Con il nuovo album Fragile, la flautista trasforma il respiro in parola, guidandoci in un’esplorazione sonora tra sussurri, silenzi e sperimentazione contemporanea.
Alessia Scilipoti, musicista e flautista dallo sguardo contemporaneo, torna con Fragile, un album che unisce repertorio contemporaneo e sperimentazione sonora, trasformando il flauto in un vero e proprio corpo sonoro. In questa intervista Alessia ci guida attraverso la genesi del disco, la costruzione dei brani, il rapporto tra respiro, parola e strumento, e il percorso di ricerca che l’ha portata a superare i confini tra tradizione accademica e libertà espressiva. Un viaggio notturno fatto di silenzi, sussurri, pulsazioni e tensioni, che invita l’ascoltatore a una fruizione attenta e consapevole.

In Fragile esplori un repertorio contemporaneo molto variegato — da compositori come Tōru Takemitsu a Fausto Romitelli, passando per autori italiani e internazionali. Come hai costruito la sequenza dei brani: c’è un “percorso narrativo” o emozionale che guida l’ascoltatore dall’inizio alla fine?
Le note accompagnatorie di Mario Caroli raccontano bene la struttura narrativa di Fragile: attraverso la notte, compilation per flauto e parole. Ascoltando il disco, anch’io immagino un viaggio notturno: il vuoto e la paura di Qui va là da Voice, l’amore tormentato evocato da Petrarca, la materia sonora impastata tra suono e voce di Dying Words II. Poi un lampo improvviso — quel barlume violento raccontato da Cocteau — e una danza rituale fatta di intimità e pulsazione fisica. Il contorno incerto del passato in Sachs, il caos delle Alpha Waves prima di cadere nel sonno profondo, e infine la notte chiarissima e sospesa di Ibico.
L’album tenta di “dissolvere” il confine tra strumento, voce, respiro e parola — trasformando il flauto in un corpo sonoro. Quando suoni, come vivi la dimensione del “respiro come parola” e in che modo questo influisce sulla tua interpretazione?
Studiare e ricercare le sonorità di Fragile è stato un divertimento e una sfida: un terreno sonoro vastissimo, ancora tutto da esplorare. Credo davvero nella connessione profonda tra flauto, corpo e respiro interiore. Il flauto ha qualcosa di unico rispetto ad altri strumenti: è ad imboccatura aperta, non si mette niente in bocca, non c’è ancia né bocchino. Per questo c‘è una relazione particolare tra flauto come estensione diretta della colonna d’aria: il respiro diventa suono che nasce quindi dall‘interno. Il suono è totalmente influenzato dallo stato del corpo: tensione, ansia, rilassamento, apertura… tutto modifica la vibrazione del metallo. Ancora più numerosi i colori dei fonemi uniti a sfumature del respiro e del suono.
Tra le tracce c’è anche un pezzo scritto ad hoc per l’album (72 Tape Machine di Vincenzo Parisi). Qual è stato il processo di lavoro su un’opera “pensata per Fragile”: hai influenzato l’interpretazione, hai suggerito modifiche o il compositore ha lavorato indipendentemente da te?
72 Tape Machine di Vincenzo Parisi è nato proprio all’interno dell’idea di Fragile. Con Vincenzo c’è stato un dialogo continuo: gli ho raccontato il contesto del disco, le atmosfere, la dimensione di intimità e vulnerabilità che volevo mantenere. Lui ha lavorato in grande autonomia creativa, ma restando sempre in ascolto del mio modo di suonare, del tipo di suono che cercavo, dei limiti (o possibilità) dello strumento in relazione alla voce. Ci siamo confrontati spesso sul gesto, sull’intenzione e sull’equilibrio tra flauto, respiro e parola.
In un panorama musicale contemporaneo dove spesso la fruizione è rapida, Fragile invita a un ascolto attento, “lento”. Cosa speri che succeda nell’ascoltatore quando sceglie di dedicare tempo e silenzio a questo disco — e come immagini il “momento ideale” per ascoltarlo?
Oggi è difficile fermarsi ad ascoltare qualcosa di nuovo, soprattutto qualcosa che non è di immediata comprensione. Ne sono consapevole, ma chiedo agli ascoltatori un atto di fiducia: Fragile è un progetto sincero, originale, costruito con cura in ogni dettaglio. È un disco da ascoltare nel silenzio, con un buon impianto o ottimi auricolari, perché la registrazione cattura tutto: i respiri, i rumori minimi, i fonemi sussurrati, persino i silenzi più sottili. Si può ascoltare anche a piccoli frammenti, dividendolo in più giorni: ogni brano ha un suo peso emotivo. Non mi aspetto che piaccia a tutti — essere circondati da sussurri, colpi d’aria, esplosioni improvvise può essere “invadente” — ma spero che chi si prende il tempo di entrarci senta qualcosa muoversi dentro di sé, innescando momenti di riflessione e di reazione. Il momento ideale? La notte, o un momento in cui si è disposti ad accogliere qualcosa senza difese.
Questo progetto unisce elementi di rigore tecnico (la formazione classica) e di sperimentazione espressiva, con forte carica poetica e narrativa. Quale è la sfida più grande che hai affrontato nella transizione da musicista “classica/accademica” a interprete di un repertorio così ibrido, e cosa hai (ri)scoperto di te nella realizzazione di Fragile?
Interpretare questo repertorio richiede un controllo tecnico enorme: bisogna oltrepassare i limiti fisici dello strumento e del proprio corpo insieme allo strumento. Questa è stata la prima sfida. La seconda è stata prendere confidenza con la mia voce unita al suono del flauto: un elemento totalmente estraneo al repertorio accademico, che all’inizio mette a nudo e quasi spaventa. Lavorando a Fragile ho dato sfogo a una parte di me più libera, più coraggiosa. Ho scoperto quanto mi piace cercare, rischiare, sporcare, respirare dentro e per la musica per tornare con più entusiasmo al repertorio tradizionale. Forse è questo che Fragile mi ha restituito: una connessione più intima tra me e il suono.







