-Di Lucia Tamburello-
Il cantautore porta in piazza le proprie storie e le mette in cassa in quattro. L’intervista sul nuovo album, tra scrittura al pianoforte e voglia di club.
A distanza di circa quattro anni dall’esordio con l’album eponimo, venerdì 25 settembre, Lazzaro offre al pubblico “Feste di paese” per l’etichetta Rizoma.
Il nuovo album dell’artista toscano, presenta otto tracce apparentemente slegate tra loro a livello tematico: dalla “dedica fraterna” presente in “Bravo”, si passa al ricordo dell’infanzia con “Un bimbo”, attraversando canzoni che parlano d’amore, lavoro e bulimia. In realtà, le componenti di questo disco sono strettamente connesse tra loro, oltre che da sonorità che orbitano esclusivamente attorno all’electro pop, anche dalla loro funzione di “ricordo d’emergenza”, scene provenienti dal passato da utilizzare come conforto di fronte alla violenza di un presente divisivo e disumanizzante. Yuri (nome di battesimo di Lazzaro), sfruttando il contrasto tra l’immagine tradizionale di festa e anomia moderna, fa emergere, in musica, tutta la tristezza di una contemporaneità sempre più organizzata e autoreferenziale.
Alla denuncia tramite scrittura, il cantautore associa l’azione pratica organizzando “raduni sociali” che hanno come obiettivo principale il supporto alle realtà periferiche, i luoghi di aggregazione collettiva resistente. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Lazzaro per farci raccontare meglio tutti questi elementi:
Facciamo un’introduzione sul concept dell’album: come mai hai deciso di associare il concetto di “festa” a temi tutt’altro che allegri, come “l’autolesionismo emotivo” (nel caso di “Bravo) o il rapporto con la propria immagine (descritto in “Un bimbo”)?
Quello che dici è vero. Vuoi o non vuoi scrivo sempre di momenti brutti, oppure di momenti belli già passati e unti di nostalgia, e ho sempre affrontato la scrittura come un momento di autoanalisi, quindi raramente celebrativo. Il tono del disco, per quanto anche tragico, è fiabesco e provinciale e la scrittura è avvenuta nel momento in cui ho iniziato a interessarmi un pochino di più di casse in quattro, sequencer e macchinette varie. Quello che ne è venuto fuori, più o meno consapevolmente, è stata di fatti una festa di paese: piccole storie tragiche (e non) portate in pubblica piazza, mentre gli altri ballano.
Il concetto di “festa di paese” nasce dalla volontà di recuperare quella spontaneità degli incontri che resiste (forse ancora in parte) nelle piccole comunità: le piazze, le domeniche, le persone che si ritrovano senza averlo programmato, lontano dalla dimensione sempre più organizzata e autoreferenziale della socialità contemporanea.” Come sei riuscito a conciliare questo intento con i racconti di vicende e sensazioni personali presenti in gran parte delle tracce dell’album?
In maniera molto naturale. Dalle mie parti uscivamo di casa senza darci appuntamento e trovavamo sempre qualcuno. Poi era nel campetto, in piazzetta che ci raccontavamo i nostri cazzi ed è lì che sto tornando, almeno con l’intenzione. Anche se mi ritrovo a suonare nella capitale, quello che porto è una vita vissuta in e di provincia, ed è quello che inevitabilmente prende vita. Le date di questo primo periodo autunnale saranno le prime feste di paese dove incontrare nuovi amici a cui raccontare un po’ di fatti miei.
In “Yago” canti “Sei ancora troppo piccolo per gridare ad uno scandalo”; a quale tipo di scandalo fai riferimento?
Lo scandalo che riguarda tutti: il lavoro. Nel brano faccio riferimento ad una giornata qualsiasi passata in cantiere con mio padre, con cui ho lavorato per un breve periodo. Arrivavamo presto, verso le 7:30, restavamo fino a pranzo e poi di nuovo fino a cena. Ricordo che spesso mi lamentavo delle condizioni di lavoro a cui eravamo costretti, e che in parte accettavamo rassegnati. Capitava di stare su impalcature pericolanti a venti metri d’altezza, o di condividere il cantiere con altri operai che non avevano ben chiaro il concetto di sicurezza sul lavoro. Certe cose mi hanno sempre dato ai nervi, ma ai veterani del cemento non interessavano e declassavano le mie invettive al capitalismo a “lamenti del giovane cantante”. Troooppo giovane!
Leggendo il tuo racconto delle varie tracce, mi ha colpito che, a differenza di quanto fai con “Ma sì” e “Salta…cerca…trova!”, non descrivi “Non ero io” e “Materiale per testi” come delle canzoni d’amore, nonostante ruotino attorno al tema dell’innamoramento; come mai?
Sinceramente mi ricordavo di averne parlato indistintamente come canzoni d’amore, solo che le prime due le ho scritte per una persona con cui ho avuto una relazione, le altre durante frequentazioni finite quasi subito, o dopo lunghi tira e molla. Io, comunque sia, sono di cuore tenero e di canzone facile e mi ero anche promesso di scrivere canzoni d’amore per questo disco, cosa che avevo mancato di fare nel primo. Forse potremmo dire che, nello spettro delle canzoni d’amore, quella che spicca è “Ma sì”, per stile e sentimento, mentre le altre hanno strutture meno canoniche.
A tal proposito, pensi che l’ambientazione di questi brani, dentro e fuori le “Feste di paese”, abbia influito su queste vicissitudini?
Sicuramente lo sguardo infantile e il tono fiabesco derivano dal contesto provinciale in cui sono calate tutte queste vicende. Come ho già detto questi luoghi sono estremamente spontanei quanto poveri di opportunità e stimoli, mentre le città sono un acceleratore di esperienze di vita dove hai l’opportunità di crescere e lasciarti influenzare.
Parliamo un po’ dei suoni di questo disco: l’hai definito come una “sagra elettronica”, ma tuttavia sembra non sfociare mai nell’EDM; come sei riuscito a raggiungere questo equilibrio? Da chi hai attinto per fare musica “da sagra” e non “da club”?
Un equilibrio ben calcolato e condiviso con Studio Corrente, con il quale sono riuscito a trovare un giusto compromesso fra la mia voglia di club e uno stile di scrittura più cantautorale. Tutto questo però nasce già in fase di scrittura dove, nonostante la direzione fosse una sonora cassa in quattro, mi ero obbligato a partire davanti a un pianoforte o una chitarra, strumenti che mi avrebbero sicuramente portato verso una forma canzone più tradizionale, da decostruire solo in un secondo momento.
Per salutarci, ci parleresti meglio dei “raduni sociali” in programma?
Il primo è stato il release party organizzato all’osteria Grandma al Quadraro, dove abbiamo risolto in autonomia problemi tecnici del locale totalmente invalidanti per la buona riuscita della serata, dove quello che mi è stato presentato come referente tecnico del locale è arrivato a un’ora dall’inizio dell’evento a cose già fatte, dove ci avrebbero dovuto offrire la cena e ci hanno offerto solo il piatto di pasta e un conto di settanta euri. Ma tutto sommato è andata bene dai, non ci lamentiamo. Il giorno dopo sono volato al Teatro di Guardistallo, a respirare aria buona e iniziare una residenza artistica di tre giorni supervisionata da Antonio Aiazzi, vinta nel 2023 alla finale del Rock Contest di Controradio. Qui ho avuto modo di parlare e lavorare al mio progetto con una persona dotata di grande umanità ed esperienza come Antonio, e di presentare in anteprima il mio nuovo disco. La prossima occasione per rivedersi sarà il 3 Ottobre al Glue (Firenze), in apertura ai God of the Basement che compiono il loro decimo compleanno!
Tracklist
Bravo
Yago
Ma sì
Super
Non ero io
Materiale per testi
Salta…Cerca…Trova!
Un bimbo







