-Di Silvia Nasti-
Simon Giorcelli firma un esordio di folk, elettronica e silenzi dove perdita, dipendenza e memoria restano in tensione fino all’ultima traccia.
Non c’è niente da fare: ci sono canzoni che, non appena cominciano, ti fanno battere il cuore più forte. Non hai ancora avuto il tempo di capire davvero cosa stai ascoltando, eppure qualcosa è già arrivato.
Con “Almost Too Late to Be Here”, album d’esordio di Coleen (nome d’arte del cantautore cuneese Simon Giorcelli) pubblicato come autoproduzione il 10 settembre 2026, mi è successo esattamente questo
Sono bastate le prime note di “Cauterize” perché avvertissi immediatamente la sensazione che dentro quel disco ci fosse qualcosa che mi riguardava, anche se non sapevo ancora bene cosa. Non la storia di Coleen, necessariamente. Le nostre esperienze saranno probabilmente molto diverse, ma mi sono sentita subito vicina all’intensità del suo sentire: al dolore, allo smarrimento, a quella particolare condizione in cui si rimane sospesi, quasi in stand by, mentre una parte di noi continua ad aspettare qualcosa e tutto il resto prova, in qualche modo, ad andare avanti.
È forse questa la cosa che mi ha colpita di più fin dall’inizio: Coleen riesce a dare una forma estremamente morbida a sentimenti che morbidi non sono affatto. Le atmosfere sono intime, sospese, avvolgenti e profondamente malinconiche, mentre sotto continuano a muoversi perdita, solitudine, dipendenza, memoria e paura. E, mentre lo ascoltavo, ho avuto una sensazione rara: quella di riconoscere, dall’altra parte delle canzoni, una sensibilità che parlava la mia stessa lingua emotiva.
Questo comune linguaggio emotivo trova la sua forza in un impianto artistico e formale sorprendentemente a fuoco. “Almost Too Late to Be Here” è un disco dalla forte coerenza concettuale, un percorso che attraversa il dolore, il rimpianto, la memoria, la difficoltà di lasciare andare e quella strana percezione del tempo che accompagna certe relazioni quando finiscono o quando, emotivamente, non sono ancora finite del tutto.
Non c’è spazio per il superfluo. La produzione è essenziale ma raffinata e sembra nascere da una ricerca costante del suono giusto, quello capace di aderire all’atmosfera e all’urgenza emotiva di ogni brano. Qui diventano importanti anche i vuoti, le pause, i respiri: il silenzio non è semplicemente ciò che resta tra una nota e l’altra, ma diventa parte integrante della scrittura.
Musicalmente, “Almost Too Late to Be Here” si muove all’interno di un cantautorato Pop Folk delicato, incorniciato da sonorità semiacustiche che, per fragilità e intensità, possono richiamare mondi vicini a Damien Rice e Timber Timbre. Coleen, però, non resta ancorato a una dimensione esclusivamente organica. Sprazzi di elettricità e sfumature elettroniche attraversano il disco e, in alcuni momenti, possono riportare alla mente anche certe aperture psichedeliche dei Tame Impala, regalando profondità e tridimensionalità a un impianto sonoro che avrebbe potuto facilmente limitarsi all’intimismo acustico.
Il risultato è un lavoro godibile, a tratti perfino struggente, ma soprattutto centrato. Prima ancora delle architetture sonore, emerge la delicatezza del timbro vocale di Giorcelli: una voce che non cerca mai di imporsi sui brani, ma sembra piuttosto abitarli, assecondandone la fragilità.
Già “Cauterize” contiene quasi tutto quello che arriverà dopo. Il titolo è drastico: cauterizzare significa intervenire su una ferita per arrestarne il sanguinamento o distruggere un tessuto. Nel testo, il dolore viene quasi cauterizzato attraverso i sogni e il ricordo delle distanze percorse negli anni. Musicalmente, però, tutto avviene con estrema delicatezza. È proprio questo contrasto tra la crudezza dell’immagine e la morbidezza del brano ad aprire immediatamente la porta dell’universo emotivo di Coleen.
Da lì il disco continua a muoversi dentro l’idea della distanza, dell’assenza e dell’impossibilità di tornare davvero indietro. In “Don’t Get Back to Me” questa tensione è chiarissima. Non possiamo tornare indietro, non possiamo più essere vicini. Tra arpeggi acustici e un’atmosfera sospesa, il brano costruisce un crescendo misurato che racconta insieme fermezza e vulnerabilità: la lucidità di chi sa di dover chiudere una porta e, allo stesso tempo, la fragilità di chi quella porta non l’ha ancora chiusa del tutto dentro di sé.
È una tensione che ritorna in “Don’t Pray”, uno dei momenti più disillusi del disco. Qui Coleen mette in fila tutte quelle frasi che le persone ripetono davanti al dolore: arriveranno giorni migliori, continua a resistere, la luce troverà la strada, passerà. Poi arriva la risposta: forse no. Non passerà.
L’approccio essenziale della produzione lascia la voce particolarmente esposta e rende ancora più netto il rifiuto di quelle formule consolatorie che spesso utilizziamo perché non sappiamo cos’altro dire. Coleen non sembra interessato a costruire una guarigione facile. Fa qualcosa di più difficile: guarda il dolore per quello che è, anche quando non promette alcuna soluzione.
Progressivamente il disco comincia a spostarsi dalla perdita dell’altro alla perdita di sé. “Hung on You” ne è uno dei passaggi più significativi. Giorcelli racconta il momento in cui ci si rende conto di essersi persi dentro qualcun altro, ma la canzone non rimane imprigionata in quella dipendenza. Arriva anche la consapevolezza di non essere più aggrappati all’altro.
La liberazione, però, non ha niente di trionfale. L’arrangiamento si dilata e il timbro di Coleen emerge in tutta la propria espressività, restituendo piuttosto la sensazione di qualcuno che sta provando a rimettersi in piedi mentre intorno sono ancora visibili le macerie di ciò che è stato.
Poi arriva “How Did I End Here?” e improvvisamente il disco cambia prospettiva. Musicalmente è uno dei momenti più stranianti dell’album e potrebbe quasi sembrare una B side uscita dalle session di “Kid A” dei Radiohead. Il brano assume la forma di un monologo sospeso sopra un tappeto elettronico, mentre anche le immagini del testo diventano più visionarie: una stanza, un corpo pietrificato, treni che sembrano correre all’indietro, strade, foreste, castelli.
Come sono finito qui?
È una domanda semplice solo in apparenza. Non riguarda soltanto il luogo in cui ci si trova, ma il percorso fatto per arrivarci. È quella sensazione di disorientamento che si prova quando ci si volta indietro e improvvisamente non ci si riconosce più del tutto nelle proprie scelte, nel tempo trascorso o nella persona che si è diventati. All’interno della sequenza dei brani, “How Did I End Here?” funziona così come una cerniera narrativa tra la prima e la seconda parte del disco.
In “Boxes”, con la partecipazione di Andrea Dellapiana, la memoria diventa quasi qualcosa di fisico. Ci sono giorni e notti da conservare, ricordi da mettere in ordine, pezzi d’amore da riporre da qualche parte. È una delle immagini più belle del disco, perché racconta con semplicità ciò che spesso facciamo con il passato: quando non possiamo più trattenere ciò che abbiamo vissuto, proviamo almeno a trovargli un contenitore.
Musicalmente “Boxes” è anche uno dei vertici dell’album e il brano più lungo. La struttura si fa più stratificata e l’anima acustica si intreccia con pulsioni elettroniche che dilatano progressivamente il suono fino a un finale ipnotico, quasi catartico. È uno dei momenti nei quali scrittura e produzione sembrano incontrarsi con maggiore naturalezza.
“More Than I Can Be” porta ancora più in profondità il tema della dipendenza emotiva. Non è amore, è ossessione. Coleen mette a fuoco quella zona pericolosa nella quale il desiderio di essere importante per qualcuno diventa il bisogno di essere tutto per qualcuno, fino al rischio di cancellare il resto.
Il brano rimane essenziale, quasi effimero, e proprio questa leggerezza formale crea un contrasto molto forte con ciò che sta raccontando. Quanto possiamo deformarci per raggiungere qualcuno prima di non riconoscerci più?
A chiudere il cerchio arriva “No Medicine”. E forse non poteva esserci titolo più coerente.
Nessuna medicina.
Nessuna cura capace di cancellare davvero tutto quello che è stato.
Il testo contiene alcune delle immagini più dure dell’intero disco: il corpo consumato, ciò che rimane di noi, le ossa, il desiderio di lasciarsi quasi spezzare tra le braccia dell’altro. Eppure, musicalmente, continua a esserci quella stessa delicatezza che aveva aperto l’album.
È come se “Almost Too Late to Be Here” terminasse senza voler cancellare la ferita aperta da “Cauterize”. Semplicemente, dopo otto brani, abbiamo imparato a guardarla in maniera diversa.
Ed è forse qui che il titolo del disco assume fino in fondo il proprio significato: “Almost Too Late to Be Here”, quasi troppo tardi per essere qui. Quasi. Non del tutto.
C’è qualcosa di profondamente umano in quel “quasi”. L’idea di arrivare tardi a comprendere una relazione, un dolore, una perdita o persino sé stessi, ma non così tardi da non poter ancora fare qualcosa di ciò che resta.
Anche la durata contenuta contribuisce alla riuscita del progetto: ventiquattro minuti distribuiti su otto tracce, senza dilatazioni inutili. L’album scorre con naturalezza e restituisce l’impressione di un percorso pensato nella sua interezza, nel quale ogni brano sembra accompagnare quello successivo e spostare appena più avanti il punto di osservazione. Una sensazione che trova conferma anche nelle parole dello stesso Giorcelli, che ha spiegato di aver pensato l’ordine dei brani proprio per costruire un percorso capace di accompagnare l’ascoltatore attraverso le diverse sfumature del suo linguaggio musicale.
Ci sono dischi che si ascoltano, si apprezzano e poi lentamente si allontanano. E ce ne sono altri che chiedono di essere ascoltati ancora, perché al primo passaggio hai la sensazione di averne percepito l’atmosfera, ma non ancora tutti i dettagli.
“Almost Too Late to Be Here”, almeno per me, appartiene alla seconda categoria.
È un disco da ascoltare più di una volta, possibilmente senza fretta. Da lasciare sedimentare. Dietro una scrittura apparentemente semplice ci sono piccoli movimenti, silenzi, cambi di atmosfera e immagini che acquistano peso ascolto dopo ascolto.
Agli appassionati del cantautorato Folk, dell’Indie più intimo e di quella musica capace di essere malinconica senza trasformare necessariamente la malinconia in retorica, consiglio sinceramente di concedergli attenzione.
Perché questo disco merita di essere ascoltato. E poi riascoltato.
Per quanto mi riguarda, è uno di quei lavori che hanno tutte le caratteristiche per entrare nella personale lista dei dischi da portarsi dietro nella vita: quelli ai quali si torna in momenti diversi e che, proprio perché noi nel frattempo siamo cambiati, finiscono ogni volta per raccontarci qualcosa di nuovo.
C’è poi un ultimo elemento che rende “Almost Too Late to Be Here” ancora più interessante: questo è il primo album di Coleen.
Ed è difficile non pensare a cosa potrebbe arrivare dopo.
Simon Giorcelli dimostra già qui una notevole consapevolezza della propria identità artistica. Sa quali atmosfere vuole costruire, sa quanto spazio lasciare alla voce e quanto al silenzio, sa quando trattenere un arrangiamento e quando permettergli di aprirsi. Soprattutto, sembra sapere perfettamente in quale direzione vuole andare.
E allora, per la prima volta da quando scrivo recensioni per ExitWell, mi sento di non avere un suggerimento da dare all’artista.
Non gli direi di cambiare qualcosa. Non gli direi di cercare un’altra strada, di osare di più o di limare qualche angolo.
Gli direi semplicemente di continuare.
Perché la sensazione, ascoltando questo primo disco, è che Coleen la propria direzione l’abbia già trovata. E se “Almost Too Late to Be Here” rappresenta soltanto il punto di partenza, sarà davvero interessante vedere fin dove potrà arrivare.
Tracklist “Almost Too Late to Be Here”
Cauterize
Don’t Get Back to Me
Don’t Pray
Hung on You
How Did I End Here?
Boxes (feat. Andrea Dellapiana)
More Than I Can Be
No Medicine
Line up
Simon Giorcelli chitarra e voce
Davide Viberti chitarra, basso e cori
Paolo Bertazzoli batteria, basso e cori
William Fazzari pianoforte, synth, basso e cori
Registrazione e mix di Paolo Bertazzoli
Master di Nick Foglia
Coleen online
Instagram: https://www.instagram.com/coleen.music
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