-Di Silvia Nasti-
Matteo Agostinelli aveva completato il disco prima della sua scomparsa. Nove brani tra elettronica, chitarre e melodie oblique, da ascoltare al presente.
Ho avuto modo di ascoltare “Kings Without a Crown”, il nuovo disco degli Yuppie Flu, uscito il 17 settembre 2026 per 42 Records e Homesleep Music. Appena ho letto dell’uscita, la mia reazione è stata molto semplice: wow. Yuppie Flu. WOW!
Potrei partire subito dalle nove canzoni. Stavolta non lo farò. Perché prima di ascoltare davvero “Kings Without a Crown” bisogna sapere chi sono gli Yuppie Flu e, soprattutto, chi era Matteo Agostinelli. Altrimenti rischiamo di ascoltare soltanto l’ultimo capitolo senza conoscere la storia che viene prima.
È un nome che mi ha riportata subito indietro. Vent’anni fa non ero una loro ascoltatrice assidua: le mie coordinate musicali erano altre, ma li avevo incrociati attraverso un amico con cui scambiavo molta musica e che ascoltava anche Grandaddy, Marlene Kuntz, Afterhours, Verdena. Fu proprio lui, nel 2006, a masterizzarmi una compilation in cui c’era “Food for the Ants”, da “Days Before the Day” del 2003.
All’epoca quel mondo lo conoscevo ancora soprattutto di riflesso. Con il tempo, però, molti di quegli ascolti sono tornati e ho cominciato ad approfondirli per conto mio.
Nel 2006 “Food for the Ants” era soltanto una traccia su un CD masterizzato. Vent’anni dopo mi ritrovo davanti a un nuovo disco degli Yuppie Flu e Matteo Agostinelli non c’è più.
A volte vent’anni stanno tutti dentro una canzone.
È stato lì che ho capito che di questo album volevo parlare.
Gli Yuppie Flu nascono ad Ancona negli anni Novanta e debuttano nel 1997 con “Automatic But Static”, dentro una scena indipendente italiana in cui costruirsi un percorso significava ancora etichette piccole, concerti, chilometri, dischi che viaggiavano fisicamente e rapporti con l’estero conquistati un contatto alla volta.
Agostinelli non ha mai nascosto l’importanza dei Pavement agli inizi, ma gli Yuppie Flu non sono rimasti lì. Il loro linguaggio si è progressivamente allargato verso Pop, Psichedelia ed elettronica, fino a diventare molto più difficile da rinchiudere in una sola formula.
Matteo, poi, non è stato soltanto la voce della band. Con Homesleep Music contribuì a costruire uno spazio concreto anche per altri gruppi della scena. Nel 2001 l’etichetta pubblicò “Rise and Fall of Academic Drifting”, il debutto dei Giardini di Mirò, disco nel quale lo stesso Agostinelli prestò la voce a “Pet Life Saver”.
È uno degli aspetti della sua storia che mi interessano di più: non soltanto trovare uno spazio per la propria musica, ma contribuire a crearne uno anche per quella degli altri.
Matteo è morto il 16 febbraio 2026. “Kings Without a Crown” è arrivato sette mesi dopo, a diciotto anni dall’ultimo album in studio degli Yuppie Flu.
Ed è qui che bisogna stare attenti.
Sarebbe facilissimo ascoltare queste nove canzoni esclusivamente attraverso la sua morte. Ma “Kings Without a Crown” non è un disco ricostruito dopo la sua scomparsa, né una raccolta di provini terminati da altri. Le canzoni erano state scritte, suonate, registrate e completate. Alcune, come “Hold On”, “Sweet Ghost” e “Nothing”, esistevano già nell’EP “Hold On” del 2021.
Non stiamo quindi ascoltando ciò che è rimasto di Matteo Agostinelli.
Stiamo ascoltando ciò che Matteo Agostinelli aveva ancora scelto di fare.
Dopo la morte di un autore siamo inevitabilmente tentati di cercare segnali nelle sue parole. Una partenza diventa un addio, una frase sulla perdita una premonizione, qualsiasi riferimento al tempo sembra improvvisamente scritto sapendo già ciò che sarebbe successo.
Ma Matteo non stava scrivendo il proprio epitaffio.
Noi sappiamo come è andata a finire. Queste canzoni no.
Ed è proprio da qui, secondo me, che bisogna cominciare ad ascoltare “Kings Without a Crown”.
Il disco non ha un’ora “giusta”.
Ci sono canzoni che sembrano fatte per quando la giornata deve ancora cominciare, altre che chiedono il buio, altre ancora per quelle ore sospese in cui non sai bene se hai voglia di stare da sola o di cercare qualcuno. È stata una delle prime sensazioni che mi ha lasciato: ogni brano porta con sé un’emozione diversa, pur restando dentro un disegno coerente.
C’è molta elettronica, e non come semplice decorazione. Entra nella struttura dei pezzi, modifica gli spazi, sporca le melodie. Poi arrivano chitarre, momenti lo-fi, aperture Pop e passaggi più obliqui.
E soprattutto c’è quel respiro internazionale che gli Yuppie Flu hanno sempre avuto. Se non avessi saputo chi fossero e da dove venissero, ascoltando “Kings Without a Crown” probabilmente avrei scommesso sul Regno Unito.
In più punti ho sentito riaffiorare i Beatles più psichedelici, fino a certi colori che mi hanno riportata a “Lucy in the Sky with Diamonds”. Altrove mi sono venuti in mente i Blur, la malinconia più spoglia degli Arab Strap e, più lontanamente, qualche riflesso degli Strokes.
Sono echi, però. Appaiono e spariscono prima di diventare imitazione.
Ed è forse proprio questo il punto: gli Yuppie Flu non suonano internazionali perché cercano di assomigliare a qualcuno. Suonano così perché quello è sempre stato, semplicemente, il loro linguaggio.
Oggi, ascoltandoli con più consapevolezza, capisco meglio perché gli Yuppie Flu mi riportino a nomi come Grandaddy, The Notwist, Mercury Rev, Pavement, Belle and Sebastian o Giardini di Mirò. Non perché si assomiglino davvero, ma perché condividono un certo modo di mischiare melodie, chitarre, elettronica e Psichedelia senza sembrare mai costretti dentro un solo genere.
“We’re Real (in Neverland)” apre l’album quasi in dormiveglia. Ha luce, ma non è davvero serena. Anche il testo galleggia tra presente e memoria, fino a quel contrasto tra happy start e tragic ending.
Oggi è difficile non fermarsi su quelle parole.
Eppure la musica non le sottolinea con un evidenziatore. È una delle cose che più mi piacciono del disco: testo e suono non sono costretti a provare la stessa emozione. La malinconia può essere luminosa.
“Avalon” contiene invece l’immagine che dà il titolo all’album, quei “re senza corona” che sarebbe fin troppo semplice trasformare, oggi, in una metafora postuma di Matteo o degli stessi Yuppie Flu.
Io preferisco non farlo.
Matteo Agostinelli non ha bisogno che quel titolo diventi, a posteriori, una definizione di lui.
In “Chasing What”, tra fotografie di famiglia, una vecchia automobile, risultati raggiunti e trofei, arriva quasi distrattamente una domanda:
but chasing what?
Inseguendo cosa?
Non sappiamo se Matteo stesse parlando di sé. E non serve immaginarlo. Ma quella domanda acquista inevitabilmente un peso diverso accanto alla storia di qualcuno che ha trascorso decenni facendo musica, portandola fuori dall’Italia, costruendo dischi, collaborazioni, un’etichetta, e continuando poi a scrivere anche molti anni dopo.
“Sweet Ghost”, “Devil’s Sweetheart” e “Hold On” continuano a cambiare il colore del disco, fino a “Cosmic Ape”, dove gli Yuppie Flu decidono praticamente di lasciare il pianeta: spazio profondo, luna, Big Sur, solitudine.
E dopo essere andata così lontano, la canzone finisce per riportarci alla parola più semplice possibile: casa.
Partire, perdersi, tornare.
Anche la voce di Matteo funziona così: non ha bisogno di occupare tutto lo spazio per essere riconoscibile. A volte sembra stare appena dietro la canzone e proprio lì acquista forza. Fragile senza essere debole, intensa senza bisogno di enfatizzare l’intensità.
“Be Free Now” mostra invece quanto poco al disco interessi rispettare i confini. Francesco Chielli firma anche le strofe rappate, il ritmo cambia passo e poi il pezzo si riapre nella melodia.
Ma soprattutto c’è una frase:
be free to fail cause we’re human.
Essere liberi di fallire perché siamo umani.
Mi piace molto perché non racconta la libertà come una conquista eroica. Rivendica qualcosa di molto meno spettacolare e molto più umano: il diritto di sbagliare.
E pensando al modo in cui questo album è stato costruito, lentamente e senza la pressione di una scadenza produttiva, quella frase trova quasi naturalmente il proprio posto.
“Kings Without a Crown” non deve dimostrare che gli Yuppie Flu siano ancora quelli di vent’anni fa. Non deve nemmeno dimostrare che non lo siano più.
Va dove vuole.
Ed è anche per questo che non lo sento come un disco nostalgico. La memoria c’è, inevitabilmente, ma non è interessato a ricostruire un’epoca.
Poi arriva “Nothing”.
Il paesaggio si fa più spoglio: boschi, una collina buia, un lago, ali spezzate, sogni rubati, anime che non si aggiustano da sole.
E poi quelle parole:
we will meet again.
Ci incontreremo ancora.
Oggi è difficile arrivare fin lì senza fermarsi almeno per un secondo.
Ma “Nothing” esisteva già prima della morte di Matteo. Non è stata scritta come un addio. Ed è proprio per questo che quelle parole fanno più male.
Non è la canzone ad essere cambiata.
È quello che è successo dopo.
Anche per questo la parola “testamento” mi sembra sbagliata.
Un testamento presuppone, in qualche modo, la consapevolezza di una fine. “Kings Without a Crown” è invece qualcosa di più semplice e, forse, proprio per questo più doloroso: è l’ultimo album che Matteo Agostinelli ha avuto il tempo di finire.
Ridurre queste nove canzoni alla sua morte significherebbe perdere proprio la parte più bella: quanto Matteo sia ancora presente al loro interno. Nell’elettronica, nelle melodie, nelle storture, nell’ironia, nella voce, nella libertà di cambiare strada.
Alla fine torno alla sensazione iniziale.
“Kings Without a Crown” non ha un’ora “giusta” per essere ascoltato.
Ci saranno giorni in cui funzionerà meglio la luce strana di “We’re Real (in Neverland)”, altri in cui avrete bisogno dell’irrequietezza di “Be Free Now”, altri ancora in cui arriverete a “Nothing” e avrete semplicemente voglia che, dopo l’ultima nota, per qualche secondo non parta niente.
Matteo Agostinelli, dentro queste nove canzoni, non è ancora un ricordo.
Quando le ha fatte, era lì.
Tracklist “Kings Without a Crown”
We’re Real (in Neverland)
Avalon
Chasing What
Sweet Ghost
Devil’s Sweetheart
Hold On
Cosmic Ape
Be Free Now
Nothing
Line up:
Tutte le canzoni sono scritte, suonate, registrate e mixate da Matteo Agostinelli e Yuppie Flu.
“Be Free Now” è stata costruita insieme a Francesco Chielli, storico bassista e co-compositore della band, autore anche delle strofe rappate.
Mastering di Andrea Suriani.
Yuppie Flu on line:
Instagram: https://www.instagram.com/yuppieflutheband/







