchiaia. L’ultimo capitolo, l’estate, è il più libero. Non ci sono animali nei testi, ma sulla copertina c’è un uccello trafitto da una freccia e nelle foto io ho queste specie di ali marroni. Mi piaceva l’idea che, alla fine, fossi io stessa l’animale. A me diverte molto costruire tutti questi livelli di lettura, che magari nessuno ha il tempo o la voglia di andare a cercare. Però nella mia testa danno un senso al disco per come lo intendo io.
Rispetto ai tuoi lavori precedenti in inglese, questo disco mi sembra molto più complesso musicalmente. Hai avuto paura che questa complessità potesse essere un ostacolo per chi ascolta oppure non ci hai proprio pensato?
Sicuramente è un disco più elaborato, anche perché il processo è stato diverso. Questa volta ci sono stati dei veri arrangiamenti. In passato portavo la canzone chitarra e voce e poi veniva costruita una produzione sopra. C’era un approccio diverso, sia da parte mia sia dei produttori, che comunque hanno sempre fatto un ottimo lavoro. Però, onestamente, non penso mai a chi potrebbe ascoltare le mie cose. Anche perché sono ancora un’artista molto piccola dal punto di vista del pubblico.
Penso che ragionare in funzione dell’ascoltatore sia l’anti-arte. Ovviamente, quando hai un pubblico molto grande che in qualche modo ti sostiene anche economicamente, è normale che quel pensiero ci sia. Non solo per una questione pratica, ma anche perché non vuoi deludere le aspettative delle persone. Personalmente, però, non è un pensiero che ho. Anzi, se proprio volessi fare un ragionamento strategico, farei quello opposto. Oggi esce talmente tanta musica che penso l’unica vera possibilità per un artista di essere ascoltato sia fare esattamente quello che vuole, al cento per cento. Si percepisce quando una cosa è sincera e quando nasce invece da un altro tipo di ragionamento. Quindi, anche se dovessi fare un pensiero strategico, sarebbe proprio nella direzione opposta.
Mi viene da pensare che gli artisti più piccoli possano sentire ancora di più questa pressione, proprio perché cercano di raggiungere più persone. Però è bello sapere che non è stato il tuo caso.
Sì, secondo me proprio perché oggi c’è così tanta musica, l’unica cosa che può davvero distinguerti è fare qualcosa che senti completamente tuo.







