-Di Assunta Urbano-
Dalle demo ascoltate al cimitero di Nunhead alla scrittura a due voci: Costanza Delle Rose ed Edoardo Elia entrano nelle canzoni di “Better Way”, esordio tra shoegaze e folk.
È una mattina qualunque, di un giorno qualunque, quella in cui mi imbatto per la prima volta nel profilo Instagram degli Yuma Birch. E non è forse in momenti qualsiasi che arrivano le migliori risposte dall’universo?
Conosco già, musicalmente, le due menti del duo: Edoardo Elia (ex Puà) e Costanza Delle Rose (Koko Moon, Be Forest). Mi sembra, dunque, quasi superfluo sottolineare quanto sia speciale il mistico e affascinante universo sonoro che hanno creato.
“Better Way”, il disco d’esordio degli Yuma Birch, è uscito venerdì 30 ottobre 2026, per Dischi Sotterranei, già anticipato dai singoli Valentine’s e Dòbhran.
Si muove tra introspezione e rapporto con l’esterno, alternando continuamente il passato, il presente e il futuro. Il suo modo di raccontare le fragilità è la carezza più dolce in una società come quella odierna in cui sembra quasi un difetto esternare le proprie vulnerabilità. Nove tracce in cui si mescolano shoegaze e folk, conservando una forte attitudine lo-fi; non segue un percorso lineare, ma ricordi, memoria e percezioni si intersecano in una dimensione circolare. Un album sussurrato, delicato. È come perdersi in un locus amoenus, ma senza sentirsi mai soli, trovando infine la strada per ricongiungersi con il proprio io.
Edoardo e Costanza presenteranno questa piccola perla dal vivo nella data del venerdì alla Festa di Dischi Sotterranei che si terrà il 13, 14, 15 Novembre a Casetta Zebrina a Padova.
Abbiamo intervistato gli Yuma Birch per farci mostrare la loro “Better Way”.
È impossibile dimenticare un nome come Yuma Birch. Qual è stata la sua genesi e come ha preso forma?
Costanza. Fin da piccola, mia mamma e le sue amiche mi associavano alla betulla: «Piccola, sottile, si piega ma non si spezza». La betulla è un albero lunare, simbolo di rinascita e rinnovamento. Abbiamo pensato che fosse perfetta per il nostro progetto.
Yuma è arrivato in seguito e ha assunto diversi significati. Ci piaceva l’immaginario del deserto di Yuma, ciò che evocava nelle nostre menti; allo stesso tempo, è l’abbreviazione di «You’re My Birch». Ci attraeva l’idea che il nome contenesse già un legame, qualcosa che parlasse di noi senza definirci completamente.
Come pochissimi altri album di questo periodo attuale, in Better Way si percepisce un’urgenza creativa ed espressiva molto forte. Da dove nasce la vostra esigenza di raccontare storie attraverso la musica?
C. Nasce, banalmente, dalle nostre esperienze di vita: dal bisogno di raccontare, esorcizzare e ripetere come un mantra il nostro vissuto. L’incontro delle nostre anime e la capacità di immedesimarci l’uno nell’altra hanno fatto sì che l’album potesse esprimersi attraverso una doppia prospettiva. È stato interessante vedere, per esempio, come Edoardo sia riuscito a entrare dentro il testo di “I Wanna Tell You”, una canzone che avevo scritto tantissimi anni fa e che racconta un momento di profonda fragilità femminile. Tramite lui, quel testo ha trovato un’altra voce, un altro modo di esistere. Forse è proprio questo uno dei punti di forza del nostro lavoro: qualcosa che ha origine da un’esperienza individuale può trasformarsi, attraverso l’unione, in una storia condivisa.
Pensate che oggi ci sia paura di mostrare le proprie fragilità nel mondo che ci circonda e soprattutto in quello musicale? È un rischio essere “sinceri”?
C. Crediamo sia l’unica direzione che si possa e si debba prendere, soprattutto in un momento in cui tutto è così fruibile, addomesticabile e riproducibile. Trovare il proprio modo di esprimersi e raccontarsi è necessario. Essere sinceri significa anche accettare di non avere sempre una risposta, di mostrarsi in contraddizione, vulnerabili, incompleti. Non sappiamo se sia un rischio, ma sappiamo che per noi non avrebbe senso fare musica in un altro modo.
Tra scenari shoegaze e sonorità folk, come prendono forma i suoni?
C. Ogni canzone è una storia a sé e ha bisogno di un proprio immaginario. I suoni vengono scelti in base alle sensazioni che vogliamo trasmettere e al racconto che vogliamo far arrivare a chi ascolta. Sono necessari tanto quanto la scrittura stessa. Non pensiamo alle sonorità come a un semplice accompagnamento del testo, sono parte della narrazione. A volte devono avvolgere, altre creare distanza, inquietudine o una sensazione di sospensione. Ci interessa che la musica possa dire anche ciò che le parole non riescono a esprimere.
Edoardo. Sia durante la scrittura che in produzione non abbiamo mai pensato a references. Non avendo ascoltato musica per ispirarci, il sound varia molto in ogni brano, c’è una sorta di incoerenza stilistica necessaria per attraversare emozioni molto distanti tra loro.
Ci sono dischi in particolare che vi hanno ispirato?
C. A essere sinceri, non ci sono album di riferimento che abbiano accompagnato direttamente la creazione di questo lavoro. Edoardo e io veniamo da due mondi musicali molto differenti; penso sia stato proprio l’incontro a generare l’immaginario di “Better Way”. Non abbiamo cercato di avvicinarci a un modello preciso. Crediamo che il suono del disco sia nato proprio lì, in quello spazio che non appartiene completamente né all’uno né all’altra, ma che abbiamo costruito insieme.
“Better Way” è un album, secondo me, da ascoltare nella natura, circondati da luoghi non contaminati dalle sovrastrutture dell’uomo. C’è un posto preciso che vi ha stimolato o in cui ascoltereste questi brani?
C. Durante la creazione dell’album andavo spesso ad ascoltare le diverse demo camminando tra le foreste inglesi, specialmente al Nunhead Cemetery (Londra, ndr). Mi perdevo tra alberi secolari, lapidi nascoste dalla vegetazione, statue di santi e angeli, corvi. È un luogo in cui la vita e la morte convivono e lo spazio e il tempo assumevano lì una dimensione diversa. Credo che quel paesaggio abbia influenzato molto il mio modo di ascoltare le canzoni.
“Emotional Devotional” ha un’aura spirituale, è una preghiera che ha come interlocutore il Fato. Come si interseca la magia nel vostro universo musicale?
E. La ripetizione di “Emotional Devotional” è più un’intuizione riguardo allo stato in cui viviamo, un accorgersi della circolarità delle nostre azioni e della fragilità del piano emotivo che è costantemente messo a dura prova dagli eventi. Più che una preghiera o un’invocazione esplicita, rappresenta il momento di estasi che si raggiunge per una frazione di secondo (inaspettatamente) quando si riesce a intravedere senza confini la condizione spaventosa e meravigliosa in cui viviamo. La magia è ovunque nelle nostre canzoni, siamo molto attratti dai processi di trasformazione; sapere che dal mescolamento di due o più elementi si possa ottenere qualcosa di nuovo e potente ci entusiasma. I due accordi che si ripetono per tutta la canzone assumono un significato e una forma diversa in ogni sezione e alla fine non sappiamo veramente se il tempo si è mosso in maniera circolare o lineare.
In che modo la realtà si incrocia con il sogno in questo disco, come si incontrano l’astratto e il concreto?
C. Si fondono in un’unica forma. Le immagini oniriche non sono altro che il racconto di ciò che abbiamo vissuto, un cambiamento, una perdita, un innamoramento, una preghiera. Sono esperienze quotidiane che, attraverso personaggi mitologici e icone simboliche, assumono una forma diversa. Ci interessa trasformare qualcosa di concreto in un’immagine che possa appartenere anche agli altri. Il sogno ci permette di allontanarci dalla realtà quel tanto che basta per guardarla da un’altra prospettiva.
Nove canzoni, un vero e proprio viaggio, con un inizio “Emotional Devotional” e una fine “Dòbhran”, ma non si tratta di un percorso lineare, quanto più di un tragitto circolare. Ancora una volta un rito spirituale, quasi sciamanico. E se voi state camminando ai bordi, cosa c’è al centro di questo girotondo?
C. Al centro c’è una forte fiducia nelle leggi cosmiche a cui tutti siamo sottoposti, ma soprattutto nel cambiamento come unica possibilità di rinnovamento e miglioramento. Le prove che la vita ci mette davanti, per quanto dolorose, possono diventare occasioni di crescita. Ci sono esperienze che ci trasformano, perdite che ci costringono a rivedere ciò in cui credevi e incontri inaspettati che cambiano la direzione della vita che ci eravamo prefissati. E quindi ci si ritrova ad attraversare gli stessi luoghi interiori, ma con uno sguardo diverso. Forse è questo il movimento circolare dell’album: non tornare al punto di partenza per ricominciare da capo, ma tornarci trasformati.
Nell’album si entra nel vivo dei sentimenti, di diverse forme (attesa, distanza, speranza, amore sentimentale, radici familiari). Sono molto legata alla figura descritta in “Sailor” ed è un po’ come se l’elemento acqua si facesse strada in canzoni più “terrene”. Mi raccontate qualche dettaglio su questo personaggio, perché l’avete scelto come simbolo di “speranza”?
C. “Sailor” racconta l’attesa e la distanza, insieme all’incertezza che accompagna un amore che parte e si allontana. È il dubbio di chi resta. Tornerà? E se lo farà, sarà ancora lo stesso amore? Sarà ancora ricambiato? Da una parte c’è qualcuno che rimane fermo, in un luogo immobile, dove i giorni sembrano ripetersi sempre uguali. Dall’altra, qualcuno che vive in continuo movimento, tra viaggi e partenze, nell’impossibilità o nella difficoltà di fermarsi davvero. Proprio in questa distanza, sopravvive la speranza. E non è la certezza che qualcuno tornerà. È la possibilità di continuare a credere in qualcosa anche senza avere garanzie.
E. L’acqua è un elemento fondamentale nell’immaginario del disco, perché rappresenta il movimento, la trasformazione e la possibilità di lasciarsi attraversare dalle esperienze. Segue il proprio flusso, cambia forma, si adatta senza perdere la propria natura. In questo senso, è una metafora di ciò che accade anche a noi. Attraversiamo perdite, cambiamenti e momenti di smarrimento, e non ne usciamo mai esattamente come eravamo prima.
I personaggi, come Dòbhran e Sailor, hanno un ruolo centrale in “Better Way”. Chi sono, però, Costanza ed Edoardo tra queste canzoni?
C. Costanza ed Edoardo sono il punto di partenza, ma anche il luogo in cui tutte queste storie si incontrano. I personaggi ci permettono di raccontare esperienze personali senza doverle necessariamente spiegare in modo diretto. Sono maschere, ma non nel senso di qualcosa dietro cui nascondersi: sono piuttosto forme attraverso cui possiamo mostrarci da angolazioni diverse.
“Better Way” è il titolo del disco, ma non c’è nessuna canzone omonima all’interno. La better way l’avete trovata o la state ancora cercando? E noi altri, la troveremo mai?
C. La better way non è una strada precisa, né una risposta, ma è il tentativo di attraversare la vita con una maggiore consapevolezza, imparando a riconoscere ciò che ci fa crescere accettando la trasformazione. Non credo che esista una direzione migliore in assoluto, valida per tutti. Esiste la possibilità di cercare, ogni volta, un modo diverso di stare nelle cose e di affrontarle. Forse non la troveremo mai una volta per tutte ma non la vedo necessariamente come un limite. Se il cambiamento è parte della nostra natura, allora anche la ricerca deve esserlo. In fondo, Better Way non vuole indicare una soluzione, ma lasciare aperta una possibilità: quella di cambiare prospettiva, di fare pace con le nostre fragilità e di trovare un senso anche nei passaggi più difficili.







