Diciotto musicisti sul palco sono un’anomalia, una sfida logistica e, soprattutto, un atto di resistenza culturale. Nati nel 2015 tra le aule dei Civici Corsi di Jazz di Milano, i Deaf Kaki Chumpy hanno scardinato fin da subito i confini della classica big band. Nella loro musica il jazz contemporaneo sposa l’elettronica, il prog dialoga con la black music, e il caos si trasforma in una potentissima coerenza sonora.
A distanza di anni dal loro ultimo lavoro, il collettivo torna con “Ultime Volontà”, un singolo che segna una svolta cruciale e che anticipa il nuovo album “Agàpe”, fuori da venerdì 26 giugno: l’abbandono del filtro della lingua inglese a favore dell’italiano. Abbiamo fatto una chiacchierata con loro, in particolare con il fondatore Andrea Daolio, per capire come si coordinano diciotto anime artistiche, cosa significhi fare musica collettiva oggi e come si sopravvive — felicemente — fuori da ogni etichetta di genere.

Siete un collettivo di diciotto musicisti con influenze che vanno dal jazz alla black music, fino all’elettronica e al prog: come si riesce a mantenere una direzione artistica comune senza perdere la libertà individuale di ciascuno? Avete mai discusso a riguardo?
Il progetto nacque con l’idea di sperimentare avendo a disposizione una vasta gamma timbrica, senza porsi problemi di alcun genere sui generi. Chi, negli anni, è entrato a far parte di questo progetto sposa questa causa appieno portando il suo contributo.
Avete deciso a tavolino quale direzione musicale avrebbe preso il progetto, o tutto è venuto naturale? E nel caso specifico di questo nuovo disco in uscita?
Diciamo che, in linea generale, è venuta un po’ da sé mano a mano che venivano composti brani nuovi. Nello specifico, per quest’ultimo album, i brani sono stati tutti composti da me (Andrea Daolio) e scelti dopo una “scrematura” fatta tra altri miei brani insieme ad alcuni del collettivo nel 2023. Questi brani, nonostante siano molto eterogenei, hanno una loro coerenza di fondo.
Sicuramente, fino ad ora, il fatto che i brani siano stati composti principalmente da Alberto Mancini e me può aver aiutato in termini di coerenza e identità; ma non è detto che nei prossimi album sarà così e, in ogni caso, sono convinto che troveremo sempre una soluzione per rendere i brani di un disco compatti e coerenti tra loro.
Dopo diversi anni dal vostro ultimo lavoro in studio, “Ultime Volontà” segna un ritorno importante e, per la prima volta, anche in lingua italiana: cosa vi ha portato a scegliere proprio adesso questo cambio di approccio?
L’idea di provare a scrivere in italiano venne dopo un periodo che definirei di incubazione, in cui stavamo capendo collettivamente che direzione prendere con il prossimo album. Stavamo sviluppando idee e brani portati da alcuni di noi, e alcuni di questi avevano già un testo o una bozza in italiano, o comunque c’era la volontà di provare. Poi quei brani (per il momento) sono stati archiviati, ma è rimasta in me l’idea di volermi confrontare con la mia lingua.
“Quando scrivi nella tua lingua madre ogni parola conta, ha un peso, senti che è importante. Viene a mancare quella sorta di filtro che c’è con una lingua straniera.”
Nel momento in cui mi sono messo a scrivere il testo di “Ultime Volontà” ho compreso appieno le difficoltà, ma allo stesso tempo la bellezza, di questo processo. Per assurdo scrivere in inglese è più facile, perché sembra che qualsiasi cosa dici funzioni, anche la più banale. In italiano no: vuoi perché è la tua lingua, vuoi per il suono molto diverso delle parole, ti ritrovi a considerare minuziosamente ogni singolo vocabolo, anche il più breve.

Nei Deaf Kaki Chumpy la dimensione live sembra quasi centrale quanto — se non più — di quella discografica: pensate che la vostra musica riesca davvero a esprimersi completamente solo davanti a un pubblico?
Sicuramente, per il tipo di progetto e musica che proponiamo, la dimensione live è fondamentale: è il momento in cui riusciamo a tirare fuori meglio tutta la nostra energia e potenza sonora. Il pubblico viene travolto e ne rimane spesso piacevolmente sbalordito.
Molte volte in cuffia o in uno stereo (figuriamoci da un cellulare!) non ti rendi realmente conto che lì ci sono 18 persone che stanno suonando assieme; dal vivo, invece, te le ritrovi tutte davanti. Devo dire però che in quest’ultimo lavoro in studio ci sono stati tutti i presupposti per riuscire a trasmettere al meglio quell’energia: abbiamo fatto tutto prendendoci il giusto tempo, con la giusta calma e serenità, per garantire un lavoro di grande qualità.
In molte vostre interviste avete parlato della musica collettiva come di un gesto quasi “politico”, soprattutto in un periodo storico dominato da produzioni sempre più individuali: sentite che oggi esista ancora spazio per un’idea così ampia e condivisa di band?
Sentiamo che questa idea di musica è sempre più necessaria, nonostante le difficoltà del periodo che stiamo vivendo e nonostante le vite dei membri del collettivo cambino. Combattiamo e ci impegniamo a tenere la nostra realtà viva affinché il nostro modo di fare musica rimanga vivo e possa essere di spunto per qualcun altro.
Suonare insieme ad altre persone significa condividerne momenti di vita che non riguardano solo strettamente la musica. Significa continuare ad esplorare cercando nuovi “terreni musicali”, rischiando, mettendosi in gioco, superando i propri limiti e migliorandosi come musicisti e come persone attraverso un impegno e una fatica costanti. Tutto questo sono i Deaf Kaki Chumpy.
“Ultime Volontà” mette insieme malinconia, jazz contemporaneo e richiami al pop italiano anni Settanta, con riferimenti che vanno da Franco Battiato a Tigran Hamasyan: quando componete partite più da immagini emotive o da suggestioni musicali precise?
In realtà, nella maggior parte dei casi — e parlando nello specifico della musica che comporrà il nuovo album —, sono partito semplicemente dalla musica stessa, da idee nate mentre suonavo o studiavo e che poi sono state sviluppate. Sicuramente, durante l’elaborazione dell’idea e la scrittura dell’arrangiamento, entrano in gioco (più o meno consapevolmente) le influenze dei nostri ascolti del periodo, insieme a tutto ciò che da anni fa parte del nostro bagaglio di ispirazione.
La vostra storia nasce ai Civici Corsi di Jazz di Milano, ma nel tempo avete costruito qualcosa che sembra andare ben oltre il jazz tradizionale: vi sentite ancora parte di quella scena oppure ormai percepite i Deaf Kaki Chumpy come un progetto completamente fuori dai generi?
Sin dall’inizio i DKC sono nati come un progetto che voleva rompere certi schemi e stupire. Mettere insieme già all’epoca (parliamo del 2015) 15 musicisti, poi diventati 18, era una cosa ardita e inusuale. Nella scuola nascevano sicuramente formazioni tra studenti, ma generalmente si limitavano a trii, quartetti e quintetti. Le uniche formazioni numerose erano e sono la big band stabile della Civica e alcuni gruppi temporanei.
Gia di base, quindi, il nostro progetto era ed è piuttosto anomalo. Se ci aggiungi il fatto che non volevamo fare swing e jazz tradizionale, che non avevamo una formazione standardizzata e che volevamo sperimentare mischiando generi diversi senza etichette… beh, tutto questo ci ha reso un gruppo, se non unico, sicuramente molto raro. Avevamo il dubbio se la cosa avrebbe funzionato o meno. Dopo 10 anni siamo ancora qui; quindi direi che, nonostante le difficoltà, ha funzionato alla grande!







